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I Commentari delle Sacre Scritture
di San Tomaso d'Aquino (1225-1274), e l'esauriente commentario
dei documenti di Norimberga, costituito da La distruzione degli
ebrei d'Europa (The Destruction of the European Jews) di Raul
Hilberg evidentemente non hanno nessuna misura comune. Di certo
tra sette secoli, o non si parlerà più del secondo,
oppure, se ancora se ne parlerà sarà solamente per
segnalarlo come un esempio di una delle più scandalose
aberrazioni del nostro tempo. E, se dopo sette secoli si parla
ancora di San Tomaso d'Aquino è per indicarlo come origine
di una filosofia quasi aberrante, qualificata, nel XVII secolo,
dagli Umanisti e dai Libertini come ancilla theologiae.
Ma tale filosofia fu quella dei secoli della fede e, a questo
titolo, meritava di diventare il Tomismo, perché
era sostanziale, apriva varchi su un mondo che rappresentava il
sogno dell'epoca. Ad esso è, oggi, indispensabile fare
riferimento se si vogliono correttamente spiegare le grandi correnti
della filosofia contemporanea. Per costruire il suo sistema San
Tomaso dovette mutilare il pensiero di Aristotele, ma, non essendo
ancora stata inventata la stampa, nel XIII secolo, i manoscritti
erano rari e i mezzi d'investigazione degli intellettuali talmente
rudimentali che vi fu soltanto lui a saperlo. D'altronde, proprio
perché avevano scoperto la soperchieria, tre secoli dopo,
Umanisti e Libertini parlarono di ancilla theologiae. Ma
non vi fu scandalo: si mise la frode a carico di una imperfetta
conoscenza degli scritti di Aristotele. Oggi, in proposito, possediamo
maggiori lumi. Il Tomismo si è affermato come tale. Ma
non vi sarà Hilbergismo. La distruzione degli
ebrei d'Europa, con le sue 790 pagine in formato grande,
basata su quasi 1.400 referenze documentarie (un'altra... somma!)
se un giorno sarà accusata di essere stata ancilla di
qualcosa, questo qualcosa sarà definito come una politica
priva di ogni nobile ispirazione.
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Questa la non tenue differenza.
Avendo ammesso che i due uomini, per la personalità, il
valore, la portata dei rispettivi lavori, non sono affatto paragonabili,
se nondimeno ho pensato a San Tomaso d'Aquino, dopo aver letto
Raul Hilberg, è perché vi erano delle ragioni. La
più importante delle quali costituisce il tema centrale
di questo capitolo: i documenti di Norimberga, a mezzo dei quali
Raul Hilberg dimostra (p. 767) che 5.100.000 ebrei, o (p. 670)
5.419.500, sono stati sterminati dai tedeschi durante la seconda
guerra mondiale; di essi 1.000.000 nelle camere a gas di Auschwitz;
950.000 in quelle di altri cinque campi, meno industrialmente
attrezzati; 1.400.000 (se bene ho compreso i suoi calcoli complicati
e spesso contradditori) ad opera dei "Gruppi Speciali"
in azioni che potremmo definire secondarie se paragonate alle
altre. Ebbene, l'interpretazione e questi documenti mi sembrano
della stessa natura e dello stesso valore di quelli dai quali
San Tomaso d'Aquino, come tutti i Padri della Chiesa prima di
lui, ha tratto la prova che il primo atto della creazione del
mondo, la separazione della luce dalle tenebre, era avvenuto esattamente
nell'anno 4001 prima di Cristo, così per Giosuè
che aveva fermato il sole nella sua corsa; per Giona che aveva
soggiornato nel ventre della balena ecc...
Vi è anche il problema della prevaricazione: Raul Hilberg
che fa dire ai documenti di Norimberga ciò che essi dicono
soltanto se accuratamente isolati dal loro contesto e riscritti,
fa pensare, rispettate le debite proporzioni, a San Tomaso che
conferisce agli scritti di Aristotele quella interpretazione che
orientò il mondo intellettuale del Medio Evo europeo verso
la celebre formula: Aristoteles dixit, quando Aristotele
non aveva detto. A questo riguardo, entrambi dipendono
da quella morale formulata piuttosto bene, e quasi a uguale distanza
nel tempo per l'uno come per l'altro, da un certo Ignazio di Loyola,
secondo la quale il fine giustifica i mezzi, quindi tutti i mezzi
sono buoni per giustificare il fine. Ma, qui ancora, per permettere
una giusta valutazione di entrambi, bisogna dare le coordinate
di questo punto che hanno in comune: San Tomaso d'Aquino si trovò
ad affrontare gli scritti di Aristotele quando rabbini ebrei e
scrivani arabi le diffusero in Europa con tale successo da minacciare
la sicurezza del pensiero cristiano: quindi il suo problema fu
puramente di ordine filosofico. Nel caso di Raul Hilberg si tratta
di un problema meramente e molto bassamente materiale: giustificare
con un numero proporzionale di cadaveri le enormi sovvenzioni,
versate annualmente dalla Germania, dalla fine della guerra, allo
Stato d'Israele, a titolo di riparazione di un danno che essa
non gli ha causato né moralmente né giuridicamente,
poiché all'epoca dei fatti incriminati lo Stato d'Israele
non esisteva.
Mi si conceda di ricordare che lo Stato d'Israele è stato
fondato solamente nel maggio del 1948; che le vittime ebree dei
nazisti giuridicamente dipendevano da Stati varii, salvo quello
d'Israele; e
[16]
mi si permetta di sottolineare la gravità di questa truffa
che non ha qualificazione in nessuna lingua. Da una parte la Germania
versa a Israele somme calcolate in base ai circa 6.000.000 di
morti; dall'altra, a titolo individuale, poiché almeno
i 4/5 di questi 6.000.000 erano ben vivi alla fine della guerra,
la Germania versa a quelli che ancora vivono negli altri stati
del mondo oltre Israele, e agli eredi di coloro che vi sono deceduti
più tardi, sostanziali riparazioni a titolo di vittime
del nazismo: ciò significa che per costoro, ossia per l'enorme
maggioranza, essa paga due volte.
