Resta da esaminare l'impatto che l'Olocausto ha avuto negli Stati Uniti. Nel farlo, mi avvarrò anche delle osservazioni critiche di Peter Novick.
Oltre alle commemorazioni dell'Olocausto,
almeno diciassette Stati hanno istituito o proposto programmi
di studio sull'argomento, e numerosi college e università
hanno finanziato cattedre in questa materia. Difficilmente passa
una settimana senza che sul «New York Times» compaia
un articolo importante che ne parli. Il numero di ricerche accademiche
dedicate alla Soluzione Finale nazista viene prudentemente stimato
oltre le diecimila. Lo si confronti con ciò che si conosce
dell'ecatombe in Congo. Tra il 1891 e il 1911, circa dieci milioni
di africani morirono nel corso dello sfruttamento da parte dell'Europa
delle risorse congolesi di avorio e di caucciù. Eppure
il primo e unico studio in lingua inglese interamente dedicato
a questo argomento fu pubblicato solo nel 1998.1
[216] Dato il vasto numero di istituzioni e di professionisti che si sono dedicati a conservarne la memoria, oggi l'Olocausto è fortemente radicato nella vita americana. Novick, tuttavia, nutre qualche dubbio sul fatto che questa sia una cosa positiva. Prima di tutto, porta numerosi esempi di come venga banalizzato. In verità, risulta difficile nominare anche una sola causa politica - che si tratti di un movimento per la vita o a favore della libertà di scelta, dei diritti degli animali o degli Stati - che non faccia ricorso all'Olocausto. Condannando gli scopi dozzinali per cui questo evento viene utilizzato, Elie Wiesel ha dichiarato: «Giuro di evitare [...] spettacoli volgari».2
Eppure Novick riferisce che «la più fantasiosa e sottile operazione dì sfruttamento dell'immagine dell'Olocausto si verificò nel 1996, quando Hillary Clinton, allora sotto un fuoco incrociato per varie accuse mosse contro di lei, apparve nel corridoio della Casa Bianca, mentre suo marito teneva il discorso (ripreso da tutte le televisioni) sullo stato dell'Unione, con a fianco sua figlia Chelsea ed Elie Wiesel».3
Secondo lei i rifugiati del Kosovo costretti
all'esodo dai serbi durante i bombardamenti della Nato richiamavano
alla mente scene dell'Olocausto rappresentate in Schindler's
List. «Quelli che imparano la storia dai film di Spielberg»
commentò sarcasticamente un dissidente serbo «non
dovrebbero venirci a dire come vivere la nostra vita.»4
[217]
La «Pretesa che l'Olocausto faccia parte della memoria americana», sostiene più avanti Novick, è un alibi morale. «Fa sì che si eviti di assumersi quelle responsabilità che davvero spettano agli americani nel momento, in cui affrontano il proprio passato, il proprio presente e il proprio futuro»5 (il corsivo è nell'originale). Questo è un punto fondamentale. È molto più facile deplorare i crimini commessi dagli altri piuttosto che i nostri. È anche vero, comunque, che se lo volessimo potremmo imparare molto su noi stessi dall'esperienza nazista. La dottrina del Destino Manifesto ha anticipato quasi tutti gli elementi dogmatici e programmatici della politica del Lebensraum di Hitler. Di fatto, Hitler modellò la sua conquista dell'Oriente sulla conquista americana del West.6
Nella prima metà del Ventesimo secolo un cospicuo numero di Stati americani approvò leggi sulla sterilizzazione e decine di migliaia di americani furono sterilizzati contro il loro volere. Quando promulgarono le leggi sulla sterilizzazione, i nazisti fecero esplicitamente riferimento al precedente americano.7
Le famigerate leggi di Norimberga privarono
gli ebrei del diritto di voto e proibirono le unioni miste tra
ebrei e non ebrei. Negli Stati del Sud, i neri subirono le stesse
discriminazioni legali e furono oggetto di una violenza popolare
molto più spontanea e tollerata di quella che dovettero
affrontare gli ebrei in Germania prima della guerra.8
[218]
Per mettere in risalto i crimini che si compiono all'estero, gli Stati Uniti ricorrono spesso alla memoria dell'Olocausto. È però significativo osservare quando gli Stati Uniti chiamano in causa l'Olocausto. Crimini compiuti da nemici ufficiali come il bagno di sangue dei khmer rossi in Cambogia, l'invasione sovietica dell'Afghanistan, l'invasione irachena del Kuwait e la pulizia etnica dei serbi in Kosovo rievocano l'Olocausto; i crimini in cui sono implicati gli Stati Uniti no.
Proprio mentre venivano svelate le atrocità dei khmer rossi in Cambogia, il governo indonesiano appoggiato dagli Stati Uniti stava massacrando un terzo della popolazione di Timor Est. Eppure, diversamente da quello cambogiano, il genocidio di Timor Est non si guadagnò il paragone con l'Olocausto e non meritò neppure l'attenzione dei giornali.9
Proprio quando l'Unione Sovietica commetteva, secondo la definizione del Centro Simon Wiesenthal, un «altro genocidio» in Afghanistan, il regime del Guatemala appoggiato dagli Stati Uniti perpetrava quello che la Commissione guatemalteca per la Verità ha recentemente definito un «genocidio» contro la popolazione indigena maya. Il presidente Reagan respinse le accuse contro il governo guatemalteco liquidandole come «infondate». Per onorare i risultati ottenuti da Jeane Kirkpatrick nel difendere l'amministrazione Reagan dalle accuse dei crimini che venivano alla luce in America Centrale, il Centro [219] Simon Wiesenthal la ricompensò con il premio Humanitarian of the Year.10
Prima della cerimonia di premiazione, in
molti pregarono in forma privata Simon Wiesenthal di riconsiderare
la decisione. Lui rifiutò. Chiesero con insistenza in forma
privata a Elie Wiesel di intercedere presso il governo
israeliano, uno dei principali fornitori di armi ai macellai guatemaltechi.
Anche lui rifiutò. L'amministrazione Carter rievocò
il ricordo dell'Olocausto quando cercò una sistemazione
per i boat-people vietnamiti in fuga dal regime comunista.
L'amministrazione Clinton si dimenticò dell'Olocausto quando
costrinse i boat-people haitiani, in fuga dagli squadroni
della morte appoggiati dagli Stati Uniti, a tornare indietro.11
Il ricordo dell'Olocausto fu invocato quando
ebbero inizio, nella primavera del 1999, i bombardamenti Nato,
guidati dagli Stati Uniti, sulla Serbia. Come si è visto,
Daniel Goldhagen paragonò i crimini serbi
contro il Kosovo alla soluzione finale e, su invito del presidente
Clinton, Elie Wiesel si recò nei campi profughi
kosovari in Macedonia e in Albania. Ma prima che Wiesel andasse
a versare lacrime a comando per i kosovari, il regime indonesiano
appoggiato dagli Stati Uniti aveva perpetrato nuovi massacri a
Timor Est, riprendendo dal punto in cui si era fermato alla fine
degli anni Settanta. L'Olocausto però svanì dalla
memoria quando l'amministrazione Clinton chiuse un occhio [220]
sulla carneficina. «L'Indonesia conta» spiegò
un diplomatico occidentale «Timor Est no».12
Novick sottolinea che, pur nella diversità,
la complicità passiva dell'America nelle tragedie dell'umanità
è comparabile, come portata, all'Olocausto nazista. Ricordando,
per esempio, il milione di bambini uccisi nella Soluzione Finale,
osserva che i presidenti americani fanno poco più che esprimere
pietà di fronte al fatto che, in tutto il mondo, ogni anno
un numero di bambini che supera ampiamente quella cifra «muore
di malnutrizione o di malattie che potrebbero essere curate».13
Si potrebbe anche prendere in considerazione un caso pertinente di complicità attiva dell'America. Dopo che la coalizione guidata dagli Stati Uniti ebbe devastato l'Iraq nel 1991 per punire «Saddam-Hitler», gli Stati Uniti e la Gran Bretagna imposero brutali sanzioni Onu a quello sfortunato Paese nel tentativo di deporre il dittatore. Come nell'Olocausto nazista, è probabile che sia morto un milione di bambini14. Interrogata da una televisione nazionale sul terribile tributo di morte versato dall'Iraq, il segretario di Stato Madeleine Albright rispose: «È il prezzo da pagare».
