AAARGH

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Norman Finkelstein, L'industria dell'Olocausto, 2002,

capitolo 2 - Note ­

1. Boas Evron, Holocaust. The Uses of Disaster, in «Radical America», luglio-agosto 1983, 15.


2. Sulla distinzione tra letteratura sull'Olocausto e studi sull'Olocausto nazista si veda Finkelstein e Birn, Nation, parte prima, terza sezione .


3. Jacob Neusner (a cura di), Judaism in Cold War America, 1945-1990, II volume: In the Aftermath of the Holocaust, New York 1993, VIII .


4. David Stannard, Uniqueness as Denial in Alan Rosenbaum (a cura di), Is the Holocaust Unique?, Boulder 1996, 193 .


5. Jean-Michel Chaumont, La concurrence des victimes, Parigi 1997, 148-49. L'analisi del dibattito sull'«unicità dell'Olocausto» condotta da Chaumont è un tour de force. Eppure, la sua tesi portante non è convincente, almeno per quanto riguarda lo scenario americano. Secondo il autore, il fenomeno dell'Olocausto trae origine dalla tardiva ricerca, da parte degli ebrei sopravvissuti, di un riconoscimento pubblico per le sofferenze passate. Ma i sopravvissuti quasi non appaiono nella fase iniziale in cui l'Olocausto fu spinto sotto i riflettori .


6. Steven T. Katz, The Holocaust Context, Oxford 1994, 28, 58,60 .


7. Chaumont, La Concurrence, 137 .


8. Novick, The Holocaust, 200-1, 211-12. Wiesel, Against Silence, I volume, 158, 211, 239, 272; II volume, 62, 81, 111, 278, 293, 347, 371; III volume, 153, 243. Elie Wiesel, All Rivers Run to the Sea, New York 1995, 89. L'informazione sul cachet per una conferenza di Wiesel è stata fornita da Ruth Wheat, del Bnai Brith Lecture Bureau. «Le parole» secondo Wiesel. «sono una sorta di approccio orizzontale, mentre il silenzio ve ne offre uno verticale, in cui tuffarsi.» Wiesel si paracaduta nelle sue conferenze ?


9. Wiesel, Against Silence, III volume, 146 .


10. Wiesel, And the Sea, 95. Si confrontino questi due brani tratti da due articoli:

«Ken Livingstone, ex membro del Partito laburista, attualmente in corsa come indipendente per la carica di sindaco a Londra, ha irritato gli ebrei inglesi dicendo che il capitalismo globale è costato tante vittime quante la Seconda guerra mondiale. "Ogni anno il sistema finanziario internazionale uccide più persone di quanto abbia fatto la Seconda guerra mondiale, ma almeno Hitler era un pazzo, no?» [...] "È un insulto a tutti quelli che sono stati uccisi e perseguitati da HitIer" ha detto John Butterfill, membro conservatore del Parlamento. Butterfill ha aggiunto che l'accusa di Livingstone nei confronti del sistema finanziario globale sconfinava decisamente nell'antisemitismo.» (Livingstone's Words Anger Jews, in «International Herald Tribune», 13 aprile 2000).

«Il presidente cubano Fidel Castro ha accusato il sistema capitalistico di essere regolarmente la causa di morti in numero paragonabile alle vittime della Seconda guerra mondiale perché ignora i bisogni dei poveri. 'Ie immagini che vediamo di madri e bambini che soffrono la sete e altri flagelli nelle regioni africane richiamano alla mente quelle dei campi di concentramento della Germania nazista." Riferendosi ai processi per i crimini di guerra dopo la Seconda guerra mondiale, il leader cubano ha affermato: "Ci manca una Norimberga che giudichi l'ordine economico impostoci, grazie al quale ogni tre anni muoiono di fame e di malattie più uomini, donne e bambini di quanti ne sono morti nella Seconda guerra mondiale». [...]

A New York, Abraham Foxman, direttore nazionale dell'Anti-Defamation League, ha commentato [...]: "La povertà è una questione grave, dolorosa e forse mortale, ma non c'entra con l'Olocausto e i campi di c concentramento".» (John Rice, Castro Viciously Attacks Capitalism, in «Associated Press», 13 aprile 2000. )


11. Wiesel, Against Silence, III volume, 156, 160, 163, 177 .


12. Chaumont, La concurrence, 156. L'autore sottolinea efficacemente anche il fatto che sostenere la malvagità incomprensibile dell'Olocausto non può conciliarsi con l'affermazione per la quale i suoi esecutori erano del tutto normali (310) .


