«L'informazione sull'Olocausto» osserva Boas Evron, rispettato scrittore israeliano, è in realtà «un'operazione d'indottrinamento e di propaganda, un ribollio di slogan e una falsa visione del mondo il cui vero intendimento non è affatto la comprensione del passato, ma la manipolazione del presente.» Di per sé, l'Olocausto nazista non è al servizio di un particolare ordine del giorno politico: può altrettanto facilmente motivare il dissenso o il sostegno alla politica israeliana. Filtrata dalla lente dell'ideologia, però, «la memoria dello sterminio nazista» fini col diventare, secondo Evron, «un potente strumento nelle mani della dirigenza israeliana e degli ebrei della diaspora».1 L'Olocausto nazista divenne «l'Olocausto» per antonomasia.
Due assiomi centrali stanno a sostegno dell'impalcatura ideologica dell'Olocausto: il primo è che esso costituisce un evento storico unico e senza paragoni; il se[66]condo è che segna l'apice dell'eterno odio irrazionale dei gentili nei confronti degli ebrei. Nessuna delle due affermazioni appare in interventi pubblici prima della guerra del giugno 1967, né, per quanto esse siano diventate la pietra angolare della letteratura sull'Olocausto, figurano negli studi critici sull'Olocausto nazista2. D'altro canto, i due assiomi attingono a componenti importanti dell'ebraismo e del sionismo.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, l'Olocausto nazista non era considerato un evento unicamente ebraico, tanto meno un evento storico unico. L'ebraismo americano, in particolare, si diede cura d'inserirlo in un contesto di tipo universalista. Ma dopo la guerra dei Sei Giorni la Soluzione Finale fu radicalmente ridisegnata. «La prima e più importante convinzione che emerse dal conflitto del 1967 e che divenne l'emblema dell'ebraismo americano» fu, come ricorda Jacob Neusner, che «l'Olocausto [...] era qualcosa di unico, senza paragoni nella storia umana»3. In un saggio illuminante, lo storico David Stannard mette in ridicolo la «piccola industria degli agiografi dell'Olocausto che sostengono l'unicità dell'esperienza ebraica con tutta l'energia e l'ingenuità di zeloti della teologia».4 Il dogma della sua unicità, dopo tutto, non ha senso.
Al livello più elementare, qualunque evento storico è unico, se non altro in virtù del tempo e del luogo in cui accade, e presenta tanto caratteristiche sue proprie [67] quanto tratti comuni ad altri eventi storici. L'anomalia dell'Olocausto consiste nel fatto che la sua unicità è ritenuta assolutamente decisiva. Quale altro evento storico, si potrebbe chiedere, è definito in larga parte dalla sua categorica unicità? Come è evidente, i tratti distintivi dell'Olocausto vengono isolati allo scopo di porre l'evento in una categoria completamente separata. Non si capisce perché, in ogni modo, i molti tratti comuni debbano essere considerati insignificanti a confronto di questa specificità.
Tutti coloro che hanno scritto dell'Olocausto concordano sul fatto che sia unico, ma ben pochi concordano sul perché. Ogni volta che un argomento a sostegno della sua unicità viene confutato, ne viene addotto uno nuovo in sostituzione. Il risultato, secondo Jean-Michel Chaumont, è una massa di argomenti contraddittori che si elidono a vicenda: «La conoscenza in proposito non procede per accumulazione. Anzi: per superare quello precedente, ogni nuovo argomento parte da zero».5 Detto in altri termini, l'unicità dell'Olocausto è un assioma: provarla è il compito assegnato, confutarla equivale a negare l'Olocausto stesso. Forse il problema sta nella premessa e non nella dimostrazione. Anche se l'Olocausto fosse unico, che differenza farebbe? Come potrebbe cambiare la nostra comprensione se non fosse il primo, ma il quarto o il quinto di una serie di catastrofi comparabili?
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L'ultimo a fare il proprio ingresso nella lotteria sull'unicità dell'Olocausto è stato Steven Katz, con la sua opera The Holocaust in Historical Context [L'Olocausto in un contesto storico], progettata in tre volumi. Nel primo di essi, citando circa cinquemila titoli, Katz prende in esame l'intero orizzonte della storia umana per dimostrare che «l'Olocausto è fenomenologicamente unico in virtù del fàtto che mai in precedenza uno Stato si era proposto, come una questione di principio e di programma politico, l'annientamento fisico di ogni uomo, donna e bambino appartenente a un determinato popolo». Per chiarire la propria tesi, Katz spiega: « [La qualità] C è attribuita esclusivamente a f . Può condividere A, B, D... X con ® ma non C. E ancora, può condividere A, B, D... X con tutti i ® ma non C. Ogni dato essenziale s'incentra, per così dire, sul fatto che f è l'unico a essere una qualità di C [...] Mancando di C, p non è f [...] Per definizione, non sono ammesse eccezioni a questa regola. Condividendo A, B, D... X con f , ® può essere come f sotto vari aspetti [...] ma per quanto concerne la nostra definizione di unicità qualunque ® mancante di C non è f [...] Naturalmente, preso nella sua totalità f è più di C, ma non c'è mai f senza C». Traduzione: un evento storico che contenga un tratto distintivo è un evento storico distinto. Per evitare ogni confusione, Katz spiega ulteriormente che utilizza il termine fenomenologicamente «in un senso non-husserliano, non-schutzea[69]no, non-scheleriano, non-heideggeriano, non-merleaupontiano». Traduzione: il tentativo di Katz è un nonsenso fenomenico.6 Anche se la dimostrazione sostenesse la tesi portante di Katz, e non lo fà, proverebbe soltanto che l'Olocausto presenta un tratto distintivo. Sarebbe strano se non fosse così. Chaumont ne deduce che lo studio di Katz è in realtà «ideologia» travestita da «scienza», questione che verrà approfondita tra breve.7
Solo un capello separa l'affermazione di unicità dell'Olocausto da quella che questo evento non può essere compreso razionalmente. Se l'Olocausto non ha precedenti nella storia, deve starne al di sopra e quindi non può essere oggetto di una spiegazione storica. E infatti l'Olocausto è unico in quanto inesplicabile e inesplicabile in quanto unico.