«Il carattere estremo dell'Olocausto» sostiene Novick «inficia seriamente la sua capacità di fornire un insegnamento applicabile alla nostra vita quotidiana.» In quanto «paradigma di oppressione e atrocità» tende a «banalizzare crimini di portata inferiore»15. Eppure [221] l'Olocausto nazista può anche renderci più sensibili nei confronti di queste ingiustizie. Visto attraverso le lenti di Auschwitz ciò che prima veniva dato per scontato - per esempio il fanatismo - non può più esserlo.16 In effetti, fu l'Olocausto nazista a screditare il razzismo scientifico che aveva tanto pervaso la vita intellettuale americana prima della Seconda guerra mondiale.17
Per coloro che si dedicano al progresso dell'umanità, l'esistenza di un male come pietra di paragone non soltanto non impedisce, ma addirittura invita al confronto. La schiavitù ha occupato nell'universo morale del tardo diciannovesimo secolo grosso modo lo stesso posto che l'Olocausto nazista ha oggi. Di conseguenza fu spesso chiamata a gettare luce su mali ancora non pienamente definiti. John Stuart Mill paragonò alla schiavitù la condizione delle donne in quella veneratissima istituzione vittoriana che era la famiglia. Osò addirittura affermare che, per certi aspetti fondamentali, era peggiore. «Sono ben lungi dal sostenere che in generale le mogli non siano trattate meglio degli schiavi; ma nessuno schiavo è schiavo così a lungo e in un senso così pieno dei termine quanto una moglie.»18 Soltanto coloro che usano un male esemplare non come bussola morale ma come randello ideologico indietreggiano di fronte a simili analogie. «Non fare paragoni» è il mantra dei ricattatori morali.19
[222]
L'ebraismo americano ha sfruttato l'Olocausto nazista per sviare le critiche da Israele e dalla sua politica moralmente indifendibile. Il perseguimento di questa politica ha portato Israele e l'ebraismo americano ad assumere posizioni strutturalmente congruenti: A destino di entrambi è appeso a un filo sottile che fà capo alle élite del potere americano. Se queste élite decidessero che Israele è di peso o che l'ebraismo americano è sacrificabile, A filo potrebbe essere reciso. Non c'è dubbio che si tratti di una semplice congettura, forse eccessivamente allarmistica, forse no.
Comunque, è facilissimo pronosticare la posizione delle élite ebraiche americane nel caso in cui questa eventualità si verificasse. Se Israele uscisse dalle grazie degli Stati Uniti, molti di quei leader che ora difendono Israele a spada tratta manifesterebbero coraggiosamente la loro disaffezione nei confronti dello Stato ebraico e sferzerebbero gli ebrei americani per avere trasformato Israele in una religione. E se i circoli del potere americano decidessero di fare degli ebrei un capro espiatorio, non ci sorprenderemmo se i leader ebraici americani si comportassero esattamente come i loro predecessori durante l'Olocausto nazista. «Non potevamo immaginare che i tedeschi sarebbero riusciti a coinvolgere nelle loro azioni anche elementi ebraici» ricordava Yitzhak Zuckerman, uno degli organizzatori della rivolta del ghetto di Varsavia «e cioè che gli ebrei avrebbero condotto alla morte altri ebrei.»20
[223]
Durante una serie di dibattiti pubblici negli anni Ottanta, molti studiosi di fama, tedeschi e non tedeschi, si schierarono contro la «storicizzazione» delle infamie del nazismo. Il timore era che essa avrebbe indotto una caduta della tensione morale.21 Per quanto valida possa essere stata la tesi allora, oggi non convince più. Le dimensioni sbalorditive della Soluzione Finale di Hitler sono ormai ben note. E la storia «normale» dell'umanità non è forse piena di spaventosi casi di disumanità? Non c'è bisogno che un crimine sia aberrante perché se ne renda necessaria l'espiazìone. La sfida di oggi è di ristabilire l'Olocausto nazista come un oggetto di indagine razionale. Soltanto allora potremo davvero trarre lezione da esso.
La sua anormalità non nasce dall'evento in sé, ma
dallo sfruttamento industriale che ne è stato fatto. L'industria
dell'Olocausto è sempre stata fallimentare. Resta solo
da ammetterlo apertamente. Ed è da molto tempo ormai che
va liquidata. Il gesto più nobile nei confronti di coloro
che sono morti è serbarne il ricordo, imparare dalla loro
sofferenza e, finalmente, lasciarli riposare in pace.
Nel terzo capitolo dei presente volume ho spiegato come l'industria dell'Olocausto abbia «trovato una duplice fonte di guadagno» nei Paesi europei da una parte e nei sopravvissuti ebrei all'Olocausto nazista dall'altra. I recenti sviluppi confermano tale analisi. Chi cerca prove che avvalorino la mia argomentazione non dovrà far altro che esaminare in maniera critica e approfondita i documenti accessibili al pubblico.
Alla fine dell'agosto 2000, il Congresso Mondiale Ebraico ha affermato di avere a disposizione niente meno che nove miliardi di dollari in risarcimenti.23 Erano stati riscossi a nome delle «vittime bisognose dell'Olocausto», ma, a detta di Elan Steinberg, segretario dell'organizzazione, il denaro sarebbe spettato al «popolo [230] ebraico nella sua interezza», di cui l'ente si è in sostanza autonominato rappresentante. Frattanto, un banchetto promosso da Edgar Bronfman, presidente del CME, e tenutosi presso l'Hotel Pierre di New York, ha festeggiato la nascita di una «fondazione del popolo ebraico», destinata a finanziare sia le organizzazioni ebraiche sia l'«educazione all'Olocausto» (un ebreo critico nei confronti del «banchetto dedicato al tema dell'Olocausto» ha rievocato il seguente scenario: «Strage. Terribili saccheggi. Lavoro da schiavi. Buon appetito»). Le risorse finanziarie della fondazione sarebbero provenute dalle somme «residue» rimaste dopo la distribuzione dei risarcimento, che sarebbero ammontate «probabilmente a diversi miliardi di dollari» (Steinberg). Dio solo sa come facesse il Congresso Mondiale Ebraico a sapere che sarebbero rimasti «probabilmente diversi miliardi» se alle vittime dell'Olocausto non era ancora stato liquidato alcun indennizzo. A dire il vero, non si conosceva nemmeno il numero degli aventi diritto. Oppure l'industria dell'Olocausto aveva riscosso i risarcimenti a nome delle «vittime bisognose» sapendo già che sarebbero rimasti «probabilmente diversi miliardi»? Così facendo, si è resa sostenitrice di due affermazioni contraddittorie: da una parte sosteneva che le trattative per raggiungere un accordo con la Germania e la Svizzera avrebbero prodotto solo modeste somme per i superstiti, dall'altra che sarebbero avanzati «probabilmente diversi miliardi».