Tante indennità, così generosamente accordate sembrano
aver fatto farneticare gli Tzigani al punto che si potrebbe dire
che lo Stato d'Israele e il Sionismo hanno fatto scuola. Se si
deve credere a Le Monde del 29 dicembre 1961, ecco che
i gitani si sono dati un re. Col nome di S. M. Vaida Voievod
III, questo re si proclama "Capo supremo e spirituale del
popolo tzigano" e intende ottenere dall'ONU un angolo di
mondo dove porre termine al grande errare delle carovane, proprio
come, teoricamente, la creazione dello Stato d'Israele avrebbe
dovuto mettere fine (?) alla Diaspora. Se viene domandato a questo
sedicente re, quale angolo di mondo rivendica e dove si trova,
risponde che si tratta del Romanestan e lo situa in un
isola del Pacifico o in un paese prossimo a Israele. Inoltre,
egli precisa il numero dei suoi soggetti che deambulano su tutte
le strade d'Europa: 12 milioni. E se questo numero non è
ancora più grande, dipende dal fatto che dal 1939 al 1945
i nazisti gli hanno sterminato 3 milioni e mezzo di sudditi. Ma
vi sono anche le statistiche: esse precisano che il numero delle
vittime tzigane del nazismo non supera le 300.000 o 350.000, ciò
che è già abbastanza atroce. Non essendo ancora
al punto di poter essere sospettati di anti-romanestanesimo con
la stessa facilità con la quale si è accusati di
antisemitismo ogni volta che si parla di statistiche fantasiose
del Centro di documentazione ebraico contemporaneo, e comunque
non si rischia d'essere infamati dalle stesse inconfessabili intenzioni,
se si parla dei 3.500.000 di vittime del nazismo di S. M. Vaida
Voievod III in tono leggero, non vogliamo rinunciarvi. Ammettiamo
dunque che l'ONU accordasse, un giorno, agli Tzigani il diritto
di riunirsi in questo Romanestan, del quale resta da precisare
soltanto la situazione geografica: alla Germania non rimarrebbe
che provvedere anche alla loro sussistenza. Poiché dopo
aver accordato allo Stato d'Israele una rilevante e sostanziale
indennità per le vittime fatte dal nazismo tra il popolo
ebreo, le riuscirebbe difficile rifiutarla al Romanestan del
quale l'ONU, a sua volta, non potrebbe rifiutare di appoggiare
le rivendicazioni come già ha fatto per lo Stato d'Israele.
I 3.500.000 di Tzigani sterminati dai nazisti disputerebbero allora
la testata della prima pagina nella stampa mondiale ai 6.000.000
di ebrei. Ma il R. P. Fleury, Elemosiniere generale dei Gitani
di Francia, già preavvisa che S. M. Vaida Voievod III,
altro non è che un impostore, e molti condividono l'opinione.
Bisogna ammettere che il numero delle
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persone che pensano allo stesso modo dei dirigenti dello Stato
d'Israele e dei loro sostenitori, è oggi tuttavia assai
meno grande, anche se la politica d'Israele in tutto e per tutto
simile e altrettanto poco fondata e poco seria, ha nondimeno avuto
successo. Nella misura secondo cui dimostra che il Sionismo del
dopo-guerra è prossimo parente di ciò che potremmo
chiamare il Romanestanesimo, la burlesca storia dell'eroe
di questa avventura meritava di essere qui accennata, non fosse
che per dare al lettore un'idea il più possibile precisa
del valore del lavoro al quale si è accinto Raul Hilberg.
Ma torniamo al problema della truffa e a questo proposito non
vorrei essere frainteso. E' ben comprensibile che dopo aver passato
un considerevole numero di mesi, uno, due, tre anni, e talvolta
molti di più nelle orribili condizioni materiali e morali
di un campo di concentramento mi si può credere, so di
che cosa parlo, e ciò che discuto è solamente il
grado dell'orrore (la verità è più che sufficente),
e le cause di questo orrore, perché le scienze umane esigono
di essere determinate un povero diavolo incolto, del tipo di questo
curato o di quell'altro che ho citato, ci venga a raccontare di
avere visto, il primo, migliaia di persone entrare nelle camere
a gas del campo dove eravamo internati assieme, e dove non esistevano;
il secondo, di aver visto teste di uomini, interrati vivi sino
al collo, venire schiacciate dalle ruote delle carriole
spinte dai detenuti, per ordine delle SS: posso capirlo. Si tratta
di vittime animate da un risentimento proporzionato alla sofferenza
patita e il colpevole è il giudice che ha prestato loro
fede. Che un generale delle truppe dei Gruppi Speciali testimoniando
sotto minaccia di morte racconti ciò che gli sembra più
idoneo a salvargli la vita; che un Hoess, vecchio comandante del
campo di Auschwitz, faccia lo stesso e come loro molti altri,
è tanto evidente da non esigere spiegazioni. Che un altro
disgraziato di SS di un Gruppo Speciale, per attirarsi
le buone grazie dei suoi superiori, riferisca loro che la sua
unità ha sterminato migliaia o "decine di migliaia
di ebrei", come risulta dai documenti citati da Raul Hilberg,
non sorprende. Che a sua volta un Martin-Chauffier, avendo molto
da rimproverarsi, voglia farsi perdonare e si metta a urlare coi
lupi; che un David Rousset, la cui unica cura al campo era quella
di guadagnarsi la protezione dei comunisti; che un Eugen Kogon,
essenzialmente preoccupato di assicurarsi il più confortevole
equilibrio possibile tra le SS e i comunisti, abbiano raccontato
quello che hanno raccontato, fa parte della psicologia del testimone
e spetta di diritto al giudice e allo specialista di scienze umane
scindere il vero dal falso. Se sono urtato dal fatto che l'uno
come l'altro non vi riescono e che soprattutto entrambi non fanno
molti sforzi per riuscirvi, lo sono molto meno quando un giornalista
presta fede a questa gente, immediatamente; è noto che
un certo tipo di giornalista si recruta proprio tra i falliti
delle altre professioni!
Anzi, dirò di più: un uomo come il dr. François
Bayle, già
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da me citato a proposito di: Croce uncinata contro Caduceo,
del quale è autore, messo a confronto coi documenti e le
testimonianze di Norimberga, non è responsabile che a metà
delle conclusioni che ne trae.