Etichettata da Novick come «sacralizzazione dell'Olocausto», questa mistificazione ha il suo campione più esperto in Elie Wiesel, per il quale, osserva giustamente Novick, l'Olocausto è una vera e propria religione «misterica». Perciò Wiesel salmodia che l'Olocausto «conduce nelle tenebre», «nega tutte le risposte», «sta al di fuori, anzi al di là, della storia», «resiste tanto alla comprensione quanto alla descrizione», «non può essere né spiegato né visualizzato», è incomprensibile e intramandabile», segna il punto di «distruzione della storia» e di una «mutazione su scala cosmica». Solamente il sopravvissuto-sacerdote (vale a dire solamente Wie[70]sel) è qualificato per divinarne il mistero. Eppure il mistero dell'Olocausto - Wiesel lo dichiara apertamente - è «incomunicabile»: «Non possiamo nemmeno parlarne». Così, per il suo normale onorario di venticinquemila dollari (più limousine con autista), Wiesel ci tiene conferenze sul fatto che il «segreto» della «verità» di Auschwitz «giace nel silenzio».8
Secondo questa prospettiva, comprendere razionalmente l'Olocausto equivale a negarlo, perché la ragione nega l'unicità e il mistero dell'Olocausto; metterlo poi a confronto con le sofferenze di altri costituisce, secondo Wiesel, «un completo tradimento della storia ebraica».9 Qualche anno fa, nella parodia di un tabloïd newyorkese apparve il titolo «Michael Jackson e altri sessanta milioni di persone muoiono in un olocausto nucleare», che suscitò un'irata protesta di Wiesel sulla pagina delle lettere al direttore: «Come osano riferirsi a ciò che è accaduto ieri come a un Olocausto? C'è stato un solo Olocausto [...]». Nel suo nuovo libro di memorie, a riprova del fatto che la vita può anche imitare la parodia, Wiesel bacchetta Shimon Peres per aver parlato «senza esitazione dei "due olocausti del ventesimo secolo: Auschwitz e Hiroshima. Non avrebbe dovuto».10 Uno dei pistolotti finali favoriti di Wiesel è che «l'universalità dell'Olocausto sta nella sua unicità».11 Ma se è incomparabilmente e incomprensibilmente unico, come è possibile che l'Olocausto abbia una dimensione universale?
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Il dibattito sull'unicità dell'Olocausto è sterile e in realtà l'insistenza sulla sua unicità ha finito col costituire una forma di «terrorismo intellettuale» (Chaumont). Coloro che mettono in pratica le normali procedure comparative della ricerca scientifica devono prima chiedere mille e una sospensiva per cautelarsi dall'accusa di «banalizzare l'Olocausto».12
Un corollario del dogma sull'unicità dell'Olocausto è che esso è il male nella sua unicità: per quanto terribile, la sofferenza di un altro popolo non si può neppure paragonare a esso. I sostenitori dell'unicità dell'Olocausto si rifiutano ovviamente di ammettere questa implicita conseguenza, ma si tratta di una posizione in malafede.13
Queste dichiarazioni di unicità dell'Olocausto sono sterili dal punto di vista intellettuale e indegne da quello morale, eppure persistono. Il punto è capire perché. In primo luogo, una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male unico dell'Olocausto, secondo Jacob Neusner, non soltanto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri, ma concede loro anche una «rivendicazione nei confronti di questi altri». Per Edward Alexander, l'unicità dell'Olocausto è un «capitale morale» e gli ebrei devono «rivendicare la sovranità» su questo «patrimonio prezioso».14
In effetti, l'unicità dell'Olocausto (questa «rivendicazione» nei confronti dì altri, questo «capitale morale») [72] serve a Israele come alibi. «La singolarità della sofferenza degli ebrei» sostiene lo storico Peter Baldwin «aumenta le rivendicazioni morali ed emotive che Israele può avanzare [...] nei confronti di altre nazioni.»15 Di conseguenza, secondo Nathan Glazer, l'Olocausto, che ha messo in evidenza il «tratto distintivo peculiare degli ebrei» ha dato loro «il diritto di considerarsi particolarmente minacciati e particolarmente meritevoli di ogni sforzo possibile per la loro salvezza»16 (il corsivo è nell'originale). Per fare un esempio classico, qualunque articolo o libro dedicato alla decisione israeliana di mettere a punto armi nucleari evoca lo spettro dell'Olocausto.17 Quasi che, se l'Olocausto non fosse avvenuto, Israele non sarebbe diventata una potenza nucleare.
C'è in gioco un altro fattore. La rivendicazione dell'unicità dell'Olocausto è una rivendicazione dell'unicità degli ebrei. Non la sofferenza degli ebrei, ma il fatto che gli ebrei hanno sofferto è quello che ha reso unico l'Olocausto. Oppure: l'Olocausto è speciale perché gli ebrei sono speciali. Perciò Ismar Schorsch, segretario del Jewish Theological Seminary, ridicolizza l'affermazìone di unicità dell'Olocausto come «una versione secolare e di cattivo gusto dell'ideologia del popolo eletto».18 Veemente nell'affermare l'unìcìtà dell'Olocausto, Elie Wiesel lo è altrettanto nel rivendicare quella degli ebrei. «Tutto quello che ci riguarda è diverso.» Gli ebrei sono «ontologicamente» eccezionali.19 Se[73]gnando l'apice di un odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei, l'Olocausto ha testimoniato non soltanto l'unicità della sofferenza degli ebrei, ma l'unicità degli ebrei stessi.
Durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, dice Novick, «quasi nessuno all'interno dell'amministrazione [americana] - e quasi nessuno al di fuori di essa, ebreo o non ebreo - avrebbe capito l'espressione "abbandono degli ebrei"». Dopo il giugno 1967 si verificò un capovolgimento di prospettiva. «Il silenzio del mondo», «l'indifferenza del mondo», «l'abbandono degli ebrei»: queste espressioni divennero l'ingrediente di base del discorso sull'Olocausto.20
Facendo proprio un principio sionista, la rappresentazione dell'Olocausto giunse a considerare la Soluzione Finale di Hider come l'apice dell'odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei: gli ebrei erano morti perché i gentili, che fossero esecutori materiali o collaboratori passivi, li volevano morti. «Il mondo libero e "civile"», secondo Wiesel, consegnò gli ebrei «nelle mani dei loro carnefici. Ci furono gli assassini - i killer - e ci furono quelli che rimasero in silenzio».21 È inutile cercare qualche prova storica di tale impulso omicida dei gentili. Lo sforzo titanico di Daniel Goldhagen di dimostrare una variante di questa affermazione in Hitler's Willing Executioners [I volonterosi carnefici di Hitler] sfiora il ridicolo.22 Comunque, la sua utilità politi[74]ca è considerevole. Si potrebbe incidentalmente notare che la teoria dell'«antisemitismo eterno» finisce col sostenere l'antisemitismo. Come dice Hannah Arendt in The Origins of Totalitarism [Le origini del totalitarismo]: «Non meraviglia che la storiografia antisemita abbia professionalmente adottato tale teoria; essa fornisce infatti il miglior alibi possibile per ogni orrore: se è vero che l'umanità non ha mai smesso di ammazzare ebrei, vuol dire che l'uccisione di ebrei è una normale occupazione umana e l'odio per essi una reazione che non occorre neppure giustificare. Quel che sorprende e confonde è che questa ipotesi sia stata accettata da parte di moltissimi storici non prevenuti e di quasi tutti gli storici ebrei».23
Il dogma dell'odio eterno dei gentili è stato utile tanto per giustificare la necessità di uno Stato ebraico quanto per rendere conto dell'ostilità rivolta contro Israele. Lo Stato ebraico è l'unico baluardo contro la prossima, e inevitabile, esplosione di antisemitismo omicida; viceversa, l'antisemitismo omicida sta dietro ogni attacco o anche ogni manovra difensiva contro lo Stato ebraico. Per rendere conto delle critiche nei confronti d'Israele, la scrittrice Cynthia Ozick ha la risposta pronta: «Il mondo vuole cancellare gli ebrei [...] il mondo ha sempre voluto cancellare gli ebrei».24 Se il mondo vuole vedere morti gli ebrei, c'è davvero da stupirsi del fatto che essi siano vivi e che, diversamente[75] dalla maggior parte dell'umanità, non stiano proprio morendo di fame.
Questo dogma ha anche dato carta bianca a Israele: vista la ferrea determinazione dei gentili nell'uccidere gli ebrei, questi hanno tutti i diritti di proteggersi come meglio credono. Qualunque espediente a cui possano ricorrere gli ebrei, perfino l'aggressione e la tortura, costituisce una legittima difesa. Nel deplorare il dogma dell'odio eterno dei gentili, Boas Evron osserva che «equivale davvero a un'educazione alla paranoia [...] Questa mentalità [...] giustifica in anticipo qualsiasi trattamento inumano dei non ebrei, perché la mitologia prevalente è che «tutti collaborarono con i nazisti nella distruzione degli ebrei, e dunque agli ebrei è permessa qualsiasi cosa nei confronti degli altri popoli».25
Nella rappresentazione dell'Olocausto, l'antisemitismo dei gentili non è solo inestirpabile, ma anche e sempre irrazionale. Superando di molto le posizioni classiche del sionismo, per non parlare di quelle del mondo accademico, Goldhagen spiega l'antisemitismo come «svincolato dagli ebrei in quanto tali», «sostanzialmente non una reazione a una valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei» e «indipendente dalla natura e dal comportamento degli ebrei». Patologia mentale dei gentili, ha il suo «dominio» nella «mente». Guidati da «argomenti irrazionali», secondo Wiesel, gli antisemiti «detestano il [76] semplice fatto che gli ebrei esistono».26 «Non solo le azioni e le omissioni degli ebrei non hanno nulla a che fare con l'antisemitismo» osserva criticamente il sociologo John Murray Cuddihy «ma qualunque tentativo di spiegarlo facendo riferimento al ruolo degli ebrei è di per sé un'affermazione di antisemitismo!» (il corsivo è nell'originale)27. II punto centrale, naturalmente, non è che l'antisemitismo sia giustificabile, né che gli ebrei siano responsabili dei crimini commessi contro di loro, ma che l'antisemitismo si sviluppa in un contesto storico preciso, con il suo intreccio di interessi connessi. «Una minoranza dotata, ben organizzata e di successo può ispirare conflitti che derivano da oggettive tensioni tra gruppi» sottolinea Ismar Schorsch, per quanto tali conflitti siano «spesso confezionati in stereotipi antisemiti.»28
L'essenza irrazionale dell'antisemitismo dei gentili viene inferita dall'essenza irrazionale dell'Olocausto. Vale a dire che la Soluzione Finale di Hitler rivelava un' assenza del tutto unica di razionalità: era «male per il gusto del male», omicidio di massa «privo di scopo»; la Soluzione Finale segnò il culmine dell'antisemitismo dei gentili, dunque l'antisemitismo dei gentili è sostanzialmente irrazionale. Prese separatamente o insieme, queste affermazioni non reggono neanche a un esame superficiale. Ma da un punto di vista politico, si tratta di un'argomentazione molto utile.29
Nel concedere una totale innocenza agli ebrei, il [77] dogma dell'Olocausto conferisce a Israele e alla comunità ebraica americana l'immunità da ogni legittima censura. L'ostilità degli arabi e quella degli afroamericani? «In sostanza non sono una reazione a una valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei». (Goldhagen)30 Si consideri Wiesel sulle persecuzioni degli ebrei: «Per duemila anni [...] siamo sempre stati minacciati [...] Perché? Non c'è una ragione». Sull'ostilità degli arabi nei confronti d'Israele: «A causa di ciò che siamo, di quello che la nostra patria, Israele, rappresenta (il centro della nostra vita, il sogno dei nostri sogni), quando i nostri nemici cercano di distruggerci, lo fanno cercando di distruggere Israele». Sull'ostilitá dei neri nei confronti degli ebrei americani: «Il popolo che ha tratto ispirazione da noi non ci ringrazia ma ci si rivolta contro. Ci troviamo in una situazione molto pericolosa. Ancora una volta siamo il capro espiatorio per tutti [...] Abbiamo aiutato i neri, li abbiamo sempre aiutati. Provo dispiacere per loro. C'è una cosa che dovrebbero imparare da noi ed è la gratitudine. Nessun popolo al mondo conosce la gratitudine meglio di noi; noi siamo eternamente grati».31 Sempre puniti, sempre innocenti: è il fardello dell'essere ebreo.32
Il dogma dell'odio eterno dei gentili convalida inoltre il dogma complementare dell'unicità. Se l'Olocausto ha segnato l'apice dell'odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei, la persecuzione di non ebrei [78] nel corso dell'Olocausto fu puramente accidentale, così come furono soltanto episodiche le persecuzioni di non ebrei nel corso della storia. Quindi, da qualunque punto la si osservi, la sofferenza degli ebrei nell'Olocausto fu unica.