13. Katz, The Holocaust, 19, 22. «Pretendere che l'affermazione di unicità dell'Olocausto non sia una forma di odioso paragone produce sistematicamente delle acrobazie verbali», osserva Novick. «C'è qualcuno [...] che crede che l'affermazione di unicità sia qualcosa di diverso da un'affermazione di primato?» (In corsivo nell'originale.) Ma lo stesso Novick indulge deplorevolmente in questo odioso paragone. Così, sostiene che, pur costituendo un modo per sfuggire alle responsabilità morali degli americani, «l'affermazione reiterata che qualunque cosa gli Stati Uniti possano avere fatto ai neri, ai nativi americani, ai vietnamiti o ad altri scompare in confronto all'Olocausto è vera». (The Holocaust, 197, 15) .


14. Jacob Neusner, A «Holocaust» Primer, 178. Edward Alexander, Stealing the Holocaust, 15-16, in Neusner, Aftermath .


15. Peter Baldwin (a cura di), Reworking the Past, Boston 1990, 21 .


16. Nathan Glazer, American Judaism, Chicago 1973 (seconda edizione), 171 .


17. Seymour M. Hersh, The Samson Option, New York 1991, 22. Avner Cohen, Israel and the Bomb, New York 1998, 10, 122, 342 .


18. Ismar Schorsch, The Holocaust and jewish Survival in «Midstream», gennaio 1981, 39. Chaumont dimostra in modo assolutamente convincente che l'affermazione di unicità dell'Olocausto trae la propria origine (e acquista un senso coerente solamente all'interno di quel contesto) dal dogma religioso degli ebrei come popolo eletto .


19. Wiesel, Against Silence, I volume, 153. Wiesel, And the Sea, 133 .


20. Novick, The Holocaust, 59, 158-59 .


21. Wiesel, And the Sea, 68 .


22. Daniel Jonah Goldhagen, Hitler's Willing Executioners, New York 1996. Per una critica, si veda FinkeIstein e Birn, Nation .


23. Hannah Arendt, The Origins of Totalitarism, 7 .


24. Cynthia Ozick, All the World Wants the Jews Dead, in «Esquire», novembre 1974 .


25. Boas Evron, Jewish State or Israeli Nation, Bloomington 1995, 226-27 .


26. Goldhagen, Hitler's Willing Executioners, 34-35, 39, 42. Wiesel, And the Sea, 48 .


27. John Murray Cuddihy, The Elephant and the Angels: The Incivil Irritatingness of jewish Theodicy, in Robert N. Bellah e Frederick E. Greenspahn (a cura di), Uncivil Religion, New York 1987, 24. Oltre a questo articolo, si veda il suo The Holocaust. The Latent Issue in the Uniqueness Debate, in P.E Gallagher (a cura di), Christians, jews, and Other World, HighIand Lakes (NJ) 1987 .


28. Schorsch, The Holocaust, 39. Incidentalmente, anche l'asserzione che gli ebrei costituiscano una minoranza «dotata» è, a mio modo di vedere, una «versione secolare e di cattivo gusto dell'ideologia del popolo eletto» .


29. Dal momento che un'esposizione completa di questo punto non rientra negli obiettivi di questo saggio, si consideri solamente la prima proposizione. La guerra mossa da Hitler contro gli ebrei, anche se irrazionale (e già questa è di per sé una questione complessa), certo non potrebbe costituire un caso storico unico. Si ricordi, per esempio, la tesi portante del trattato di Joseph Schumpeter sull'imperialismo: «La propensione non-razionale e irrazionale, puramente istintiva verso la guerra e la conquista gioca un ruolo di primo piano nella storia dell'umanità [[...] Un numero incalcolabile di guerre, forse la maggior parte di esse, è stato mosso senza che in gioco ci fossero [...] interessi ragionevoli e ragionati». Joseph Schumpeter, The Sociology of Imperialism, in Paul Sweezy (a cura di), Imperialism and Social Classes, New York 1951, 83 .