Il dr. François Bayle è un medico, anzi, è
un medico della Marina, dunque un militare. Chi lo legge, intuisce
che è un appassionato di psico-somatologia e di psicanalisi.
Gli accusati di Norimberga gli sembrano tutti dei malati o dei
tarati, ciò che è lo stesso: gli piacerebbe tanto
compilare le loro schede! E' un soggetto brillante e le circostanze
lo servono: il 19 ottobre 1946 viene nominato membro della Commissione
scientifica dei crimini di guerra, e in breve è in grado
di lavorare direttamente sugli originali dei documenti e delle
testimonianze del Processo di Norimberga al quale assiste, e tra
le "quinte" nelle quali ha libero accesso, E' un militare:
non si pone problemi circa il valore probante dei documenti messigli
a disposizione dalle autorità dalle quali dipende. Nell'esercito,
più che altrove, il principio fondamentale sul quale poggia
la gerarchia è che "ogni subordinato deve al suo superiore
totale obbedienza e sottomissione in ogni momento", a sua
volta poggiante sul postulato che un superiore non può
abusare del suo subordinato. In questa disposizione di spirito
il dr. François Bayle non poteva certo porsi problemi del
genere e qualora se li fosse posti, non avendo una preparazione
adeguata al lavoro verso il quale lo si lasciò orientare,
incoraggiandolo, non sarebbe stato in grado di darvi una corretta
risposta. Dunque, è scusabile. Non sono invece scusabili
coloro che l'hanno lasciato seguire questo orientamento e l'hanno
incoraggiato. Si può dire che nel presente caso è
accaduto quello che accade nel Figaro di Beaumarchais,
dove il ruolo di calcolatore poteva venire assegnato a un ballerino:
qui dove occorreva uno storico hanno messo un medico. Ma poiché
si trattava di esperienze mediche, non era necessario anche un
medico? Certo, ma sostengo che se il medico non aveva personalmente
assistito a queste esperienze e se al tempo stesso non era anche
uno storico, egli non poteva assolutamente studiarle correttamente
senza l'assistenza di uno storico che previamente avesse verificato
tutte le testimonianze e tutti i documenti certificanti ogni fatto,
e che descrivevano non l'ambiente scientifico nel caso in parola
lo storico non sarebbe stato qualificato ma l'ambiente sociale,
il momento storico nel quale essi erano emersi. Soprattutto in
un'epoca così passionale come quella in questione e, come
ne era il caso, se quei fatti erano considerati crimini. Il responsabile
di così deplorevoli costumi? Nessuno se non il criterio
che presiede alla distribuzione delle conoscenze e alla formazione
delle élites del nostro tempo, che mentre spinge
alla specializzazione ad oltranza a detrimento della cultura generale,
sotto pretesto che la civiltà industriale necessita di
buoni tecnici in settori ben definiti e strettamente limitati,
lascia credere e, se occorre, fa credere che qualsiasi
[19]
specialista è qualificato per parlare ex cathedra
di ogni specialità. Perciò la responsabilità
non è di nessuno ma è di tutti.
Il caso di Raul Hilberg è assai differente da quello di
tutte queste persone. Non è stato deportato, non è
stato vittima del nazismo, non ha apparenti ragioni per avere
la cattiva coscienza di un Martin-Chauffier, un David Rousset
o un Eugen Kogon. Non è un essere incolto come il povero
curato che cito come l'inventore delle camere a gas di Buchenwald
e di Dora, nemmeno è un tipo imbrattato di una cultura
d'accatto come David Rousset e Eugen Kogon, avventurieri dai mezzi
d'esistenza assai dubbi prima della guerra, che oltre alla necessità
di farsi una buona coscienza, assai probabilmente hanno raccontato
quello che hanno raccontato per assicurarsi posizioni migliori
e stabili, cosa nella quale l'uno come l'altro sono perfettamente
riusciti. Inoltre Hilberg non è un medico come François
Bayle, persosi nello studio di documenti storici: è un
"political scientist" debitamente diplomato, come informa
la sua nota biografica, un "Professor specialized in international
relations and American foreign office" e malgrado tutte
le lacune e tutte le imperfezioni, è impossibile che il
sistema di ripartizione delle conoscenze e di formazione delle
élites che l'ha preparato all'esercizio di un mestiere
nel quale la scienza statistica ha un posto importante, non l'abbia
meglio ferrato per lo studio dei documenti e delle testimonianze
sulle quali essa è fondata, e della storia nella quale
affondano le loro radici i fenomeni sociali che costituiscono
l'oggetto delle statistiche. Se dunque Raul Hilberg si comporta
come se non avesse la minima idea del credito che si può
accordare a un testimonio e alla sua testimonianza, né
delle condizioni indispensabili a un documento per essere accettato
come probante, o, ed è lo stesso, come se tutti quelli
che esamina potessero esserlo, non gli rimane che una scusante:
la malafede. Ho detto "scusante" perché continuando
nella lettura della sua nota biografica trovo che è collaboratore
della Jewish Encyclopedia Handbook e tutto si spiega. Beninteso
ciò non vale soltanto per Raul Hilberg, ma anche per molti
altri: la signora Hannah Arendt, per esempio, che ha la stessa
formazione intellettuale, che si riferisce sovente a lui, nei
resoconti del Processo Eichmann che The New-Yorker ha pubblicato
in cinque numeri (febbraio-marzo 1963), la quale è stata
o ancora è Forschungsleiterin (5) della Conferenza sulle
relazioni ebraiche, Verwaltungsleiterin (6) della Jewish
Cultural Reconstruction, Stipendiatin (7) della Guggenheim
Stiftung, ecc. e ci informa freddamente (The
NewYorker 22-3-63) che "3 milioni di ebrei polacchi sono
stati massacrati nei primi giorni di guerra": questo essendo
naturalmente spiegato da quello. Hannah Arendt farebbe bene, a
mio parere, a scrivere a Raul Hilberg per domandargli di volerle
indicare dove ha trovato i circa "2.000.000 di ebrei polacchi
che furono mandati a
[20]
morte nel 1942-'43", dei quali egli parla a pagina 311 del
suo libro. Perché è indispensabile capirsi: c'erano