In ultima analisi, la loro sofferenza fu unica perché loro stessi sono unici. L'Olocausto fu unico in quanto non razionale e il suo impeto fu la più irrazionale, anche se umanissima, delle passioni. I gentili odiavano gli ebrei per una questione d'invidia, di gelosia: ressentiment. Secondo Nathan e Ruth Ann Perlmutter, l'antisemitismo nacque dalla «gelosia e [dal] risentimento dei gentili dovuti al fatto che negli affari gli ebrei erano migliori dei cristiani [...] Un piccolo numero di ebrei di successo irritava un gran numero di gentili di scarso successo».33 Per quanto in negativo, l'Olocausto conferma quindi che gli ebrei erano gli eletti: dal momento che sono migliori, o hanno più successo, vanno incontro all'ira dei gentili, che per questo li hanno uccisi.
In una breve digressione, Novick si interroga su «come sarebbe stato il discorso sull'Olocausto in America» se Elie Wiesel non ne fosse stato il suo «interprete principale».34 La risposta è abbastanza semplice: prima del giugno 1967, tra gli ebrei americani risuonava il messaggio universalista del sopravvissuto ai campi di sterminio Bruno Bettelheim. Dopo la guerra dei Sei Giorni, Bettelheim fu messo da parte a favore di Wiesel, la [79] cui posizione di primo piano deriva dalla sua utilità ideologica. Unicità della sofferenza degli ebrei/unicità degli ebrei; eterna colpevolezza dei gentili/eterna innocenza degli ebrei; difesa incondizionata d'Israele/difesa incondizionata degli interessi degli ebrei: Elie Wiesel è l'Olocausto.
Nel declinare i dogmi chiave dell'Olocausto, gran parte della letteratura sulla Soluzione Finale di Hitler perde ogni valore scientifico; non per niente, quel campo di studi è zeppo di assurdità, se non di vere e proprie frodi. Il milieu culturale che alimenta questa letteratura è particolarmente illuminante.
La prima grande truffa sull'Olocausto fu The Painted Bird [L'uccello dipinto], dell'emigrato polacco Jerzy Kosinski.35 L'autore spiega che il libro fu «scritto in inglese» in modo che «io potessi esprimermi spassionatamente, libero dalla connotazione emotiva che è insita nella lingua d'origine». In realtà, tutte le parti davvero di suo pugno (quali fossero precisamente è questione irrisolta) vennero stese in polacco. Il libro venne spacciato come il racconto autobiografico delle solitarie peregrinazioni di Kosinski bambino attraverso la campagna polacca durante la Seconda guerra mondiale, ma in realtà per tutto il conflitto lui visse con i genitori. Il leitmotiv del volume sono le sadiche torture sessuali inflitte dai contadini polacchi. Chi lesse il testo prima [80] della pubblicazione lo derise come «pornografia della violenza» e «il prodotto di una mente con ossessioni per la violenza sadomasochistica». In effetti, Kosinski s'inventò quasi tutti gli episodi di violenza patologica che narra e il libro dipinge i contadini polacchi con i quali viveva come violentemente antisemiti. «Dagli al giudeo» scherzano beffardi «dagliele a quei bastardi.» In realtà, i contadini polacchi diedero ospitalità alla famiglia Kosinski, pur essendo perfettamente consapevoli del fatto che i Kosinski erano ebrei e delle terribili conseguenze che avrebbero dovuto affrontare se fossero stati scoperti.
Sulla «New York Times Book Review», Elie Wiesel salutò The Painted Bird come «uno dei migliori» atti d'accusa dell'era nazista, «scritto con sincerità e sensibilità profonde». Più tardi Cynthia Ozick disse di avere «immediatamente» riconosciuto l'autenticità di Kosinski come «ebreo sopravvissuto e testimone dell'Olocausto». Quando già da tempo Kosinski era stato smascherato come abile truffatore letterario, Wiesel continuò a tessere elogi della sua «opera meritevole».36
The Painted Bird divenne un testo di riferimento per l'Olocausto: vendette moltissimo, vinse premi, venne tradotto in molte lingue e fu adottato come libro di lettura nelle scuole superiori e nei college. Nel compiere i suoi giri di conferenze sull'Olocausto, Kosinski si autodefinì un «Elie Wiesel a tariffe scontate». (Quelli che [81] non potevano permettersi l'onorario di una conferenza di Wiesel - il «silenzio» non è a buon mercato - si rivolgevano a lui.) Pur smascherato alla fine dall'inchiesta di un settimanale, fu ancora fermamente difeso dal «New York Times», che sostenne che Kosinski era vittima di un complotto comunista.37
Un libro-truffa più recente, Fragments [Frantumi: un infanzia 1939-1948], di Binjamin Wilkomirski ,38 adotta indiscriminatamente il kitsch di The Painted Bird. Come Kosinski, Wilkomirski ritrae se stesso nei panni di un bambino solo, sopravvissuto all'Olocausto, che diventa muto, finisce in un orfanotrofio e solo alla fine scopre di essere ebreo. Come in The Painted Bird, l'idea-guida narrativa è la voce sommessa di un bambino, a cui si consente anche di lasciare nel vago i riferimenti temporali e i nomi di luogo. Come in The Painted Bird, ogni capitolo di Fragments culmina in un'orgia di violenza. Kosinski spiegava The Painted Bird come «il lento scongelamento della mente», Wilkomirski definisce Fragments come «memoria ritrovata».39
Per quanto sia una mistificazione in piena regola, Fragments rappresenta l'archetipo dei libri di memorie sull'Olocausto, in primo luogo perché è ambientato nei campi di concentramento, dove ogni guardia è un mostro di follia e sadismo che gode nel fracassare il cranio ai neonati ebrei. Eppure, la tradizione memorialistica dei campi di concentramento concorda con le afferma[82]zioni della dottoressa Ella Lingens-Reiner, reduce di Auschwitz: «Di sadici ce n'erano pochi: non più del cinque o dieci per cento».40 Tuttavia, l'onnipresente sadismo dei tedeschi appare soprattutto nella letteratura dell'Olocausto rendendo un duplice servizio: «documenta» l'irrazionalità unica dell'Olocausto come pure l'antisemitismo fanatico di coloro che lo perpetrarono.
La particolarità di Fragments sta nella sua descrizione della vita non durante ma dopo l'Olocausto. Adottato da una famiglia svizzera, il piccolo Binjamin deve patire nuovi supplizi, perché è intrappolato in un mondo di persone che negano l'Olocausto. «Dimenticalo: è un brutto sogno» strilla la madre. «È stato solo un brutto sogno [...] non devi pensarci più.» «In questo Paese» si arrabbia «tutti non fanno che dirmi che devo dimenticare, che non è mai successo, che l'ho soltanto sognato. Ma loro sanno tutto!»