30. Per Goldhagen, si veda la nota 26. Evitando esplicitamente la rappresentazione dell'Olocausto, il recente saggio di Albert S. Lindemann sull'antisemitisimo prende le mosse dalla premessa che «per quanto grande sia il potere dei mito, non tutta l'ostilità nei confronti degli ebrei - quella individuale come quella collettiva - si è fondata su una percezione fantastica o chimerica o su proiezioni sganciate da una realtà esperibile. In quanto esseri umani, gli ebrei sono stati capaci come qualunque altro gruppo di suscitare ostilità nella vita di tutti i giorni». (Esau's Tears, Cambridge 1997, XVII) .


31. Wiesel, Against Silence, I volume, 255, 384 .


32. Chaumont sottolinea con efficacia il fatto che il dogma dell'Olocausto sortisce l'effetto di rendere più accettabili gli altri crimini. L'insistenza sulla completa innocenza degli ebrei (per esempio, l'assenza di un qualunque motivo razionale a sostegno della loro persecuzione, per non parlare dei loro sterminio) «presuppone che, in altre circostanze, persecuzioni e sterminio possano essere qualcosa di "normale" e crea una divisione di fatto tra crimini incondizionatamente intollerabili e crimini con i quali si deve (e di conseguenza si può) convivere» (La concurrence, 176) .


33. Perlmutter, Anti-Semitism, 36, 40 .


34. Novick, The Holocaust, 351 n.19 .


35. New York 1965. Per il contesto, faccio riferimento a James Park Sloan, Jerzy Kosinski, New York 1996 .


36. Elie Wiesel, Everybody's Victim, in «New York Times Book Review», 31 ottobre 1965. La citazione di Ozick è tratta da Sloan, 304-5. L'ammirazione di Wiesel per Kosinski non sorprende. Questi voleva analizzare il «nuovo linguaggio», Wiesel «forgiare il nuovo linguaggio» dell'Olocausto. Per Kosinski «ciò che sta tra due momenti è al tempo stesso un commento su quel momento e qualcosa che viene commentato da quel momento». Per Wiesel «lo spazio tra due parole qualsiasi è più vasto della distanza tra la terra e il cielo». C'è un detto polacco che esprime questo concetto: «Dal vacuo al vuoto». Sia Kosinski sia Wiesel disseminarono generosamente le loro riflessioni di citazioni da Albert Camus, il che rivela sempre un ciarlatano. Ricordando che Camus una volta gli disse: «La invidio per Auschwitz», Wiesel glossa: «Camus non riusciva a perdonarsi di non conoscere quell'evento maestoso, quel mistero dei misteri». Wiesel, All Rivers, 321; Wiesel, Against Silence, II volume, 133. )


37. Geoffrey Stokes ed Eliot Fremont-Smith, Jerzy Kosinski's Tainted Words, in «Village Voice», 22 giugno 1982. John Corry, A Case History: 17 Years of Ideological Attack on a Cultural Target, in «New York Times», 7 novembre 1982. A suo credito, va detto che Kosinski procedette a una sorta di conversione sul letto di morte. Nei pochi anni che trascorsero dal suo smascheramento al suicidio, deplorò che l'industria dell'Olocausto avesse escluso le vittime non ebree. «Molti ebrei nordamericani tendono a percepire la Shoah come una tragedia esclusivamente ebraica [...] Ma del genocidio furono vittime anche almeno la metà del popolo Rom (ingiustamente chiamati zingari), circa due milioni e mezzo di cattolici polacchi, milioni di cittadini sovietici e di altre nazionalità [...]» Kosinski riconobbe inoltre il «coraggio dei polacchi» che gli «diedero asilo durante l'Olocausto» nonostante il suo cosiddetto «aspetto semitico». Jerzy Kosinski, Passing By, New York 1992, 165-66, 178-79). A una conferenza sull'Olocausto, a chi gli domandava con rabbia che cosa avessero fatto i polacchi per salvare gli ebrei rispose seccamente: «Che cosa hanno fatto gli ebrei per salvare i polacchi?» .