in Polonia da 3 a 3,3 milioni di ebrei prima della guerra come
sostengono tutti gli statistici, ebrei compresi o ce n'erano 5.700.000,
com'è obbligata a pretendere Hanna Arendt? Perché,
infatti, eccone 5 milioni sterminati in complesso, ed ecco che
Shalon Baron brandendo il suo titolo di professore di storia ebraica
all'Università di Columbia avanti al Tribunale di Gerusalemme,
il 24 aprile 1961, pretende che 700.000 ebrei erano ancora vivi
quando il Paese fu liberato, nel 1945, dalIe truppe russe! Si
è veramente tentati a invitare tutta questa gente quei
tre e la moltitudine degli altri che si trovano nella stessa situazione
a mettersi d'accordo tra loro, prima di dare delle spiegazioni
a noi. A Raul Hilberg, personalmente, si potrebbe consigliare
di mettersi prima d'accordo con sè stesso. Infatti, alla
pagina 670 del suo libro, spiega come, a suo parere, dei 9.190.000
ebrei viventi nei territori occupati dalle truppe tedesche durante
la guerra, solamente 3.770.500 sono sopravvissuti, col matematico
risultato di avere 5.419.500 morti; che alla pagina 767 per strano
mistero divengono 5.100.000. E' indispensabile precisare che per
la Polonia, la Russia e i paesi danubiani che sono il nocciolo
di queste statistiche, egli non ha trovato che 50.000 sopravvissuti,
laddove il suo collega Shalon Baron ne ha trovati 700.000 mentre
un giornale di lingua francese che si pubblica in Svizzera (Europe
Réelle, Losanna dicembre 1961 n. 44) riferisce che
il periodico israelita Jedioth Hazem di Tel-Aviv (n. 143
del 1961) scrive senza batter ciglio che "il numero degli
ebrei polacchi attualmente viventi fuori dalla Polonia si approssima
ai 2 milioni". E, senza dubbio per ragioni di doveroso equilibrio,
mentre i centri di documentazione ebraici di Parigi e di Tel-Aviv,
di comune accordo, hanno calcolato che nella parte della Russia
occupata dalle truppe tedesche il numero degli ebrei sterminati
è di 1.500.000 (Figaro littéraire, 4 giugno
1960) e per l'Institute of Jewish Affairs World Jewish Congress
(Eichmann's confederates and the Third Reich Hierarchy già
citato) a 1.000.000, per Raul Hilberg sono in tutto 420.000. Tutto
questo appare talmente poco serio che mi vergogno per la categoria
dei professori specializzati ai quali, documenti che sono gli
stessi per tutti, parlano un linguaggio tanto diverso.
Dopo aver detto quanto era opportuno, rendiamo a Cesare ciò
che è di Cesare: di tutto quello che fin'ora è stato
pubblicato in questo genere letterario, in cui vengono manipolate
e interpolate incessantemente le testimonianze annesse ai documenti
di Norimberga, anno dopo anno sempre più numerosi, ed in
cui per trovarvi virtù sempre più probanti si torturano
carte e meningi, rendendo contraddittori le une e gli altri nel
quadro della tesi che postula lo sterminio di 6.000.000 circa
di ebrei ad opera dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale,
The Destruction of the European Jews è senz'alcun
dubbio quanto di più preciso e di più
[21]
completo per il numero delle informazioni sia stato fatto. Ma
proprio per ciò, risulta il più vulnerabile, senza
tuttavia essere il più probante di quanto sia stato pubblicato
in materia, ma col grande vantaggio di mettere così bene
in evidenza le sue debolezze da far risaltare anche quelle di
tutte le pubblicazioni analoghe. Perciò, ho deciso di prenderlo
come filo conduttore di questo nuovo studio. E' ovvio che non
tratterò una per una le sue 790 pagine, benché quasi
nessuna non esiga una messa a punto: per vagliarle fino al dettaglio
al banco di prova mi occorrerebbero tante pagine quante sono state
necessarie a Raul Hilberg per dare forma alla sua tesi. Sarebbe
molto fastidioso. Già ho detto che Raul Hilberg è
riuscito a far raccontare alle sue pezze d'appoggio quello che
raccontano, unicamente per averle accettate così come gli
erano state consegnate, ossia riscritte, selezionate e isolate
dal loro contesto. E' dunque il contesto confrontato con altri
che mi sforzerò di ricostruire, soffermandomi solo per
inciso sui suoi più grossolani artifici.
* * *
Nell'accingermi allo studio delle pezze d'appoggio di Raul Hilberg,
il mio pensiero va subito agli studenti della Sezione di Scienze
politiche dell'Università di Vermont sperando, per loro,
che in questa università il professore di scienze politiche
sia assistito da un professore di storia, altrimenti, nel caso
che qualcuno di loro sia un giorno chiamato all'onore di rappresentare
gli Stati Uniti in Germania in qualità di ambasciatore,
appena in carica, i tedeschi unanimi lo scambierebbero per un
inviato della luna. Se infatti egli non possiede altri lumi oltre
quelli che attualmente impartisce loro Raul Hilberg sul nazionalsocialismo,
la sua politica generale e soprattutto sociale, non vedo come
potrebbe compiere i suoi primi passi nell'esercizio delle sue
funzioni senza commettere una serie di errori che riuscirebbero
incomprensibili ai tedeschi, costituendo altrettante dolorose
umiliazioni per lui (e per gli Stati Uniti!). Quanto agli altri
studenti non promessi a tanto alti destini, suscitano essi pure
delicati problemi. Se le nozioni di economia politica che Raul
Hilberg impartisce a tutti sono dello stesso tenore di quelle
da lui seminate nella storia e come dubitarne dopo aver conosciute
le sue statistiche? gli studenti che diventano a loro volta professori
ci pongono di fronte al problema della trasmissione della mediocrità,
da una generazione all'altra. Osando appena pensare ai disastrosi
effetti causati dalla definizione di una politica generale degli
Stati Uniti da costoro che, divenuti grandi impiegati dello Stato,
avessero il dovere di elaborarla.
Per completare il mio pensiero devo aggiungere che tutto ciò
mi fa veramente paura. E volendo essere chiaro, devo aprire, qui,
una breve parentesi, il cui tema sarà la seguente proposizione:
la storia è un susseguirsi di momenti storici. Verità
lapalissiana?