Anche a scuola «i ragazzi mi indicano, mi mostrano i pugni e gridano: "È matto, quello che dice non esiste. Bugiardo! È un pazzo furioso, un demente"». (Detto tra noi: avevano ragione.) Nel prenderlo a pugni, nel canzonarlo urlandogli filastrocche antisemite, tutti i piccoli gentili si schierano contro il povero Binjamin, mentre gli adulti lo rimproverano aspramente: «Stai dicendo bugie!»
Trascinato alla disperazione più nera, Binjamin ha un'epifania dell'Olocausto . «II campo è ancora là, solo [83] che è nascosto e ben mimetizzato. Hanno gettato le uniformi e si sono messi vestiti eleganti in modo da non essere riconosciuti [...] Ma fate anche solo intuire loro che forse, chissà, siete ebrei e vedrete: è la stessa gente, ne sono sicuro. Possono ancora uccidere, anche senza uniforme.» Più che un omaggio al dogma dell'Olocausto, Fragments è la prova inconfutabile che perfino in Svizzera, nella Svizzera neutrale, tutti i gentili vogliono uccidere gli ebrei.
Fragments fu da molti salutato come un classico della letteratura dell'Olocausto: fu tradotto in una dozzina di lingue e vinse il Jewish National Book Award, il premio di «Jewish Quarterly» e il Prix de la Mémoire de la Shoah. Star dei documentari televisivi, presenza dominante a conferenze e seminari sull'Olocausto, personaggio pubblico impegnato nella raccolta di fondi per lo United States Holocaust Memorial Museum, Wilkomirski divenne in breve tempo un uomo-immagine dell'Olocausto.
Daniel Goldhagen, nell'acclamare Fragments come un «piccolo capolavoro», fu il principale sostenitore di Wilkomirski in ambito accademico. Comunque, storici di fama come Raul Hilberg ci misero poco a giudicare il libro un imbroglio. Fu Hilberg a porre le domande giuste dopo la scoperta della truffa: «Come è possibile che questo volume abbia circolato come libro di memorie in molte case editrici? Come può essere [84] valso al signor Wilkomirski inviti presso lo United States Holocaust Museum e presso università di fama? Come è possibile che non abbiamo un controllo della qualità degno di questo nome quando bisogna decidere della pubblicazione di testi sull'Olocausto?».41
Metà matto e metà saltimbanco, Wilkomirski, si scoprì, aveva trascorso in Svizzera tutto il periodo della guerra e non era nemmeno ebreo. Ma restano interessanti le parole pronunciate post factum da parte dell'industria dell'Olocausto:42
Arthur Samuelson (editore): «Fragments è un libro davvero riuscito [...] ed è un imbroglio solo se lo considerate non-fiction. In una collana di fiction lo ripubblicherei. E se quello che scrive non è vero, significa che è un bravo scrittore!»
Ma c'è di più. Israel Gutman è un dirigente
dello Yad Vashem e tiene conferenze sull'Olocausto alla Hebrew
University. È anche stato internato ad Auschwitz. Secondo
lui, che Fragments sia un imbroglio «non è
così importante». «Wilkomirski ha scritto una
storia che ha sentito nel profondo, questo è certo [...]
Non è un impostore, è uno che ha vissuto questa
storia fin dentro l'anima. Il dolore è autentico.»
Quindi non importa se abbia passato la guerra in un campo di concentramento
o in uno chalet svizzero: Wilkomirski non è un [85] impostore se il suo dolore
«è autentico». Così parla un sopravvissuto
ad Auschwitz diventato un esperto di Olocausto. Gli altri meritano
disprezzo, Gutman solamente pietà.
«The New Yorker» titolò il suo servizio sulla truffa di Wilkomirski Stealing the Holocaust [Rubare l'Olocausto]. Ieri Wilkomirski veniva acclamato per le sue storie sulla malvagità dei gentili, oggi viene messo in croce come un gentile malvagio. In ogni caso, è sempre colpa dei gentili. È certamente vero che Wilkomirski ha costruito il suo passato di persecuzioni, ma è ancora più vero che l'industria dell'Olocausto, edificata su un appropriazione indebita della storia a fini ideologici, era pronta per celebrare la falsificazione di Wilkomirski, un «sopravvissuto» all'Olocausto in attesa di essere scoperto.
Nell'ottobre 1999, l'editore tedesco di Wilkomirski, ritirando Fragments dalle librerie, ammise pubblicamente che l'autore non era un orfano ebreo ma uno svizzero di nome Bruno Doessecker. Informato del fatto che la montatura era stata scoperta, Wilkomirski tuonò con insolenza: «Binjamin Wilkomirski sono io!». Non più di un mese dopo, Schocken, l'editore americano, mise Fragments fuori catalogo.43
Si consideri ora la letteratura secondaria sull'Olocausto. Un segno rivelatore di questo genere di pubblicistica è lo spazio accordato al «complotto arabo». Benché, co[86]me afferma Novick, il Mufti di Gerusalemme non ebbe «alcuna parte significativa nell'Olocausto», l'Encyclopedia of tbe Holocaust [L'enciclopedia dell'Olocausto], un'opera in quattro volumi curata da Israel Gutman, gli assegna un «ruolo di primo piano». Il Mufti ha il suo nome in bella evidenza anche allo Yad Vashem, dove «il visitatore è portato a concludere» scrive Tom Segev, «che i piani nazisti di sterminio degli ebrei e l'odio arabo nei confronti d'Israele hanno molto in comune». Commentando una commemorazione di Auschwitz officiata da rappresentanti del clero di tutte le religioni, Wiesel. sollevò obiezioni solamente alla presenza di un qadi musulmano: «Vogliamo dimenticarci [...] del Mufti Hajj Amin el-Husseini di Gerusalemme, l'amico di Heinrich Himmler?» Tra l'altro, se il Mufti è stato una figura così centrale nella Soluzione Finale, c'è da chiedersi perché Israele non l'abbia trascinato in tribunale, come fece con Eichmann: dopo la guerra, il Mufti visse a un passo da Israele, in Libano, e senza nascondersi.44
Fu soprattutto alla vigilia della sfortunata invasione del Libano del 1982, e quando i proclami della propaganda ufficiale israeliana finirono sotto il pesante attacco dei «nuovi storici» israeliani, che i difensori cercarono disperatamente di fare un solo fascio di arabi e nazisti. Il famoso storico Bernard Lewis riuscì a dedicare al nazismo arabo un intero capitolo della sua breve storia dell'antisemitismo e ben tre pagine della sua «breve [87] storia degli ultimi duemila anni» del Medio Oriente. All'estremo opposto, quello progressista, Michael Berenbaum, del Washington Holocaust Memorial Museum, concesse generosamente che «le pietre lanciate dai giovani palestinesi infuriati dalla presenza israeliana [...] non stanno sullo stesso piano dell'attacco nazista contro civili ebrei inermi».45