[231]
Come era facile prevedere, i sopravvissuti all'Olocausto hanno reagito con rabbia (nessuno di loro aveva preso parte alla creazione della fondazione). «Chi ha consentito a queste organizzazioni di decidere» si legge nell'infiammato editoriale di uno dei loro giornali «di utilizzare le somme "residue" (dell'ordine di miliardi) ottenute a nome delle vittime della Shoah per realizzare i loro progetti prioritari anziché per aiutare tutti i sopravvissuti all'Olocausto a sostenere i costi sempre maggiori dell'assistenza medica?» Di fronte al fuoco di sbarramento delle reazioni negative del pubblico, il CME ha fatto un improvviso dietrofront. La cifra di nove miliardi era un po' fuorviante, ha riconosciuto in seguito Steinberg, precisando che la fondazione «non dispone di alcuna somma, né di alcun piano per distribuirla» e che il banchetto non era stato organizzato per festeggiare il finanziamento dell'ente mediante gli indennizzi, bensì per raccogliere fondi a quello scopo. I sopravvissuti ebrei più anziani, che in precedenza nessuno aveva interpellato né tanto meno invitato al «galà costellato di star», hanno dimostrato davanti all'ingresso dell'Hotel Pierre.
Tra gli ospiti figurava anche il presidente Clinton che, con parole commoventi, ha ricordato come gli Stati Uniti siano sempre in prima linea quando è necessario «guardare in faccia un brutto passato»: «Sono stato nelle riserve dei nativi americani e ho ammesso [232] che in molti casi i trattati da noi sottoscritti sono stati ingiusti e non sono stati rispettati con onestà. Mi sono recato in Africa [...] e ho riconosciuto la responsabilità degli Stati Uniti nella vendita di esseri umani ridotti in schiavitù. Ci stiamo sforzando di trovare l'essenza più profonda della nostra umanità, e questo è un compito tutt'altro che semplice». Come è facile intuire, quel che manca in tutti questi esempi del «compito tutt'altro che semplice» è una riparazione in moneta forte.24
L'11 settembre 2000 è stato infine reso noto il «piano proposto dal responsabile straordinario per il pagamento e la distribuzione del ricavato della conciliazione» concordato con le banche svizzere durante la controversia giudiziaria e denominato qui di seguito piano Gribetz.25 Dopo ben due anni di lavoro, il momento dell'annuncio non è stato scelto tenendo in considerazione gli interessi delle «vittime bisognose dell'Olocausto, di cui alcune muoiono ogni giorno», bensì in vista del galà di quella sera. Burt Neuborne, il principale consulente dell'industria dell'Olocausto durante le trattative con le banche svizzere, ha elogiato il documento definendolo «elaborato con la massima esattezza [...] redatto con grande meticolosità ed empatia».26 Il piano sembrava infatti smentire i timori sempre più diffusi secondo cui il denaro non sarebbe finito nelle tasche delle organizzazioni ebraiche. Il «Forward» ha riferito per esempio che «il piano di distribuzione [...] pre[233]vede che oltre il novanta per cento delle somme svizzere venga versato direttamente ai sopravvissuti e ai loro eredi». Elan Steinberg ha dichiarato che «il Congresso Mondiale Ebraico non ha mai preteso nemmeno un centesimo, non intascherà mai nemmeno un centesimo e non accetterà alcun fondo di indennizzo» e ha elogiato il piano Gribetz definendolo con ipocrisia «un documento straordinariamente saggio e dettato dalla compassione». È senza dubbio saggio, ma per nulla dettato dalla compassione. Nelle sue minuscole postille si cela infatti la diabolica verità secondo cui, con ogni probabilità, solo una piccola parte del denaro elvetico verrà versata direttamente ai superstiti dell'Olocausto e ai loro eredi. Prima di approfondire questo aspetto, occorre tuttavia sottolineare che il documento dimostra, in maniera convincente anche se involontaria, come l'industria dell'Olocausto abbia spremuto la Svizzera.28
Il lettore rammenta forse che nel maggio 1996 le banche svizzere avevano acconsentito formalmente alla conduzione di un'esauriente indagine esterna (a detta di Richter Roman «l'indagine più completa e costosa della storia»), in base ai risultati della quale sarebbero state prese in esame tutte le rivendicazioni pendenti dei sopravvissuti all'Olocausto e dei loro eredi.29 Ancor prima che la commissione d'inchiesta presieduta da Paul Volcker avesse la possibilità di riunirsi, l'industria dell'Olocausto aveva tuttavia insistito per il raggiungi[234]mento di un accordo finanziario. Per battere sul tempo la commissione Volcker, erano state sollevate due obiezioni: per prima cosa non si poteva fare affidamento sull'organismo e, secondariamente, le vittime bisognose dell'Olocausto non potevano aspettare gli esiti dell'indagine. Il piano Gribetz svuota di significato entrambe le obiezioni.
Nel giugno 1997, Neuborne aveva presentato un «parere legale» per giustificare come mai non si volesse attendere la conclusione dei lavori della commissione. Negando con grande sfacciataggine l'evidenza, aveva definito l'organismo un espediente elvetico per sviare le critiche verso un «tentativo privato di composizione promosso, pagato e guidato dagli imputati».30 Cosa ancor più interessante, Neuborne aveva persino accusato i banchieri svizzeri di essersi intascati i cinquecento milioni di dollari destinati all'inchiesta senza precedenti che era stata loro imposta. Nell'agosto 1998, ancora prima che la commissione Volcker portasse a termine il proprio compito, l'industria dell'Olocausto era riuscita a far approvare a carico degli svizzeri una somma di conciliazione non rimborsabile pari a un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari.31 Benché, pur di ottenere tale accomodamento, fossero state messe in circolazione voci secondo cui la commissione Volcker era inaffidabile, il piano Gribetz copre l'organismo di elogi e sottolinea che i suoi esiti e le sue procedure di [235] esame delle rivendicazioni («Claims Resolution Tribunal» o CRI Tribunale per la risoluzione delle rivendicazioni) sono stati e sono di «importanza decisiva» per la distribuzione del denaro svizzero.32 Il fatto che, nel caso della ripartizione dei fondi, l'industria dell'Olocausto si sia appoggiata tanto volentieri alla commissione smentisce il pretesto principale che aveva usato per batterla sul tempo ottenendo una somma di accomodamento non rimborsabile.