[22]
Sì, nella forma, No, nelle sue implicazioni. Alcuni storici
ritengono che ogni momento storico proponga agli uomini soltanto
problemi che comportano una unica soluzione: la carta obbligata.
Ne segue che dall'inizio dei tempi, tutti i momenti storici si
sono collocati nell'esatto prolungamento gli uni degli altri,
secondo una specie di linea retta che costituisce il senso stesso
della storia. Analizzando correttamente ciascuno di essi, è
possibile quindi la previsione del successivo: questo è
il determinismo storico. La sola domanda che l'uomo possa porsi,
non è dove vuole andare, né che deve fare per giungervi,
bensì solamente: dove va. Per darsi, allora, una risposta
gli basta guardare indietro e prolungare la linea: rigirandosi,
davanti a sé vede il socialismo. Potrà avere degli
arretramenti (come davanti alla forma assunta dal socialismo in
Russia) e rallentare il passo. Ma in nessun caso può arrestarsi,
né mutare direzione: il suolo brucia sotto i suoi passi,
da ciascun lato della via vi sono precipizi mortali. Allora, più
o meno rapidamente, si avvia verso il socialismo. Questi storici
sono i marxisti e hanno avuto il favore del XIX secolo. Ma questa
concezione troppo semplicistica che riduce il ruolo dell'individuo
nella storia a poco o a nulla, ha fatto loro perdere il plauso
del XX secolo, e la loro razza sembra attualmente in via di estinzione.
Gli storici odierni, in genere, pensano che ogni momento storico
propone all'uome un'infinità di problemi dalle infinite
soluzioni, delle quali forse, anzi senza dubbio, una sola è
la buona, la razionale, mentre le altre sono tutte, più
o meno, cattive. Tra la buona e le cattive la scelta dell'uomo
dipende da una presa di coscienza più o meno corretta dei
dati del problema.
Gli stessi storici ritengono, inoltre, che molti di questi problemi
lo affiancano per tutta la vita senza che egli ne abbia la percezione:
tra quelli che lo colpiscono sino ad essere presi in considerazione,
ve ne sono di minore o maggiore importanza, di più o meno
gravi, più o meno urgenti: non potendo risolverli tutti,
l'uomo è obbligato a vagliarli uno per uno, secondo un
ordine da determinarsi. La sola determinazione di questo ordine
esige una presa di coscienza tanto corretta quanto la determinazione
della scelta tra le soluzioni che si offrono. A seconda delle
qualità delle sue prese di coscienza - premesso che qui
si tratta di prese di coscienza collettive per problemi collettivi
e che l'età mentale delle collettività è
inversamente proporzionale al numero degli individui di cui è
composta - di ciascun momento storico, l'uomo vede un maggiore
o minore numero di problemi, e quelli che gli sfuggono
non è certo che siano i più trascurabili. La sua
"idea" della congiuntura alla quale è confrontato
è in funzione del carattere e dei problemi che egli paventa.
Poiché, infine è proprio in funzione di questa rappresentazione
che egli decide il grado d'importanza e la gravità dell'impellenza
di ognuno, quindi dell'ordine di priorità secondo il quale
li risolverà e delle soluzioni
[23]
che darà, le congiunture che risultano dal suo intervento
negli avvenimenti possono essere le più diverse. Anche
le più contraddittorie. E il senso della storia diviene
una linea che avanza, arretra, gira in tondo, vira, va in tutti
i sensi e può essere tutto, tranne che una linea retta.
Ricondotta ai suoi due principi fondamentali, questa teoria si
presenta come segue: concede un posto preminente al ruolo dell'individuo
nella storia, e afferma al tempo stesso che in tutti i momenti
della sua storia, essendo egli sempre messo di fronte a congiunture
che continuamente rinnovantesi l'hanno sorpreso e sorpassato,
l'individuo sempre è stato condannato a interpretare quel
ruolo empiricamente. Come l'apprendista stregone che interpreta
il suo, e con insuccesso? Ecco tutto il problema della conoscenza
e dei limiti della scienza, che ha come corollario i limiti dell'uomo
nelle sue possibilità. Gli storici e in genere gli specialisti
delle scienze umane sono consci dell'enorme sproporzione che esiste
tra l'estrema complessità dei problemi della congiuntura
di ciascun momento storico e l'immensa debolezza dei mezzi, in
specie della conoscenza, di cui l'uomo dispone per risolverli.
E sanno, inoltre - una delle loro rare certezze - che questa congiuntura
è la risultante delle reazioni accumulate dalle precedenti
generazioni, e non una creazione dell'uomo che le deve risolvere.
Altra alternativa egli non ha: l'accettazione di affrontarle senza
inventario preliminare o il rifiuto col suicidio; sanno insomma
che egli non è responsabile della situazione nella quale
si trova, né dei mezzi limitati di cui dispone per uscirne.
Per gli storici e gli specialisti di scienze umane questa teoria
è l'ipotesi di lavoro. Perciò nei giudizi sul comportamento
dell'uomo, danno prova di molta indulgenza quando trovano a ridire
su tale comportamento.
Un altro dei loro meriti, al quale non siamo insensibili, è
il loro profondo cartesianesimo: come il loro maestro non accettano
mai "alcuna cosa per vera" se non l'hanno conosciuta
"evidentemente come tale". Diffidano quindi delle idee
fatte, origine dei dogmi da essi aborriti; infatti la loro dottrina
è costruita sui risultati delle personali osservazioni,
elaborate da profonde e serrate analisi. Partendo dalla banale
osservazione che non avendo mai avuto a disposizione tutti i mezzi
di conoscenza, non può per conseguenza, avere tutti quelli
della riflessione, l'uomo storico nel corso dei secoli ha svolto
il suo ruolo, se non anteriormente a ogni riflessione morale,
di certo avendo dedotto, il più sovente, dalle sue riflessioni,
errate e incomplete conclusioni circa l'importanza dei suoi atti.
Ossia, più o meno - forse più che meno - empiricamente.