La bizzarria più recente sull'Olocausto è il libro di Daniel Jonah Goldhagen, Hitler's Willing Executioners. Tutti i più importanti giornali d'opinione pubblicarono una o più recensioni del volume nelle settimane in cui uscì in libreria. Il «New York Times» gli concesse ampio spazio e lo acclamò come «uno di quei rari nuovi libri che meritano l'appellativo di pietra miliare» (Richard Bernstein). Forte del mezzo milione di copie vendute e delle traduzioni in tredici lingue, HitIer's Wiling Executioners venne salutato da «Time» come il libro «di cui si parla di più» e il secondo miglior saggio dell'anno.46
Sottolineando il «notevole lavoro di ricerca» e la «profusione di prove [...] sostenuta da una mole impressionante di documenti e fatti», Elie Wiesel celebrò Hitler's Willing Executioners come un «contributo determinante per la comprensione e l'insegnamento dell'Olocausto». Israel Gutman lo elogio per «aver sollevato con chiarezza nuovi fondamentali problemi» che «la maggior parte degli studi sull'Olocausto» aveva ignorato. Chiamato a coprire la cattedra di storia dell'Olo[88]causto alla Harvard University47, elevato allo stesso rango di Wiesel dai media americani, in breve tempo Goldhagen divenne omnipresente nel sistema propagandistico dell'Olocausto.
La tesi centrale del libro è il dogma dell'Olocausto nella versione più diffusa: trascinato da un odio patologico, il popolo tedesco approfittò dell'opportunità offerta da Hitler per uccidere gli ebrei. Anche Yehuda Bauer, scrittore di punta dell'Olocausto, dirigente dello Yad Vashem e con un incarico alla Hebrew University, ha abbracciato questo dogma. Molti anni fa, riflettendo sull'atteggiamento mentale dei tedeschi, scrisse: «Gli ebrei furono uccisi da persone che per la maggior parte non provavano odio verso di loro [...] I tedeschi non avevano bisogno di odiare gli ebrei per ammazzarli». Eppure, in una recente recensione al libro di Goldhagen, Bauer ha sostenuto l'esatto contrario: «Dalla fine degli anni Trenta in poi, la scena fu dominata dalle forme più radicali di tendenze omicide [...] A partire dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, la stragrande maggioranza dei tedeschi si era identificata con il regime e con la sua politica antisemita a un punto tale che reclutare gli assassini era facile». A chi gli fece notare questa discrepanza, Bauer rispose: «Non vedo alcuna contraddizione tra queste due affermazioni».48
Nonostante sfoggi l'apparato di un saggio accademi[89]co, Hitler's Willing Executioners si riduce a poco più di un campionario di violenza sadica. Non c'è dunque da stupirsi che Goldhagen abbia difeso Wilkomirski a spada tratta: Hitler's Willing Executioners non è che Fragments con l'aggiunta delle note a piè di pagina. Zeppo di grossolani errori di interpretazione delle fonti e di contraddizioni interne, Hitler's Willing Executioners è privo di valore scientifico. In A Nation on Trial [Una nazione sotto processo], Ruth Bettina Birn e chi scrive hanno documentato la pochezza dell'opera di Goldhagen. La successiva controversia ha gettato utilmente luce sul funzionamento dell'industria dell'Olocausto.
Birn, la maggiore autorità riconosciuta a livello mondiale sugli archivi consultati da Goldhagen, dapprima pubblicò i suoi rilievi critici sull'«Historical journal» di Cambridge. Rifiutando l'invito della rivista a confutare le tesi della studiosa, Goldhagen si rivolse invece a un potentissimo studio legale di Londra perchè citasse «per le molte gravi calunnie» Birn e la Cambridge University Press. Nell'avanzare una formale richiesta di scuse, di una ritrattazione e della promessa da parte di Bim che non avrebbe ripetuto le sue critiche, gli avvocati di Goldhagen minacciarono inoltre che «qualunque forma di pubblicità che lei darà a questa lettera comporterà un ulteriore aggravio dei danni».
Quando le analoghe critiche del sottoscritto furono pubblicate sulla «New Left: Review», Metropolitan, una [90] casa editrice del gruppo Henry Holt, acconsentì a pubblicare i due saggi riuniti in un volume. In un articolo di prima pagina, il «Forward» avvertiva che Metropolitan si stava «preparando a pubblicare un libro di Norman Finkelstein, noto oppositore ideologico dello Stato d'Israele». Il «Forward» riveste il ruolo di guardiano principale della «correttezza (politica) sull'Olocausto» negli Stati Uniti.
Sostenendo che «gli evidenti pregiudizi e le dichiarazioni temerarie di Finkelstein [...] sono infettati dalla sua posizione antisionista», Abraham Foxman, capo dell'ADL, invitò Holt a sospendere la pubblicazione del libro: «La questione [...] non è se la tesi di Goldhagen sia giusta o sbagliata, ma che cosa sia "critica legittimá" e che cosa sia inaccettabile». «La questione» fu la risposta di Sara Bershtel, condirettore editoriale di Metropolitan, «è precisamente se la tesi di Goldhagen sia giusta o sbagliata.»
Leon Wieseltier, responsabile della sezione letteraria del filoisraeliano «New Republic», intervenne personalmente presso il presidente del gruppo Holt, Michael Naumann. «Lei non conosce Finkelstein: è veleno, è uno di quei disgustosi ebrei odiatori di se stessi, un verme.» Nel definire «una disgrazia» la decisione della Holt, Elan Steinberg, segretario del Congresso Mondiale Ebraico, commentò: «Se hanno voglia di rovistare nella spazzatura, che almeno indossino tute protettive».
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In seguito Naumann ricordò: «Non avevo mai visto un simile tentativo, da parte di una fazione interessata, di gettare pubblicamente un'ombra su un libro in fase di pubblicazione». Tom Segev, noto storico e giornalista israeliano, osservò su «Haaretz» che quella campagna sfiorava il «terrorismo culturale».