In base all'accordo raggiunto con l'industria dell'Olocausto, gli svizzeri non solo sono stati costretti a rimborsare conti inattivi dell'epoca dell'Olocausto nazista, ma anche a «restituire i proventi» che avevano ricavato «consapevolmente» dai titolari ebrei derubati dai nazisti e dal lavoro forzato degli ebrei.33
Il piano Gribetz dimostra anche l'infondatezza di tali rilievi. Riconosce che, se mai ve ne furono, i contatti diretti tra gli svizzeri da una parte e i titolari ebrei derubati o gli ex internati nei campi di lavoro dall'altra furono pochissimi, per non parlare poi dei contatti direttamente redditizi o consapevolmente redditizi. Il piano rivela infatti che i rilievi contenuti in queste accuse collettive si basano su avvenimenti che accaddero «forse», «probabilmente» o «presumibilmente».34 Gli svizzeri sono infine stati obbligati a risarcire gli ebrei che si erano visti negare l'accoglienza mentre fuggivano dai nazisti. Il piano Gribetz riconosce espressamente, [236] anche se solo in una nota. che tale rivendicazione è «discutibile dal punto di vista giuridico».35 Nonostante tutte queste ammissioni, il documento continua tuttavia a sostenere in tono di approvazione che «in un mondo davvero giusto, i protagonisti di questa vicenda avrebbero dovuto ricevere una somma molto più elevata» del miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari sottratti agli svizzeri.36
Per ottenere un indennizzo non rimborsabile, oltre ad alludere alla presunta parzialità della commissione Volcker, l'industria dell'Olocausto ha accennato al fatto che ai sopravvissuti non restava ancora molto da vivere. Il tempo ha svolto un ruolo tanto decisivo perché, a quanto si diceva, «le vittime bisognose dell'Olocausto» sarebbero vissute ancora per poco. Dopo essere entrata in possesso del denaro, l'industria dell'Olocausto ha tuttavia scoperto all'improvviso che le «vittime bisognose» non muoiono poi così in fretta. Riferendosi a uno studio commissionato dalla Claims Conference, il piano Gribetz asserisce che «il numero delle vittime del nazismo decresce con maggiore lentezza di quanto si pensasse inizialmente». Il documento prevede infatti che «un numero abbastanza significativo di vittime ebree dei nazisti vivrà presumibilmente almeno per altri vent'anni e che, con ogni probabilità, fra trenta o trentacinque anni» (vale a dire circa novant'anni dopo la Seconda guerra mondiale) «saranno ancora in vita [237] parecchie decine di migliaia di ebrei perseguitati dal nazismo».37 Visto il modo in cui si è evoluta finora la storia dell'industria dell'Olocausto' nessuno dovrebbe stupirsi apprendendo che in realtà tale scoperta verrà sfruttata per imporre all'Europa altre richieste di risarcimento e che nel frattempo viene usata per rimandare la liquidazione delle somme. Il piano Gribetz consiglia pertanto di distribuire il denaro poco per volta in modesti importi, perché «sarebbe controproducente destare nelle vittime bisognose speranze che non farebbero altro che erodere il capitale a disposizione e dunque le possibilità d'aiuto».38
Durante le trattative con le banche svizzere, l'industria dell'Olocausto ha affermato che l'età media dei sopravvissuti si aggirava intorno ai settantatré anni in Israele e agli ottaneanni nel resto del mondo. raspettativa di vita nei tre Paesi in cui oggi si trova il maggior numero di sopravvissuti oscilla tra i sessanta (nei Paesi dell'ex Unione Sovietica) e i settantasette anni (negli Stati Uniti e in Israele).39 Non è uno scandalo chiedersi come sia possibile pensare che fra trentacinque anni saranno ancora in vita «decine di migliaia» di superstiti. Si può in parte rispondere a questa domanda rammentando che l'industria dell'Olocausto ha riformulato per l'ennesima volta la definizione di sopravvissuto. «Uno dei motivi alla base di questa diminuzione relativamente lenta del loro numero» sostiene il citato stu[238]dio della Claims Conference «consiste nel fatto che, se si applica la definizione estesa, esistono molte più giovani vittime del nazismo di quanto si pensasse in un primo momento» (il corsivo è nell'originale).40 Seguendo criteri infiazionistici che ricordano l'epoca di Weimar, il piano Gribetz quantifica i superstiti ancora vivi in quasi un milione, il quadruplo dei già sorprendenti duecentocinquantamila individui indicati quando è stato imposto il risarcimento per l'Olocausto alla Svizzera.41
Per realizzare questo capolavoro statistico e demografico, il piano Gribetz considera sopravvissuto all'Olocausto ogni ebreo russo scampato alla Seconda guerra mondiale.42 Gli ebrei russi che erano già sfuggiti ai nazisti o che servirono nell'Armata rossa diventano così sopravvissuti all'Olocausto, perché, se fossero stati catturati, sarebbero stati torturati e uccisi.43 Anche se si adotta questa nuova definizione ai fini dell'argomentazione, non si spiega come mai i funzionari sovietici che erano già sfuggiti ai nazisti e i soldati non ebrei dell'Armata rossa non rientrino nella medesima categoria. Se fossero stati catturati, anche loro infatti sarebbero stati torturati e uccisi. Il piano Gribetz riferisce, per esempio, che un militare ebreo americano preso prigioniero dai nazisti fu internato in un campo di concentramento.44 Tutti i soldati semplici americani della Seconda guerra mondiale non dovrebbero quindi esse[239]re definiti sopravvissuti all'Olocausto? Qui si apre una vasta gamma di possibilità. Come spiega un illustre storico della sezione Olocausto del British Imperial War Museum esprimendosi a favore di tale aggiornamento dei dati sulla mortalità all'interno del piano Gribetz, «in senso ancor più lato possono [...] essere considerati "sopravvissuti all'Olocaust" anche i discendenti della seconda e persino della terza generazione», perché «può darsi che soffrano di danni psichici».45 Tra qualche tempo l'industria dell'Olocausto perdonerà persino Wilkomirski definendo anche lui un sopravvissuto, giacché, per citare il direttore dello Yad Vashem, il suo «dolore è autentico».