Gli storici ritengono che egli ha orientato la storia nei sensi
più vari e che sarà così fino a quando non
gli riuscirà di dominare tutti i mezzi per conoscere. Il
metodo si vale del doppio vantaggio di orientare le investigazioni
dell'uomo attuale verso gli orizzonti più svariati del
suo destino storico aprendo davanti a lui tutte le vie che portano
all'universalismo
[24]
del pensiero, da cui viene caratterizzata ciò che noi definiamo
cultura, e verso la ricerca di nuovi mezzi della conoscenza, sempre
più moderni e più adeguati ai suoi bisogni. A tale
metodo dobbiamo infatti la sociologia e la biosociologia, che
sono, è vero, strumenti assai rudimentali poiché
la prima raggiunge appena cento anni d'età, e la seconda
è appena nata, ma dalle quali sembra vi sia molto da sperare,
se l'uomo rimarrà orientato in questo senso.
Ma per gli storici e gli specialisti di scienze umane che hanno
assunto come ipotesi di lavoro l'altra teoria, le cose stanno
diversamente. Per costoro, tutto è idea ricevuta e dogma.
Un solo orizzonte: la società senza classi verso la quale
evolvono fatalmente gli uomini; gli altri irrimediabilmente sbarrati.
Un solo ruolo assegnato all'uomo storico: premere più o
meno fortemente, o affatto, su quell'acceleratore detto "lotta
di classe" per arrivare, come ho detto, più o meno
rapidamente, e nonostante tutto, alla società senza classi.
Tutti gli stadi intermedi, considerati senza importanza, più
o meno ignorati.
Su tutto questo, altri dogmi sono stati più o meno artificialmente
innestati: la missione storica del proletariato, la dialettica
nella sua accezione più oltraggiosamente sofisticata, il
materialismo storico, la coscienza di classe, ecc.
Verità decretate, tuite, dal 1840 al 1850, senza riferimento
o quasi alla realtà, poiché essendo la filosofia
positiva ancora in fasce, la sociologia, e a più forte
ragione la biosociologia, che da lei derivano, non erano ancora
nate. Quindi verità rivelate, e già sorpassate dalla
storia. Un metodo infantile: Hegel dixit, Marx dixit,
Lenin dixit, Stalin dixit, Roosevelt o Ben Gurion
dixit... I profeti non si verificano. Il guaio è
che questa gente non si accorge che non siamo più ai tempi
di Hegel, di Marx, e che dopo di loro, molta acqua è passata
sotto i ponti di tutti i fiumi del mondo: che nelle società
civile le classi sociali stanno per scomparire, dissolte in un'infinità
di categorie assai prossime le une alle altre, comunque meno opposte
tra di loro di quanto non lo fossero le classi, e di conseguenza
invitano l'uomo attuale a premere su un acceleratore che non esiste
più, e un proletariato quasi puramente ipotetico a compiere
una missione storica. Assomigliano stranamente a quei militari
dei quali si dice che nelle loro tecniche sono sempre in ritardo
di una guerra: loro, sono in ritardo di un'epoca o di un momento
storico.
Raul Hilberg, poi, è in ritardo di parecchi momenti storici:
sta ancora compitando: Luther dixit. Nel 1963! Non invento
nulla: nella introduzione di: The destruction of the european
jews, in sostanza, spiega, nel modo più incredibilmente
serio, che il nazionalsocialismo discendeva in linea diretta dall'antisemitismo
medievale dei tedeschi, dal loro cattolicesimo e da Lutero. Sono
indispensabili molte osservazioni:
1) Lutero non era antisemita, ma antiebreo. Il che è molto
differente. Infatti secondo gli storici vi furono otto popoli
semi-
[25]
tici (Assiri, Caldei, Fenici, Ebrei, Samaritani, Siriaci, Arabi,
Etiopi) de quali almeno tre esistono ancora oggi (Arabi, Ebrei
o Giudei, Etiopi) e il cattolicesimo medioevale e Lutero erano
ostili soltanto agli ebrei.
2) Questo anti-giudaismo verteva unicamente sulla religione. Entrambi
universalisti, la Chiesa romana dell'epoca e Lutero erano convinti
che, eccezione fatta per gli ebrei, tutti i popoli della Terra
erano permeabili alle seduzioni del loro sistema di propaganda
della Fede. Niente altro.
3) Tutto il Medio-Evo è stato religiosamente anti-giudaico,
con uguale intensità ovunque. Nei paesi dove il luteranesimo
è rimasto identico a quello dei tempi di Lutero, come l'Olanda;
in altri come la Spagna e l'Ungheria dove la Chiesa romana è
restata quale era nel Medio-Evo, i sentimenti anti-ebrei si sono
considerevolmente attenuati nel corso degli ultimi secoli e nessuno
dei tre paesi è stato teatro d'un fenomeno simile al nazionalsocialismo.
Ma v'è di più: ai nostri giorni, le Chiese, luterana
come romana, in Germania, sono le più accessibili ai problemi
della scienza!
4. Il nazionalsocialismo era sì, antisemita ma lo era in
forza del suo razzismo. Manteneva, infatti, ad esempio, le migliori
relazioni con gli Arabi. Avrebbe mantenuti i migliori rapporti
anche con gli ebrei se questi ultimi non avessero avanzato la
pretesa di vivere come popolo distinto - per di più, eletto!
- nella stessa Germania; se gli arabi avessero avuto la stessa
arroganza, i loro rapporti coi tedeschi non sarebbero certo stati
pacifici. L'atteggiamento del nazionalismo su questo punto era
ben definito: da un lato, dottrinalmente, dalla sua concezione
della nozione di popolo (su un suolo determinato, una sola razza
protetta contro il meticciato); dall'altro, dal movimento sionista
internazionale al quale esso attribuiva un ruolo decisivo nello
scatenamento della prima guerra mondiale (per ottenere la Palestina,
affermava il nazionalsocialismo), come pure per le decisioni prese
a Versailles (che riservavano tutte le possibilità al popolo
ebreo di ottenere anche il Medio-Oriente, dopo aver ottenuta la
Palestina, appoggiandosi al bolscevismo, sempre per i nazisti).
E' per queste ragioni che il Nazismo, dal suo primo formarsi,
accusò gli ebrei di essere responsabili di tutte le sciagure
della Germania, dopo Versailles. Quando ebbe il potere, non cessò
dall'accusarli di tentare di provocare una seconda guerra mondiale,
di essere in permanente collusione col bolscevismo, sperando di
riuscirvi, e annientare la Germania, meritandosi l'aiuto del bolscevismo
nel Medio-Oriente.