In qualità di storico responsabile della Sezione crimini di guerra e crimini contro l'umanità del Canadian Department of justice, Birn venne subito attaccata dalle organizzazioni ebraiche canadesi. Sostenendo che io ero «detestato dalla stragrande maggioranza degli ebrei di questo continente», il Canadian Jewish Congress denunciò la collaborazione di Birn al libro. Tentando di utilizzare il datore di lavoro di Birn per esercitare pressione su di lei, il CJC presentò una protesta al Dipartimento di Giustizia. Questa azione, accompagnata da un rapporto ispirato dal CJC che definiva Birn «un membro della razza che ha perpetrato l'Olocausto» (è nata in Germania), le valse un'indagine ufficiale.
Persino dopo la pubblicazione del libro, gli attacchi personali non cessarono. Goldhagen sostenne che Birn, che ha fatto della caccia ai criminali di guerra nazisti la ragione della sua vita, era una sostenitrice dell'antisemitismo e che io ero dell'opinione che le vittime del nazismo, compresa tutta la mia famiglia, meritavano di morire.49 Stanley Hoffmann e Charles Maier, colleghi di Goldhagen all'Harvard Center for Euro[92]pean Studies, presero pubblicamente posizione schierandosi al suo fianco.50
Definendo una «fandonia» le accuse di censura, «New Republic» replicò che «tra censurare e mantenere standard di decenza storiografica c'è differenza». A Nation on Trial ha ricevuto apprezzamenti da storici di chiara fama dell'Olocausto nazista, tra i quali Raul Hilberg, Christopher Browning e Ian Kershaw. Questi stessi studiosi non hanno apprezzato il libro di Goldhagen (Hilberg l'ha definito «di nessun valore»). Questo per rispondere a «New Republic» e ai suoi standard.
Si consideri infine questo schema: Wiesel e Gutman hanno sostenuto Goldhagen; Wiesel ha sostenuto Kosinski; Gutman e Goldhagen hanno sostenuto Wilkomirski. Mettete insieme i giocatori: questa è la letteratura dell'Olocausto.
Nonostante tutto il sensazionalismo, non c'è prova che coloro che negano l'esistenza dell'Olocausto esercitino negli Stati Uniti più influenza di chi sostiene che la Terra è piatta. Se si considera il profluvio di sciocchezze prodotto quotidianamente dall'industria dell'Olocausto, c'è da stupirsi che gli scettici siano così pochi. Il motivo che sta dietro alla denuncia del presunto diffondersi del negazionismo dell'Olocausto è facilmente comprensibile: in una società saturata dall'Olocausto, come meglio giustificare l'ennesimo museo, libro, film e programma se non agitando lo spauracchio della negazio[93]ne? Per questo motivo l'acclamato libro di Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust [Negare l'Olocausto],51 insieme ai risultati di un'indagine mal formulata dell'AJC che sosteneva il diffondersi della negazione,52 furono pubblicati proprio mentre il Washington Holocaust Memorial Muscum apriva i battenti.
Denying the Holocaust riesce se non altro ad aggiornarci su quali siano i libelli del «nuovo antisemitismo». Per documentare la diffusione del negazionismo, Lipstadt cita infatti un piccolo numero di pubblicazioni strambe. Il suo pezzo forte è Arthur Butz, un emerito sconosciuto che insegna ingegneria elettrica alla Northwestern University e che ha pubblicato il suo lìbro, The Hoax of the Twentieth Century [La truffa del ventesimo secolo], presso un'oscura casa editrice. Lipstadt intitola il capitolo che lo riguarda «Dentro la tradizione». Non fosse per studiosi come Lipstadt, non avremmo mai sentito parlare di Arthur Butz.
In verità, l'unico, vero negatore tradizionale dell'Olocausto è Bernard Lewis. Un tribunale francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo che Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano.53 Di conseguenza, questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d'Israele; di [94] conseguenza, fare menzione di un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg, come pure l'AJC e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo israeliano, avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche, unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece personalmente pressione su altri perché non partecipassero.54 Agendo su ordine d'Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli armeni nel Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono l'istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno.55
Mettere in discussione la testimonianza di un sopravvissuto, denunciare il ruolo degli ebrei collaborazionisti, far presente che i tedeschi soffrirono sotto il bombardamento di Dresda o che nel corso della Seconda guerra mondiale altri Stati oltre la Germania commisero crimini: tutto ciò, secondo Lipstadt, equivale a negare l'Olocausto.56 Allo stesso modo, asserire che Wiesel ha tratto profitto dall'industria dell'Olocausto, o anche soltanto mettere in discussione le sue parole, equivale a negare l'Olocausto.57
Le forme più «insidiose» di negazione dell'Olocausto, suggerisce Lipstadt, sono i «paragoni immorali», [95] vale a dire le negazioni dell'unicità dell'Olocausto.58 Questo argomento ha conseguenze interessanti. Daniel Goldhagen sostiene che le azioni serbe in Kosovo «sono, nella loro sostanza, diverse solamente nelle proporzioni da quelle dei nazisti».59 La qual cosa farebbe «in sostanza» di Goldhagen un negatore dell'Olocausto. In verità, i commentatori israeliani indipendentemente dall'appartenenza politica paragonarono le azioni della Serbia in Kosovo a quelle degli israeliani contro i palestinesi nel 1948.60
Dunque, secondo il ragionamento di Goldhagen, Israele perpetrò un olocausto. Nemmeno i palestinesi lo sostenevano più.
Non tutta la letteratura revisionista, per quanto volgari possano essere la politica o le motivazioni di chi la pratica, è inutile. Lipstadt bolla David Irving come «uno dei più pericolosi portavoce della negazione dell'Olocausto» (Irving ha perso qualche tempo fa a Londra una causa per diffamazione innescata da questa e altre affermazioni). Ma Irving, notorio ammiratore di Hìtler e simpatizzante del nazionalsocialismo tedesco, ha nondimeno - sottolinea Gordon Craig - dato un contributo «fondamentale» alla nostra conoscenza della Seconda guerra mondiale. Arno Mayer, nel suo importante studio sull'Olocausto nazista, e Raul Hilberg fanno riferimento a pubblicazioni che negano l'Olocausto. «Se queste persone vogliono dire qualcosa, lasciatele fare» dice Hilberg. «Fanno in modo che quelli di noi che [96] fanno ricerca riprendano in esame ciò che avrebbero potuto considerare ovvio. E per noi è utile.»61
I giorni della Memoria dell'Olocausto sono un evento nazionale: tutti e cinquanta gli Stati americani organizzano commemorazioni, che spesso si tengono nelle aule dei parlamenti. L'Association of Holocaust Organizations conta oltre cento istituzioni legate all'Olocausto negli Stati Uniti, sul cui territorio esistono sette grandi musei dell'Olocausto. Il nucleo centrale è lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington.