Per molti aspetti, all'industria dell'Olocausto conviene dare una nuova definizione di sopravvissuto e arrotondare per eccesso il numero delle vittime. In tal modo, non solo giustifica il fatto di avere sottratto denaro agli Stati europei, ma anche di averlo sottratto alle vere vittime dell'Olocausto nazista. Per anni, queste ultime hanno implorato la Claims Conference di destinare il denaro dei risarcimenti a un programma di assicurazione sanitaria. Nel piano Gribetz, questa «interessante» proposta viene menzionata in una nota, deplorando il fatto che la somma ricavata dalla composizione con la Svizzera «non sarebbe sufficiente» a garantire un'assicurazione sanitaria per «oltre ottocentomila sopravvissuti all'Olocausto».46 A parte un importo irri[240]sorio, secondo il piano Gribetz il denaro elvetico è destinato solo agli ebrei vittime del nazismo. Dal punto di vista tecnico, la composizione riguardava tutte «le vittime reali o designate della persecuzione nazista». In realtà, questa formulazione all'apparenza completa e «politicamente corretta» è uno stratagemma linguistico per escludere la maggior parte delle vittime non-ebree. L'espressione «vittime reali o designate della persecuzione nazista» comprende deliberatamente solo ebrei, zingari, testimoni di Geova, omosessuali e disabili. Per qualche misterioso motivo, esclude altri perseguitati politici (per esempio i comunisti e i socialisti) e di diverse etnie (per esempio i polacchi e gli abitanti della Bielorussia) che formano gruppi molto più numerosi rispetto a quelli elencati nel piano Gribetz accanto agli ebrei come «vittime reali o designate della persecuzione nazista». A livello pratico, ciò significa che quasi tutto il denaro dei risarcimenti spetta agli ebrei. Il piano comprende centosettantamila lavoratori schiavi ebrei; su un milione di lavoratori schiavi non ebrei, solo trentamila vengono tuttavia considerati «vittime reali o designate della persecuzione nazista». Analogamente, il documento prevede novanta milioni di dollari per le vittime ebree dei saccheggì nazisti, destinando invece solo dieci milioni ai non ebrei. P, in parte possibile giustificare tale suddivisìone ricordando che una simile situazione affonda le sue radici nei precedenti accordi di [241] indennizzo. Il piano lascia però anche intuire che in passato le vittime non ebree abbiano ricevuto una quota troppo esigua dei risarcimenti. Un piano di distribuzione equo non dovrebbe porre rimedio alle precedenti ingiustizie anziché accentuarle?47
Del miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari estorti alla Svizzera, il piano Gribetz stanzia niente meno che ottocento milioni per soddisfare le legittime rivendicazioni su conti bancari inattivi dell'epoca delr Olocausto. Comprese le appendici e le tabelle, il testo del documento si compone di parecchie centinaia di pagine con oltre mille note. L'unico particolare curioso consiste nelfatto che il piano non tenta mai di fornire motivazioni credibili per questa decisiva ripartizione. Si limita infatti a stabilire quanto segue: «Sulla base dell'analisi del rapporto Volcker, dei decreto giudiziario definitivo e delle consultazioni con i rappresentanti della commissione Volcker, il responsabile straordinario stima che il valore complessivo dei conti bancari da rimborsare si aggiri intorno agli ottocento milioni di dollari».48 Tale valutazione appare grottesca ed esagerata. Con ogni probabilità, la somma versata per i contì inattivi ammonta solo a una minuscola frazione dì questi ottocento milioni.49 Si desume che il denaro «residuo», vale a dire la somma rimasta una volta soddisfatte tutte le rivendicazioni legittime, verrà distribuito direttamente ai superstiti o a organizzazioni ebraiche la [242] cui attività sia legata all'Olocausto.50 In realtà, le risorse rimanenti andranno quasi sicuramente alle organizzazioni ebraiche, non solo perché l'industria dell'Olocausto avrà l'ultima parola, ma anche perché il denaro verrà distribuito solo tra molti anni, quando i veri sopravvissuti ancora in vita saranno pochissimi.51
A parte gli ottocento milioni di dollari destinati a rimborsare i conti bancari, il piano Gribetz ripartisce circa quattrocento milioni prevalentemente tra le categorie «proprietari derubati», «lavoratori schiavi» e «rifugiati». Ma contiene anche la decisiva riserva secondo cui nessuna di queste somme verrà sbloccata finché «non saranno esauriti tutti i ricorsi della controversia legale». Il documento riconosce che i «pagamenti proposti forse non potranno cominciare se non tra qualche tempo» e cita un interessante precedente in cui i procedimenti di ricorso sono durati tre anni e mezzo.52 I sopravvissuti anziani all'Olocausto non possono vincere, perché l'industria dell'Olocausto non può assolutamente perdere. Molti di loro, indignati per via del piano, vorranno senza dubbio fare ricorso, ma, anche nell'ipotesi in cui il ricorso avesse successo, solo pochi ne trarrebbero vantaggio. I procedimenti di ricorso potranno solo arricchire ulteriormente l'industria dell'Olocausto, che è già la principale beneficiaria del piano Gribetz: a causa del ritardo, altre somme andranno infatti a rimpinguare i suoi forzieri mentre morirà un numero sempre maggiore di superstiti.
[243]
Una volta sfruttate tutte le vie legali, il piano Gribetz prevede la seguente ripartizione per questi quattrocento milioni:
1) Nella categoria «proprietari derubati». novanta milioni non verranno versati direttamente ai sopravvissuti all'Olocausto, bensì a organizzazioni ebraiche che assistono «comunità dell'Olocausto» in senso lato. La parte più consistente spetterà alla Claims Conference, che il piano Gribetz elogia più volte per la sua «incomparabile esperienza al servizio delle esigenze delle vittime del nazismo».53 Il documento riserva dieci milioni a una «fondazione il cui obiettivo consisterà nel raccogliere i nomi di tutte le vittime, reali o designate, della persecuzione nazista e nel renderli disponibili a scopo di ricerca o commemorazione». Consiglia inoltre alla fondazione di utilizzare come materiale di base gli «insostituibili dati dei questionari originali» compilati dalle vittime dell'Olocausto. Una risposta frequente tra questi «insostituibili dati» rivela che ben una su sei vittime ebree (settantunomila su quattrocentotrentamila) ha dichiarato di essere stata titolare di un conto bancario elvetico prima della Seconda guerra mondiale. Una su sei possedeva anche una Mercedes e uno chalet in Svizzera.54
2) Nella categoria «lavoratori schiavi», ciascuno dei centosettantamila ex forzati di origine ebraica ancora in vita dovrebbe ricevere un pagamento suddiviso in [244] due rate: cinquecento dollari quando tutti i ricorsi saranno stati risolti e «fino a» cinquecento dollari quando saranno state verificate tutte le rivendicazioni sui conti bancari inattivi.55 In realtà, la cifra di centosettantamila persone è un'esagerazione, e probabilmente molti degli ex lavoratori schiavi ebrei non vivranno abbastanza da riscuotere la prima rata, per non parlare poi della seconda. Le domande vengono esaminate dalla Claims Conference, che, in quanto principale beneficiaria dei risarcimenti rimasti, trarrà vantaggio da ogni richiesta respinta.
3) Nella categoria «rifugiati», gli aventi diritto riceveranno somme comprese tra i duecentocinquanta e i duemilacinquecento dollari, che, come nel caso dei «lavoratori schiavi», verranno corrisposte in due rate.56 In base agli «insostituibili dati contenuti nel questionari originali», circa diciassettemila ebrei hanno reclamato l'appartenenza a questo gruppo. Con ogni probabilità, solo una piccola parte di queste diciassettemila persone riuscirà però a dimostrare di godere di un diritto legittimo (sarà la Claims Conference a valutare le domande), e ancora meno saranno gli individui che vivranno abbastanza a lungo da riscuotere il denaro.
Un'accurata analisi del piano Gribetz conferma pertanto le principali argomentazioni esposte nel terzo capitolo del presente volume. Dimostra che i pretesti addotti dall'industria dell'Olocausto per esigere dalle [245] banche elvetiche una somma di composizione non rimborsabile sono falsi e che pochi dei veri sopravvissuti all'Olocausto nazista beneficeranno direttamente (o anche solo indirettamente) del denaro svizzero. L'esame di altri accordi conclusi dall'industria dell'Olocausto produrrebbe probabilmente risultati analoghi. Le norme esecutive del piano Gribetz nascondono in effetti un gruzzolo d'emergenza a essa destinato. Con ogni probabilità, la maggior parte dei fondi svizzeri verrà distribuita solo quando non sarà rimasto altro che un esiguo gruppetto di sopravvissuti. Una volta venuti a mancare questi ultimi, il denaro si riverserà nei forzieri delle organizzazioni ebraiche. Non c'è dunque da meravigliarsi se il piano Gribetz è stato elogiato all'unanimità dall'industria dell'Olocausto.