Tali sono gli argomenti fondamentali della politica del nazismo
nei confronti degli ebrei. Antisemitismo? Sarebbe dire troppo
e troppo poco. La definizione esatta è: razzismo. Tali
ragioni, in nessun modo, hanno qualche parentela, per filiazione
o per associazione, con l'antigiudaismo della Chiesa romana del
Medio
[26]
Evo o con Lutero e si resta alquanto imbarazzati di doverlo, se
non insegnare, certo, ricordare a un professore americano debitamente
fornito della pergamena di laurea in scienze politiche, e secondo
le apparenze, solidamente accreditato. In effetti, dopo il 1933
- Raul Hilberg era un monello - e specialmente dopo il 1945 -
Hilberg usciva appena dall'adolescenza - moltissimi giornali hanno
spiegato all'opinione pubblica come il nazismo affondasse le sue
radici giù, fino al cattolicesimo romano medioevale e fino
a Lutero, quindi come il suo antisemitismo e razzismo fossero
una tradizione molto tedesca, sostanzialmente tedesca. Raul Hilberg,
uomo dalle idee fatte e dai dogmi per eccellenza, ha tutto accettato
senza sentire il dovere di verificare. Il suo caso, non è
Luther dixit, ma Vox populi dixit. Assai grave,
per un universitario. Se si pensa che per essere bene informato
gli sarebbe bastato leggere: Das Weltbild des Judentums: Grundlagen
des Antisemitismus dell'austriaco Bruno Amman (Vienna 1939)
oppure: Warum-woher- Aber Wohin del tedesco Hans Grimm
(Lippoldsberg 1954). I quali benché scritti, il primo da
un partigiano, l'altro da uno spirito indipendente ma che ebbe
sotto il nazismo solide amicizie nelle alte sfere del Partito
e del Governo, sono i due studi più seri perché
i più documentati sulle origini del razzismo nazionalsocialista
e sulle soluzioni che questi intendeva dare al problema ebraico.
Ma Raul Hilberg, come tutti i suoi simili, non pensa che per essere
correttamente informati è indispensabile leggere qualcosa
di diverso da quello che proviene dai profeti e dai loro
amici politici.
Una volta presi in questo ingranaggio, non vi è altra sollecitudine
che quella di dimostrare che i profeti e gli amici politici
hanno ragione.
Si procede così di errore in errore, poiché tutto
si concatena. Esempio: avendo un'idea falsa delle origini del
razzismo nazionalsocialista, Raul Hilberg non poteva avere un'idea
esatta della sua autentica figura storica. Così, egli pone
come principio che Hitler aveva deciso di sterminare gli ebrei:
Chaim Weizmann e Ben Gurion dixerunt... Per sostenere
questa sua tesi egli cita (p. 257) unpassaggio del celebre discorso
pronunciato il 30-1-1939 davanti al Reichstag:
"Oggi mi occorre di essere una volta ancora profeta: se il Giudaismo internazionale finanziario all'interno e all'esterno dell'Europa dovesse riuscire ancora una volta a precipitare le nazioni in un'altra guerra mondiale, la conseguenza non sarebbe la bolscevizzazione della terra, e quindi la vittoria del Giudaismo, ma l'annientamento della razza ebraica in Europa."
Mi si è già presentata
l'occasione di far rilevare (a proposito del documento Hossbach)
che gli argomenti minacciosi di questo genere abbondano nella
letteratura degli uomini di stato di tutto il mondo. Gli storici
li considerano, generalmente, come una sopravvivenza della sfida
che si lanciavano a vicenda gli eroi
[27]
antichi, e non attribuiscono loro alcun significato. Tra le due
guerre, gli uomini di stato russi ne hanno profferite a profusione
contro il capitalismo e, dopo l'ultima guerra, alla sessione dell'ONU
del 1960, mi si scuserà se mi ripeto, Kruscev, battendo
con la scarpa sul banco, ha ancora lanciato, parola per parola,
la stessa minaccia a.gli americani. Solo una volta, a Norimberga,
il passo del discorso del 30-1-1939 è stato menzionato
(T. III, p. 527), ma senza attribuirvi importanza e non figura
nella requisitoria. A torto, ritiene senza dubbio, Raul Hilberg
e insiste pesantemente, citando (p. 266) a titolo di conferma
di questa decisione di sterminio, un altro passo di un discorso
pronunciato da Hitler allo Sport- Palace, il 30 settembre 1942:
"At one time, the Jews of Germany laughed about my prophecies. I do not know whether they are still laughing or whether they have already lost all desire to laugh. But right now I can only repeat: they will stop laughing everywhere, and I shall be right also in that prophecy."
(Unanimi gli ebrei tedeschi hanno riso delle mie profezie. Non so se stanno ancora ridendo o se hanno già perduto ogni desiderio di ridere. Ma proprio ora posso solo ripetere: essi cesseranno di ridere ovunque e non mi sbaglierò nemmeno in questa profezia.)
Non solo non è stato recuperato
a Norimberga questo passo, ma non è nemmeno stato menzionato!
Il che non è serio, ed eccone la prova: il 30 gennaio 1939,
il concentramento degli ebrei nei campi non era ancora cominciato
(secondo lo storico ebreo Til Jarman vi erano solamente sei campi
di concentramento in Germania, all'inizio della seconda guerra
mondiale, che complessivamente contenevano 21.300 internati, dei
quali 3.000 ebrei: The Rise and Fall of Nazi Germany, N.
York 1956), e al 30 settembre 1942 il concentramento degli ebrei
che era avvenuto solo in Polonia (1940- 41) cominciava appena
(marzo 1942) in rapporto all'Europa occupata dalle truppe tedesche.
Raul Hilberg deve aver previsto la critica, perché in circa
700 pagine espone un piano sistematico in 4 tappe, solamente l'ultima
delle quali era lo sterminio. Le 3 precedenti si susseguivano
in questo ordine: Definizione dell'ebreo, espropriazione
e concentramento (certo in vista dello sterminio, affinché
tutto riuscisse più facile). Raul Hilberg, allora, ci potrebbe
rispondere che, per portare a termine un'impresa di quella ampiezza,
occorre tempo e nel 1942 non si poteva essere molto avanti in
questo lavoro, ma ciò non impedisce che fosse previsto.