38. New York 1996. Per il contesto della truffa Wilkomirski, si veda soprattutto Elena Lappin, The Man With Two Heads, in «Granta», n. 66, e Philip Gourevitch, Stealing the Holocaust, in «New Yorker», 14 giugno 1999 .


39. Un'altra importante influenza «letteraria» su Wilkomirski fu quella di Wiesel. Si confrontino i brani seguenti:

Wilkomirski: «Vidi i suoi occhi spalancati e all'improvviso capii: quegli occhi sapevano tutto, avevano visto tutto ciò che avevano visto i miei e sapevano infinitamente più di chiunque altro in questo Paese. E io occhi così li conoscevo: li avevo visti migliaia di volte, al campo e dopo. Erano gli occhi di Mila. Noi bambini ci dicevamo sempre tutto con quegli occhi, e lei sapeva anche questo. Mi guardava dritto negli occhi e nel cuore» (Fragments).

Wiesel: «Gli occhi, devo parlare dei loro occhi. Devo cominciare da lì, perché i loro occhi vengono prima di tutto il resto, e ogni cosa sta dentro quegli occhi. Il resto può aspettare. Mi limiterò a confermare quello che già sai. Ma i loro occhi, il fuoco dei loro occhi, che hanno dentro una specie di verità irriducibile che brucia e non si consuma. Ridotto al silenzio di fronte a loro, puoi solamente chinare il capo e accettare il giudizio. Ora il tuo solo desiderio è di vedere il mondo come lo vedono loro. Sei un uomo fatto, saggio ed esperto, eppure improvvisamente ti ritrovi impotente e spaventosamente debole. Quegli occhi ti ricordano la tua fanciullezza, il tuo essere orfano, ti fanno perdere tutta la fiducia nel potere del linguaggio. Quegli occhi negano il valore delle parole, eliminano la necessità di ogni discorso». (The Jews of silence, New York 1966, 1)

Wiesel. continua a cantare «gli occhi» per un'altra pagina e mezza. La sua perizia letteraria è superata dalla sua maestria dialettica. In un punto, ammette: «Diversamente da molti progressisti, credo nella colpa collettiva». E in un altro: «Tengo a sottolineare che non credo nella colpa collettiva». (Wiesel, Against Silence, II volum e, 134; Wi esel, And the Sea, 152, 235. )


40. Bernd Nauman, Auschwitz, New York 1966, 91. Per una documentazione esauriente si veda FinkeIstein e Birn, Nation, 67-8 .


41. Lappin, 49. Hilberg ha sempre posto le domande giuste. Da qui la sua condizione di paria nella comunità che si occupa dell'Olocausto; si veda Hilberg, The Politics of Memory, passim .


42. Lappin.


43. Publisher Drops Holocaust Book, in «New York Times», 3 novembre 1999. Allan Hall e Laura Williams, Holocaust Hoaxer? in «New York Post», 4 novembre 1999 .


44. Novick, The Holocaust, 158. Segev, Seventh Million, 425. Wiesel, And the Sea, 198 .


45. Bernard Lewis, Semites and Anti-Semites, New York 1986, capitolo 6; Bernard Lewis, The Middle East, New York 1995, 348-50. Berenbaum, After Tragedy, 84 .


46. «New York Times», 27 marzo, 2 aprile, 3 aprile 1996. «Time», 23 dicembre 1996 .


47. Nota dell'AAARGH: non è vero: fu per un attimo lettore presso l'Università, ma è stato licenziato da lungo tempo.


48. Yehuda Bauer, Reflections Concerning Holocaust History, in Louis Greenspan e Graeme Nicholson (a cura di), Fackenheim, Toronto 1993, 164, 169. Yehuda Bauer, On Perpetrators of the Holocaust and the Public Discourse, in «Jewish Quarterly Review», n. 87 (1997), 348-50. Norman G. FinkeIstein e Yehuda Bauer, Goldhagen's «Hitler's Willing Executioners»: An Exchange of Views, in «jewish Quarterly Review», nn. 1-2 (1998), 126 .


49. Per i retroscena e gli sviluppi, si vedano Charles Glass, Hitler's (un)willing executioners, in «New Statesman», 23 gennaio 1998; Laura Shapiro, A Battle Over the Holocaust, in «Newsweek», 23 marzo 1998; Tibor Krausz, The Goldhagen Wars, in «Jerusalem Report», 3 agosto 1998. Per questa e altre questioni, cfr. www.NormanFinkelstein.com, con un link al sito web di Goldhagen .