Norman G. FinkeIstein
novembre 2000 New York
[257]
L'industria dell'Olocausto si incentra su due tesi fondamentali. In primo luogo, i tedeschi - e soltanto i tedeschi - devono assumersi la responsabilità di fare i conti con il proprio passato. Nella Catastrofe della Germania, Friedrich Meinecke osserva che la Germania nazista non fu unicamente malvagia perché l'«elemento amorale» su cui si imperniava infettò l'intera civiltà occidentale. «Questa verità» ci avverte tuttavia «non dovrebbe essere una giustificazione per noi tedeschi. Considerazioni di natura etica e storica impongono a noi tedeschi di pensare a ciò che riguarda noi e sforzarci di comprendere A ruolo speciale svolto dalla Germania in questa situazione.»58 È vero anche il contrario: considerazioni di natura etica e storica impon[258]gono, per esempio, agli Stati Uniti di pensare a ciò che riguarda loro. Pur essendo fin troppo disposti a sovrintendere alla resa dei conti tedesca, gli americani non sono invece disposti a concepire un'analoga responsabilità né sono capaci di farlo. Nel discorso che ha segnato la conclusione delle negoziazioni sul lavoro schiavistico in Germania, il segretario di Stato Madeleine Albright ha spiegato che è «negli interessi della politica estera statunitense adottare misure per affrontare le conseguenze dell'era nazista, imparando le lezioni di questo capitolo buio della storia tedesca, insegnandole al mondo e cercando di garantire che fatti del genere non si ripetano mai più».59 A dire il vero, sarebbe negli «interessi della politica estera» di quasi tutta l'umanità se gli Stati Uniti analizzassero i «capitoli bui» del loro passato. Mentre i tedeschi combattono ogni giorno contro i propri crimini storici, gli americani non hanno infatti ancora riconosciuto la maggior parte dei loro. Nella maggior parte delle discussioni americane sul Vietriam, ci si domanda soltanto quando i vietnamiti ammetteranno quel che ci hanno fatto.60 In altre parole, noi americani ci troviamo sul medesimo piano morale del discorso di Himmler a Posen.
La seconda tesi fondamentale dell'Industria dell'Olocausto sostiene che le élite ebraiche americane sfruttano l'Olocausto nazista per ottenere vantaggì politici e finanziari. Nella Questione della colpa, Karl Jaspers affer[259]ma che l'«accusa» rivolta alla Germania «non è più un'incriminazione» se diviene «un'arma usata [...] per altri scopi, siano essi politici o economici» (corsivo nell'originale).61 Pur avendo l'indiscutibile responsabilità di affrontare gli orrori del nazismo, i tedeschi hanno anche il diritto di opporsi allo sfruttamento di tali crimini.
Nell'Industria dell'Olocausto ho
spiegato come le organizzazioni, le istituzioni e le personalità
di spicco del mondo ebraico americano abbiano strumentalizzato
l'Olocausto nazista per proteggere Israele dalle critiche e, in
epoca più recente, per ricattare l'Europa. Il principale
rimprovero rivolto al libro non mi incolpa di aver travisato i
fatti, bensì di aver inventato una «teoria della
cospirazione» nel tentativo di descrivere questa iniziativa
coordinata. Nella Ricchezza delle nazioni, Adani Smith
osserva che i capitalisti «di rado si incontrano, anche
per gaiezza e divertimento, ma le loro conversazioni finiscono
sempre in cospirazione contro il pubblico o in un qualche espediente
per aumentare i prezzi». Un simile assunto trasforma forse
anche il classico di Smith in una «teoria della cospirazione»?62
Dalla pubblicazione dell'edizione tedesca dell'Industria dell'Olocausto, i nuovi sviluppi hanno avvalorato le mie [260] teorie principali. Nell'ottobre del 2001, il Claims Resolution Tribunal (CRT), pronunciandosi sui ricorsi riguardanti i conti svizzeri inattivi dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha reso noti gli esiti delle sue ricerche tramite una lista iniziale di 5570 conti esteri. Ha scoperto che il valore attuale dei conti appartenenti alle vittime dell'Olocausto, inclusi gli interessi maturati, ammonta a dieci milioni di dollari. Con ogni probabilitá, una volta risolti i ricorsi sui restanti ventunmila conti inattivi e chiusi dell'epoca dell'Olocausto, tale cifra non si avvicinerà nemmeno lontanamente al miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari estorto alle banche svizzere nella composizione definitiva, per non parlare poi della somma richiesta in origine, compresa tra i sette e i venti miliardi. Riferendo le conclusioni del CRI il «Times» di Londra ha pubblicato un articolo intitolato: «Il denaro svizzero dell'Olocausto è un mito». Il peso delle prove convalida l'accusa di Raul Hilberg, secondo cui il Congresso Mondiale Ebraico ha inventato «cifre stratosferiche» per poi «ricattare» le banche svizzere e costringerle a sottomettersi.63 Poiché solo una piccolissima percentuale del miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari della composizione con la Svizzera è finita nelle tasche delle vittime o dei loro eredi, i ricattatori hanno cominciato, come era prevedibile, a contendersi il bottino dell'Olocausto. È interessante notare che chi si trova in mezzo [261] a questo fuoco incrociato è proprio la vittima dei ricattatori. Sostenendo che Israele è il legittimo destinatario e dichiarando: «Non mi fido del Congresso Mondiale Ebraico», il ministro della Giustizia israeliano chiede infatti che «l'accordo con le banche svizzere venga rinegoziato».64
La tattica del ricatto adottata da Stuart Eizenstat, il principale ufficiale di collegamento dell'industria dell'Olocausto con l'amministrazione Clinton (dove ha lavorato come vice-segretario al Tesoro), si è dimostrata meno efficace nei confronti della Francia. In Francia, la commissione Matteoli aveva individuato sessantaquattromila conti bancari forse appartenuti a vittime dell'Olocausto, un numero molto più elevato rispetto ai venticinquemila conti svizzeri. Pur avanzando richieste che hanno «scioccato» i francesi, Eizenstat, che ha lavorato con l'acqua alla gola nelle fasi finali della presidenza Clinton, è però riuscito a strappare solo una somma di poco superiore a quella effettivamente dovuta alle vittime dell'Olocausto. In una «Dichiarazione d'interesse» allegata all'accordo definitivo, Eizenstat ha sottolineato che «tra gli interessi degli Stati Uniti figura [...] un'equa e tempestiva risoluzione» dei ricorsi presentati dalle vittime dell'Olocausto contro la Francia, «per portare un po' di giustizia nella loro vita». Senza dubbio un nobile interesse, che, ahimè, non si è però esteso ai ricorsi contro gli Stati Uniti. Il confron[262]to tra la documentazione statunitense e quella svizzera è suffidente a mettere in luce questa ipocrisia.65
Nel maggio del 1998, il Congresso ha incaricato una commissione consultiva presidenziale di «condurre nuove ricerche sul destino dei beni sottratti alle vittime dell'Olocausto ed entrati in possesso del governo federale degli Stati Uniti» e di «suggerire al presidente le politiche da adottare per la restituzione dei beni rubati ai legittimi proprietari o ai loro eredi».66 Nel dicembre del 2000, la commissione, presieduta da Edgar Bronfman (che aveva orchestrato l'attacco alle banche svizzere), ha pubblicato il tanto atteso rapporto, intitolato Plunder and Restitution: The U.S. and Holocaust Victims'Assets.67 Il documento vuole dimostrare che «gli Stati Uniti non hanno preteso da se stessi meno di quanto abbiano preteso dalla comunità intemazionale».68 In realtà, un'attenta lettura della relazione conduce alla conclusione opposta: pur essendosi macchiati di tutti i reati di cui hanno accusato gli svizzeri, gli Stati Uniti non si sono visti imporre analoghe richieste di restituzione.69
La commissione presidenziale contrappone l'«intransigenza delle banche svizzere» agli «straordinari sforzi» compiuti dagli Stati Uniti per restituire i beni dell'epoca dell'Olocausto.70 Io vorrei prima confrontare le accuse rivolte agli svizzeri con il comportamento americano rivelato nel rapporto della commissione.