Non si riesce bene a capire quali siano i fondamenti sui quali
Raul Hilberg basi questa convinzione: non produce nessun documento
che corrobori questo piano, il quale, in ogni caso, suppone che
in piena pace era necessario molto più tempo (1933- 1939),
per determinare e espropriare circa 600.000 (?) ebrei (totale
per la Germania nel 1933 + l'Austria a partire dal 1938 + la Cecoslovacchia
1939) che i tedeschi con
[28]
trollavano durante questo periodo, che per trasportarne e sterminarne
6.000.000, in piena guerra (1942-1944). Ma non meno sorprendente
è il fatto di averci detto (p. 177) che le intenzioni del
Nazismo erano di sterminare gli ebrei secondo un piano metodico,
e di affermare poi (pp. 257-258) che "Hitler fu esitante
circa la politica di sterminio, fino a quando non fu convinto
che non gli restava altra scelta. Dal 1938 al 1940 egli ha compiuto
gli sforzi più straordinari per l'attuazione di un vasto
piano di emigrazione". A proposito, poi, della serietà
di Raul Hilberg: in un altro punto del suo libro (p. 256) ha la
pretesa di dimostrare che 1,4 milione di ebrei sono stati eliminati
dai Gruppi Speciali, ma dopo aver utilizzati tutti i suoi
mezzi di prova: (C. R. dei capi di queste unità; testimonianze
delle vittime superstiti...) gli mancano sempre 500.000 cadaveri
per ottenere il suo totale; e allora tranquillamente ne aggiunge
di autorità 250.000 per "omissione", e altri
250.000 per "lacune nelle nostre fonti". Francamente
non credo che nel genere hurluberlu sia possibile escogitare
qualcosa di molto meglio.
D'altra parte, oggi si è fatta luce su tutti questi ordini
di sterminio impartiti da Hitler, che nel libro di Raul Hilberg
ogni cinquanta o cento pagine si ripetono, a proposito e a sproposito,
come pure sui piani metodici che ne derivano; come già
ebbi a dire, Raul Hilberg, nel 1961, era in ritardo di una scoperta
storica: infatti in La terra ritrovata (Parigi) del dicembre
1960, il dr. Kubovy, direttore del Centro mondiale di documentazione
ebraica contemporanea di Tel Aviv, ha convenuto che non esisteva
nessun ordine di sterminio decretato da Hitler, Himmler, Heydrich,
Goering, ecc...
Se dovessimo scendere ai particolari, non finiremmo di citare
le iniziative di forzatura dei fatti di cui Raul Hilberg si è
reso colpevole: la sua presentazione della Kristallnacht
(9-10 novembre 1938) a proposito della quale l'accusa da lui lanciata
alle autorità del III Reich di esserne responsabili si
basa su alcuni telegrammi del commissario di polizia o dei dirigenti
della NSDAP, datati, tutti, al 10 novembre 1938 e provenienti
da gente minuta (pp. 19 e 655); i Gruppi Speciali che egli
mostra in azione in Polonia nel 1939, mentre è noto che
furono creati soltanto nel maggio 1941 (Ohlendorff - Nur. 3-1-46,
T. V, p. 322); la sua interpretazione della parola tedesca "Judenfrei",
che, applicata a un territorio conquistato, non significa più
di quello che intende indicare: "senza ebrei", a motivo
del trasferimento di questi nei campi, ma che per lui è
invece equivalente di paesi liberi da ebrei in seguito al loro
avvenuto "sterminio"; le altre sue forzature di documenti
come il Protocollo di Wannsee, nel quale l'espressione "weitere
Lösungsmöglichkeit = new solution possibility"
(nuova possibilità di soluzione) viene da lui tradotta
(p. 264) "further solution possibility" (possibilità
di ulteriore soluzione); gli ebreì che fa morire due volte,
come quelli di
[29]
Simferopol "liberata da 10.000 ebrei che vi vivevano nel
dicembre 1941" affinché "l'esercito possa passare
un Natale tranquillo" (p. 192), poi "sterminati nel
febbraio 1942" (p. 245); tutti quegli ebrei di cui dice (p.
192) che "sulla via da Smolensk a Mosca e in molte città
i Sovietici avevano completamente evacuato la popolazione ebraica"
(dietro l'Ural da dove essi partirono coi loro mezzi verso l'Est
fino a Hong-Kong, o verso il Sud in Turchia e nel Medio-Oriente
per avvicinarsi alla Palestina, non potendovi arrivare) i 10.000
di Chernigor, ridottisi poi a 300 all'arrivo dei tedeschi (ibid.),
i 100.000 di Dniepropetrovsk, ridotti a 30.000 (ibid.);
quelli di Mariupol e di Taganrog evacuati dai Sovietici fino all'ultimo
uomo (ibid.), in tutto 1.500.000 di persone (p. 190) che
non sembra siano state dedotte dalla statistica generale delle
perdite totali ebraiche, poiché non sarebbe possibile ottenere
un totale di 5.419.500 (p. 670) o anche solamente 5.100.000 (p.
767); grossolani errori di calcolo come questo: 3.350.000 ebrei
dati come vivi in Polonia nel 1939 (p. 670), 3.000.000 di morti
nel 1945 (767) ma solamente 50.000 superstiti (670) ecc...
A che scopo insistere? Credo di avere dato un'idea abbastanza
completa del metodo e dei meschini procedimenti di Raul Hilberg,
perché il lettore abbia potuto farsi un'esatta opinione;
e ritengo sia giunto il momento di parlargli dei testimoni, delle
testimonianze e dei documenti.
Note
(5) Direttrice delle ricerche.
(6) Direttrice amministrativa.
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Paul RASSINIER, Il Dramma degli ebrei, Edizioni Europa,
Roma, 1967.
Edizione francese: Le
Drame des juifs européens, Paris,
1964, Sept Couleurs; rééd.: Paris, La Vielle Taupe,
1984.
L'indirizzo elettronico (URL) di questo documento è: <http://aaargh-international.org/ital/arrass/PRdram2.html>