50. Daniel Jonah Goldhagen, Daniel Jonah Goldhagen Comments on Birn in «German Politics and Society», estate 1998, 88, 91 n2. Daniel Jonah Goldhagen, The New Discourse of Avoidance, n. 25 (www.Goldhagen.com/nda01.html) .


51. Hoffmann fu il relatore di Goldhagen per la dissertazione che divenne Hitler's Willing Executioners. Ciò nonostante, commettendo una grave infrazione del protocollo accademico, non soltanto scrisse un entusiastica recensione del libro di Goldhagen per «Foreign Affairs», ma addirittura attaccò A Nation on Trial come «scandaloso» in un secondo articolo per la medesima rivista («Foreign Affairs», maggio-giugno 1996 e luglio-agosto 1998). Maier mise in rete un prolisso intervento sul sito tedesco www2.h-net.msu.edu. In definitiva, gli unici «aspetti di questa situazione» che trovò «davvero spiacevoli e censurabili» erano le critiche a Goldhagen. Perciò prestò «sostegno a un ulteriore accertamento delle colpe» nell'azione legale di Goldhagen contro Birn e accusò la mia argomentazione di essere una «speculazione fantasiosa ed eccessivamente polemica» (23 novembre 1997) .


52. New York 1994. Lipstadt ricoprì la cattedra universitaria di storia dell'Olocausto alla Emory University ed è stata recentemente chiamata allo United States Holocaust Memorial Council .


53. Grazie all'escamotage dell'uso di una doppia negazione, in pratica l'indagine dell'American Jewish Committee favoriva la confusione: «Le sembra possibile o impossibile che lo sterminio nazista degli ebrei non sia mai accaduto?» li ventidue per cento degli intervistati rispose: «Possibile». In questionari successivi, che riformulavano la domanda in termini più chiari, la negazione dell'Olocausto era prossima a zero. Una recente indagine condotta dall'AJC in undici Paesi ha rivelato che, nonostante le diffuse asserzioni di segno contrario da parte dell'estrema destra, «poche persone negano l'Olocausto» (Jennifer Golub e Renae Cohen, What Do Americans Know About the Holocaust?, The American Jewish Committee 1993; Holocaust Deniers Unconvincing - Surveys, in «Jerusalem Post», 4 febbraio 2000). Eppure, in un intervento congressuale dedicato all'«antisemitismo in Europa», David Harris dell'AJC dava risalto alla negazione dell'Olocausto nella destra europea senza far parola una sola volta dei risultati dell'indagine dello stesso AJC secondo cui questa negazione non trova praticamente alcuna eco presso l'opinione pubblica generale. (Audizioni presso il Foreign Relations Committee, Senato degli Stati Uniti, 5 aprile 2000. )


54. Si vedano France Historian Over Armaenian Denial in «Boston Globe», 22 giugno 1995, e Bernard Lewis and the Armenians, in «Counterpunch», 16-31 dicembre 1997 .


55. Israel Charny, The Conference Crisis. The Turks, Armenians and Jews, in The Book of the International Conference on the Holocaust and Genocide. Book One. The Conference Program and Crisis, Tel Aviv 1982. Israel Amrani, A Little Help for Friends, in «Haaretz», 20 aprile 1990 (Bauer). Secondo la bizzarra versione di Wiesel, lui si ritirò dalla presidenza della conferenza «per non offendere i nostri ospiti armeni». Forse cercò di fare fallire la conferenza e fece pressioni sugli altri per una questione di cortesia nei confronti degli armeni. Wiesel, And the Sea, 92. )


56. Edward T.Linenthal, Preserving Memory, New York l995, 228 e ss., 263, 312-13 .


57. Lipstadt, Denying, 6, 12, 22, 89-90 .


58. Wiesel, All Rivers, 333, 336 .


59. Lipstadt, Denying, capitolo II .


60. A New Serbia, in «New Republic», 17 maggio 199 9


61. Si vedano, per esempio, Meron Benvenisti, Seeking Tragedy, in «Haaretz», 16 aprile 1999; Zeev Chafets, What Undergraduate Clinton Has Forgotten in «Jerusalem Report», 10 maggio 1999; Gideon Levi, Kosovo: It Is Here, in «Haaretz», 4 aprile 1999. (Benvenisti limita il paragone tra le azioni serbe e quelle compiute da Israele dopo il maggio 1948. )