[263]
L'industria dell'Olocausto ha accusato le banche svizzere di aver sistematicamente negato ai sopravvissuti e ai loro eredi l'accesso ai conti dopo la Seconda guerra mondiale. La commissione Volcker ha concluso che, tranne qualche raro caso, questa accusa era priva di fondamento.71 La commissione presidenziale ha invece scoperto che, dopo il conflitto, «molti» sopravvissuti all'Olocausto e loro eredi non riuscirono a recuperare i beni negli Stati Uniti a causa «dei costi e delle difficoltà di compilazione» del ricorso (dal 1941 il governo federale bloccava o investiva i beni di tutti i cittadini provenienti dai paesi che avevano subito l'occupazione nazista).72 Come le banche svizzere, in «alcuni casi» il governo federale cercò i legittimi proprietari.73
L'industria dell'Olocausto ha accusato le banche svizzere di aver sistematicamente distrutto documenti importanti nel tentativo di coprire le proprie tracce. La commissione Volcker ha concluso che l'accusa era priva di fondamento.74
A distruggere fondamentali «dati grezzi» sono invece stati gli Stati Uniti. Dopo la dichiarazione di guerra contro l'Asse, il ministero del Tesoro chiese alle società [264] finanziarie americane di presentare elenchi dettagliati di tutti i beni di cittadini stranieri in deposito. La commissione riferisce che i moduli (in tutto 565.000) «sono andati distrutti e che le indagini non hanno portato alla luce alcun duplicato. È pertanto impossibile stimare l'ammontare dei beni delle vittime negli Stati Uniti nel 1941». Stranamente, la commissione non dice quando e perché i documenti siano stati macerati.75
L'industria dell'Olocausto ha giustamente accusato la Svizzera di aver usato il denaro di proprietà delle vittime dell'Olocausto provenienti dalla Polonia e dall'Ungheria come risarcimento per i beni svizzeri nazionalizzati dai governi di questi paesi.76 La Commissione presidenziale riferisce tuttavia che ciò accadde anche negli Stati Uniti: «Il risarcimento dei beni statunitensi perduti in Europa ebbe la precedenza sul risarcimento dei beni di cittadini stranieri congelati negli Stati Uniti. Il Congresso considerò i beni tedeschi congelati una fonte con cui liquidare le richieste statunitensi per il risarcimento dei danni subiti da società e cittadini americani durante la guerra [...] I danni statunitensi furono così in parte risarciti mediante beni tedeschi che comprendevano, con ogni probabilità, i beni delle vittime [dell'Olocausto]».77
[265]
L'industria dell'Olocausto ha giustamente accusato gli svizzeri di aver acquistato l'oro nazista sottratto alle tesorerie centrali europee.78 La commissione presidenziale rivela tuttavia che gli Stati Uniti fecero lo stesso. Il commercio dell'oro nazista rubato restò infatti una politica ufficiale americana finché la dichiarazione di guerra della Germania ne impedì la prosecuzione. Vale la pena di citare per intero il relativo brano del rapporto della commissione:
L'invasione tedesca di Francia, Belgio e Paesi Bassi nel maggio del 1940 indusse il signor Pinsent, consulente finanziario presso l'ambasciata britannica, a inviare un messaggio al ministero del Tesoro per chiedere al signor Morgenthau [il segretario del Tesoro] «se fosse disposto a passare al setaccio le importazioni d'oro allo scopo di rifiutare quelle presumibilmente tedesche», poiché Pinsent aveva il chiaro timore che le riserve private di oro belga e olandese finissero in mano tedesca. In un memorandum del 4 giugno 1940, Harry Dexter White [responsabile della Divisione per le ricerche valutarie] spiega perché il ministero del Tesoro statunitense non abbia sollevato domande riguardo all'origine dell'oro «tedesco» [...] La mossa più efficace che gli Stati Uniti potessero compiere affinché l'oro continuasse a essere un mezzo di scambio internazionale, sostiene White, [266] «consiste nel conservarne l'inviolabilità e l'accettazione indiscussa come mezzo di pagamento internazionale». In effetti, sei mesi dopo, White avrebbe parlato con sdegno della sua «incrollabile opposizione a prendere in seria considerazione le proposte avanzate da coloro che non conoscono a fondo l'argomento e ci chiedono di sospendere l'acquisto dell'oro o di smettere di comprare l'oro di un determinato paese per una ragione o per un'altra». All'inizio dei 1941, un memorandum interno del ministero del Tesoro invitò nuovamente White a porsi la domanda: «Di chi è l'oro che acquistiamo?», ma dai suoi appunti risulta chiaramente che la risposta fu «un'accettazione indiscussa dell'oro».79
L'industria dell'Olocausto ha giustamente accusato gli svizzeri anche di aver comprato l'oro nazista rubato alle vittime dell'Olocausto. Nulla dimostra però che gli svizzeri abbiano comprato consapevolmente «l'oro delle vittime», il cui valore complessivo attuale è stato stimato in circa un milione di dollari.80 La Commissione presidenziale non esclude inoltre che «i lingotti e le monete acquistati dal ministero del Tesoro mediante le Federal Reserve Banks di New York durante e dopo la guerra contenessero quantità infinitesimali di oggetti d'oro rubati alle vittime del nazismo».81
In sintesi, il rapporto della Commissione presidenziale dimostra che gli Stati Uniti si macchiarono di tut[267]te le accuse rivolte alla Svizzera dall'industria dell'Olocausto.
Quest'ultima ha costretto le banche svizzere a condurre un'esauriente indagine esterna, costata mezzo miliardo di dollari, per individuare tutti i beni non reclamati dell'epoca dell'Olocausto. Ancor prima che l'indagine venisse completata, l'industria dell'Olocausto ha imposto agli svizzeri il risarcimento di un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari.82 La commissione Volcker ha tuttavia riferito che gli Stati Uniti erano, proprio come la Svizzera, uno dei principali porti d'approdo dei beni ebrei in Europa.83 Esaminiamo ora le richieste imposte agli Stati Uniti.