La prima domanda è perché dobbiamo avere nella capitale un museo dell'Olocausto finanziato e diretto dall'autorità federale. La sua presenza sul Washington Mall risulta particolarmente incoerente, vista l'assenza di un museo che commemori i crimini perpetrati durante la storia americana. Immaginate quali lamenti e accuse d'ipocrisia si leverebbero in America se in Germania decidessero di costruire un museo nazionale a Berlino per commemorare non l'Olocausto nazista, ma lo schiavismo americano oppure il genocidio dei nativi americani.62
Il museo «cerca meticolosamente di astenersi da ogni tentativo di indottrinamento» ha scritto il suo ideatore «e da ogni manipolazione delle emozioni e dei sentimenti». Eppure, dal progetto fino alla sua realizza[97]zione, la storia del museo è una storia politica.63 Con una campagna per la rielezione all'orizzonte, Jimmy Carter diede il via al progetto per placare finanziatori e sostenitori ebrei, irritati dal riconoscimento da parte del presidente dei «legittimi diritti» dei palestinesi. Il presidente della Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane, il rabbino Alexander SchindIer, deplorò il riconoscimento da parte di Carter dei diritti umani dei palestinesi come un'iniziativa «scandalosa». Carter annunciò il progetto del museo mentre il Primo ministro Menachem Begin si trovava in visita a Washington e il Congresso era nel pieno di una dura battaglia circa la proposta da parte del governo di vendere armi all'Arabia Saudita. Ma una visita al museo evidenzia altre questioni politiche: l'allestimento mette la sordina all'origine cristiana dell'antisemitismo europeo in modo da non offendere una consistente forza elettorale, minimizza la discriminazione delle quote d'immigrazione americane prima della guerra, esagera il ruolo statunitense nella liberazione dei campi di concentramento e passa sotto silenzio il massiccio reclutamento, da parte degli americani, di criminali di guerra nazisti alla fine del conflitto. Il messaggio dominante, nel museo, è che «noi» non potremmo neppure concepire, tanto meno commettere, simili malvagità. L'Olocausto «è in aperta contraddizione con lo spirito americano» osserva Michael Beren[98]baum nella guida al museo. «Nella [sua] perpetrazione vediamo la violazione di ogni valore fondamentale per l'America.» Alla fine, con le scene degli ebrei sopravvissuti che cercano di entrare in Palestina, il museo dell'Olocausto esprime la tesi sionista, secondo cui Israele fu la «risposta appropriata al nazismo».64
La politicizzazione ha inizio ben prima che si varchi la soglia del museo. La sua sede è in Raoul Wallenberg Place. Wallenberg era un diplomatico svedese, onorato perché salvò migliaia di ebrei e finì i suoi giorni in una prigione sovietica. Un altro svedese, il conte Folke Bernadotte, non ha ricevuto gli stessi onori perché, pur avendo anche lui salvato migliaia di ebrei, venne ucciso per ordine dell'ex Primo ministro israeliano Yitzak Shamir in quanto troppo «filoarabo».65
Il punto cruciale della politica del museo dell'Olocausto, comunque, riguarda l'oggetto di quest'opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime dell'Olocausto oppure contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste?66 Durante le fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad Vashem) condusse l'offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei. Presentato come l'«esperto incontestabile dell'epoca dell'Olocausto», Wiesel sostenne tenacemente la tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno cominciato con gli ebrei» intonò «e come [99] sempre, non si sono fermati agli ebrei.»67 Eppure, non gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma gli handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti.68
Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli zingari é stata l'impresa più difficile per l'Holocaust Museum. I nazisti uccisero sistematicamente non meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del genocidio degli ebrei.69 Gli scrittori dell'industria dell'Olocausto come Yehuda Bauer ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma rispettati storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il contrario.70
Dietro la scarsa attenzione prestata al genoddio degli zingari da parte del museo si nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di un ebreo e quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il rabbino Seymour Siegel, direttore generale dell'organizzazione, mise in dubbio persino la stessa «esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha peraltro ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire». Edward Linenthal ricorda il «profondo sospetto» dei [100] rappresentanti zingari nei confronti dell'Holocaust Memorial Council, «rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la partecipazione dei Rom al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti non invitati e imbarazzanti».71
Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la perdita dell'esclusiva degli ebrei sull'Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale morale». Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo, allora l'assioma che l'Olocausto ha segnato il culmine dell'odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l'invidia dei gentili ha spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella parte del museo dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un riconoscimento solamente simbolico.72
Infine, l'agenda politica del museo dell'Olocausto ha subito anche l'influenza del conflitto tra israeliani e palestinesi. Prima di diventare direttore del museo, Walter Reich ha scritto un peana in onore di From Time Immemorial [Da tempo immemorabile], il fraudolento libro dove Joan Peters sostiene che la Palestina, prima della colonizzazione sionista, era completamente vuota.73 Sotto pressioni del Dipartimento di Stato, Reich è stato costretto a dare le dimissioni dopo essersi rifiutato di invitare Yasser Arafat, nel frattempo divenuto alleato compiacente degli Stati Uniti, a visitare il museo. In seguito, dopo avere accettato una posizione da vicedirettore, il teologo dell'Olocausto John Roth é stato portato per esasperazione alle dimissioni a causa delle critiche che in passato aveva rivolto a Israele. Nel ripudiare un libro originariamente sostenuto dal museo con la spiegazione che comprendeva un capitolo firmato da Benny Morris, un noto storico israeliano critico nei confronti d'Israele, il presidente del museo, Miles Lerman, ha dichiarato: «Mettere questo museo sul fronte opposto d'Israele è inconcepibile».74
Sulla scia dei terribili attacchi israeliani al Libano nel 1996, culminati nel massacro di oltre cento civili a Qana, Ari Shavit, editorialista di «Haaretz», osservò che Israele poteva agire impunemente perché «abbiamo l'Anti-Defamation League e lo Yad Vashem e il museo dell'Olocausto».75