62. Arno Mayer, Why Did the Heavens Not Darken?, New York 1988. Christopher Hitchens, Hitler's Ghost, in «Vanity Fair», giugno 1996 (Hilberg). Per un giudizio equilibrato su Irving, si veda Gordon A. Craig, The Devil in the Details, in «New York Review of Books», 19 settembre 1996. Pur liquidando com'è giusto le asserzioni di Irving sull'Olocausto nazista definendole «ottuse e infondate», Craig prosegue affermando che «egli conosce il nazional-socialismo molto meglio della maggior parte degli studiosi del suo stesso campo, e coloro che studiano il periodo 1933-1945 devono molto di più di quello che mai ammetteranno alla sua energia di ricercatore e alla portata e al vigore delle sue pubblicazioni [...] Il suo volume Hitler's War [...] resta il miglior saggio che abbiamo sulla Seconda guerra mondiale vista dalla parte tedesca e perciò è indispensabile a tutti coloro che si occupano di quel conflitto [...] Persone come David Irving hanno quindi un ruolo fondamentale nella ricerca storica e noi non dobbiamo ignorare il loro punto di vista» .


63. Per i tentativi falliti tra il 1984 e il 1994 di costruire un museo nazionale afroamericano sul Washington Mall, si veda Fath Davis Ruffins, Culture Wars Won and Lost, Part II, The National African-American Museum Project, in « Radical History Review», inverno 1998. Un'iniziativa del Congresso fu alla fine affossata dal senatore Jesse Helms del North Carolina. Il budget annuale del Washington Holocaust Museum è di cinquanta milioni di dollari, trenta dei quali provenienti dalle casse federali .


64. Per il contesto, si vedano Linenthal, Preserving Memory, Saidel, Never Too Late, specialmente i capitoli 7 e 15; Tim Cole, Selling the Holocaust, New York 1999, capitolo 6 .


65. Michael Berenbaum, The World Must Know, New York 1993, 2, 214. Omer Bartov, Murder in Our Midst, Oxford 1996,180 .


66. Per i particolari, si veda Kati Marton, A Death in Jerusalem, New York 1994, capitolo 9. Nelle sue memorie, Wiesel rievoca il «passato leggendario di "terrorista"» dell'uccisore di Bernadotte, Yehoshua Cohen. Si noti la parola terrorista virgolettata (Wiesel, And the Sea, 58). Il New York City Holocaust Museum, per quanto non meno politicizzato (tanto il sindaco Ed Koch quanto il governatore Mario Cuomo corteggiavano il voto e il denaro ebraico), rientrò sin dall'inizio anche nei giochi di investitori e finanzieri ebrei newyorkesi. A un certo punto, gli investitori cercarono di dare il minor risalto possibile al termine «Olocausto» nel nome del museo per paura che potesse far scendere il valore dell'adiacente complesso di appartamenti di lusso. Wags suggerì con sarcasmo che avrebbero dovuto chiamare il complesso «Treblinka Towers» e le strade vicine «Auschwitz Avenue» e «Birkenau Boulevard». Il museo chiese un contributo a J. Peter Grace (nonostante fossero stati rivelati i suoi legami con un criminale di guerra nazista) e organizzò una festa di gala nella discoteca The Hot Rod: «La New York Holocaust Memorial Commission invita la SV a ballare il rock and roll tutta la notte». (Saidel, Never Too Late, 8, 121, 132, 145, 158, 161, 191, 240) .


67. Novick la chiama la controversia dei «sei milioni» contro gli «undici milioni». A cinque milioni assommano le morti di civili non ebrei, cifra dovuta al famoso «cacciatore di nazisti» Simon Wiesenthal. Osservando che «non ha senso dal punto di vista storico», Novick scrive: «Cinque milioni è un numero sia troppo basso (per tutti i civili non ebrei uccisi dal Terzo Reich) sia troppo alto (per i gruppi non ebraici che furono, come gli ebrei, un bersaglio designato)». Si premura tuttavia di aggiungere che il punto ovviamente non sono i numeri di per sé, ma ciò che noi intendiamo, ciò a cui facciamo riferimento quando parliamo dell'Olocausto"». Stranamente, dopo questo ammonimento, Novick si schiera a favore della commemorazione esclusivamente degli ebrei in quanto i sei milioni «rappresentano qualcosa di specifico e determinato», mentre gli undici milioni «sono un miscuglio inaccettabile». (Novick, The Holocaust, 214-26. )


68. Wiesel, Against Silence, III volume, 166 .


69. Per gli handicappati in quanto oggetto del primo genocidio nazista, si veda soprattutto Henry Friedlander, The Origins of Nazi Genocide, Chapel Hill, 1995. Secondo Leon Wieseltier, i non ebrei morti ad Auschwitz «ebbero una morte pensata per gli ebrei [...], vittime di una "soluzione" progettata per altri» (Leon Wieseltier, At Auschwitz Decency Dies Again, in «New York Times», 3 settembre 1989). Eppure, come mostra un numero cospicuo di studi, fu la morte inventata per gli handicappati tedeschi a essere inflitta agli ebrei; oltre al saggio di FriedIander, si veda, per esempio, Michael Burleigh, Death and Deliverance, Cambridge 1994 .


70. Sybil Milton, autrice di numerose pubblicazioni sulla storia degli zingari ed ex direttrice della sezione storia dello United States Holocaust Museum, afferma che «durante l'Olocausto furono uccisi almeno duecentoventimila Rom e zingari di origine tedesca» e che «tale cifra» va «incrementata, probabilmente a cinquecentomila» (Statistical Considerations, Sinti Mortality during the Holocaust, Roma, 24 dicembre 1999) .


71. Friedlander, Origins: «Insieme agli ebrei, i nazisti uccisero gli zingari d'Europa. Definiti come una razza «dalla pelle scura, uomini, donne e bambini zingari non poterono sfuggire al loro destino di vittime del genocidio nazista [...] Il regime nazista uccise con sistematicità solamente tre gruppi umani: gli handicappati, gli ebrei e gli zingari» (XII-XIII). Oltre che essere uno storico di prima grandezza, Friedlander è anche un ex internato ad Auschwitz. Raul Hilberg, The Destruction of European Jews, New York 198 5 (in tre volumi), III volume, 999-1000. Con la sincerità che lo contaddistingue, Wiesel nella sua autobiografia proclama il suo disappunto per la mancata inclusione nell'Holocaust Memorial Council, da lui presieduto, di un rappresentante degli zingari. Come se lui non avesse avuto il potere di nominarne uno. (Wiesel, And the Sea, 211) .


72. Linenthal, Preserving Memory, 241-46, 315 .


73. Benché l'«indinazione a favore degli ebrei» (Saidel) dell'Holocaust Museum di New York fosse ancor più pronunciata (ai non ebrei vittime del nazismo fu annunciato sin dall'inizio che era «solo per gli ebrei»), Yehuda Bauer andò su tutte le furie quando la commissione accennò timidamende al fàtto che l'Olocausto potesse abbracciare altre vittime oltre agli ebrei. «A meno che questa posizione non cambi immediatamente e radicalmente» minacciò in una lettera ai membri della commissione «non perderò occasione di [...] attaccare questo vergognoso progetto da qualunque palco mi venga offerto.» (Saidel, Never Too Late, 125-26, 129, 212, 221, 224-25. )


74. ZOA Criticizes Holocaust Museum Hiring of Professor Who Compared Israel to Nazis, in «Israel Wire», 5 giugno 1998. Neal M. Sher, Sweep the Holocaust Museum Clean, in «Jewish World Review», 22 giugno 1998. Scoundrel Time, in «PS - The Intelligent Guide to Jewish Affairs», 21 agosto 1998. Daniel Kurtzman, Holocaust Museum Taps One of Its Own for Top Spot, in «Jewish Telegraphic Agency», 5 marzo 1999. Ira Stoll, Holocaust Museum Acknowledges a Mistake, in «Forward», 13 agosto 1999 .


75. Noam Chomsky, World Orders Old and New, New York 1996, 293-94 (Shavit).


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