Come già detto, la Commissione presidenziale ha dichiarato che il suo «lavoro [...] dimostra che gli Stati Uniti non hanno preteso da se stessi meno di quanto abbiano preteso dalla comunità internazionale». La Commissione non ha tuttavia eseguito un calcolo completo dei beni dell'epoca dell'Olocausto non reclamati in territorio statunitense. Il rapporto sostiene che non spettava alla Commissione «quantificare meccanicisticamente o attribuire un valore in dollari alle carenze storiche rilevate nella politica statunitense o nella sua messa in opera».84 A quanto pare, non ha potuto farlo sia a causa del «necessario compromesso tra gli obiettivi della ricerca e il tempo e le risorse disponibili per il suo completamento» sia a causa dell'«insufficien[268]za e della qualità eterogenea della documentazione in suo possesso».85 Inspiegabilmente, la Svizzera è riuscita a superare tali ostacoli, ma gli Stati Uniti no. Che cosa ha impedito di investire più «tempo e risorse» e di condurre un'indagine sul modello svizzero per colmare le lacune documentali?86 Allo stesso modo, un computo accurato dei beni dell'epoca dell'Olocausto restituiti avrebbe richiesto «indagini sistematiche che sarebbero state al di là delle capacità»87 della Commissione, ma non al di là di quelle delle banche svizzere.
La Commissione riferisce che la Jewish Restitution Successor Organization (JRSO) «accettò solo con riluttanza» il risarcimento di cinquecentomila dollari offerto dal governo statunitense all'inizio degli anni Sessanta per i beni dell'epoca dell'Olocausto non reclamati.88 Sebbene i risultati del rapporto avvalorino l'assunto di Seymour Rubin, secondo cui la cifra di cinquecentomila dollari era «assai modesta»,89 la Commissione conclude, come era prevedibile, che l'esiguità del risarcimento non è «imputabile a cattive intenzioni da parte di alcun funzionario, agente o istituzione statunitense».90 Il rapporto non accenna nemmeno al fatto che gli Stati Uniti dovrebbero pagare un risarcimento maggiore, per non parlare poi di una cifra paragonabile al miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari estorto agli svizzeri.
La Commissione presidenziale acclude inoltre una [269] lista di nobili raccomandazioni.91 Al termine della guerra, i soldati americani di stanza in Europa si dedicarono a massicci saccheggi.92 Una delle raccomandazioni chiede al governo federale «di mettere a punto, in concerto con le organizzazioni militari dei veterani, un programma volto a promuovere la restituzione volontaria dei beni delle vittime di cui gli ex membri delle forze armate potrebbero essersi impossessati come souvenir di guerra». Senza dubbio i veterani stanno già facendo la fila per restituire il bottino. Una delle raccomandazioni conclusive chiede agli Stati Uniti di «conservare il loro ruolo di primo piano nell'incoraggiare l'impegno della comunità internazionale ad affrontare i problemi legati alla restituzione dei beni». Dopo il rapporto sarebbe ragionevole giungere alla conclusione che il ruolo di primo piano dell'America è più una catastrofe che una benedizione.
***
Nel libro affermo che, durante i recenti negoziati con la Germania, l'industria dell'Olocausto ha gonfiato sia il numero di ex lavoratori schiavi ebrei vivi al termine della guerra sia il numero di quelli ancora vivi oggi. È la stessa Claims Conference ad ammetterlo. Il professor Yehuda Bauer, ex direttore dello Yad Vashem - il museo dell'Olocausto, oltre che il principale istituto [270] israeliano di ricerca sull'Olocausto - lavora oggi come consulente della Conferenza per l'educazione all'Olocausto. Nel suo recente studio, Rethinking The Holocaust, stima «che, alla fine della Seconda guerra mondiale, circa duecentomila ebrei scamparono ai campi nazisti di concentramento e lavoro forzato e sopravvissero alle marce della morte». Pur essendo molto più elevata delle stime consuete, la cifra indicata da Bauer è inconciliabile con le asserzioni fatte dall'industria dell'Olocausto durante i negoziati, secondo cui settecentomila lavoratori schiavi ebrei sopravvissero alla guerra e centoquarantamila sono ancora vivi a distanza di più dì cinquantanni.93 Persino le organizzazioni dei sopravvissuti accusano l'industria dell'Olocausto di aver ingigantito il numero durante le trattative per poi ridimensionarlo una volta ottenuti i risarcimenti: «Come mai il numero degli effettivi superstiti della Shoah è stato esagerato in maniera cosi clamorosa durante i negoziati e come mai i negoziatori avevano tanta paura che la stampa e gli oppositori tedeschi e svizzeri potessero smentire le loro statistiche?»94 L'inflazione supera ormai quella del periodo di Weimar: J.D. Bindenagel, inviato speciale del Dipartimento di Stato americano per i problemi legati all'Olocausto, ha infatti dichiarato che «negli anni del dopoguerra molti milioni di vittime dell'Olocausto furono catturate dietro la Cortina di ferro».95
[271]
I tedeschi convinti che il pagamento delle somme estorte e gli elogi pubblici tributati all'industria dell'Olocausto per la sua irreprensibilità morale avrebbero chiuso una volta per tutte il capitolo dei risarcimenti devono attendersi una sorpresa. L'industria dell'Olocausto ha ora messo i suoi avidi occhi sui trecentocinquanta milioni di dollari stanziati per una fondazione tedesca che promuova la tolleranza («Fondo per il faturo»). A guidare la carica è il rabbino Israel Singer, vicepresidente della Claims Conference. Affermando che «è dovere della comunità ebraica mettere in discussione le parti della composizione con cui non si trova d'accordo», questo ideatore della strategia del ricatto adottata dall'industria dell'Olocausto dichiara: «Non credo che dovremmo giocare secondo le regole dei tedeschi». Non c'è da meravigliarsi se, a quanto dice Singer, persino gli altri ebrei «mi definiscono un gangster».96
Le parcelle dei legali che hanno lavorato all'accomodamento tedesco ammontavano in totale a sessanta milioni di dollari. I primi in classifica sono Melvyn I. Weiss e Michael Hausfeld, rispettivamente con sette milioni e trecentomila e cinque milioni e ottocentomila dollari, mentre almeno altri dieci hanno intascato oltre un milione. Il professor Burt Neuborne dell'università di New York ha osservato che il suo onorario da cinque milioni non era «particolarmente alto» (soprattutto se lo con[272]frontiamo con la somma - compresa tra i cinque e i settemila dollari - assegnata dalla composizione tedesca a un sopravvissuto di Auschwitz). Alle sue spalle, con soli quattro milioni e trecentomila dollari, è Robert Swift, che ha preso con filosofia il suo compenso «minimo sotto tutti i punti di vista»: «Non tutto quel che si fa nella vita può essere misurato in dollari e centesimi». Cercando conforto altrove, un intraprendente avvocato ha venduto la storia del suo cliente a Mike Ovitz di HolIywood, ex presidente della Disney. Stuart Eizenstat ha continuato a difendere le parcelle dei legali definendole «troppo modeste». I sopravvissuti all'Olocausto la pensavano diversamente. «Se si fosse risparmiata solo la metà della somma spesa per gli onorari degli avvocati, ossia circa trenta milioni di dollari» ha commentato una delle loro organizzazioni «quel denaro avrebbe potuto essere usato per creare uno o più centri di assistenza sanitaria riservati ai sopravvissuti anziani e malati. Queste parcelle esorbitanti sono una vergogna!»97
È tuttavia un errore concentrarsi esclusivamente sui misfatti degli avvocati dell'Olocausto. Questa è infatti la principale strategia adottata dall'industria dell'Olocausto per distogliere l'attenzione da se stessa man mano che la scomoda verità viene a galla (negli Stati Uniti, dove i legali si prendono insulti da tutti, il successo è quasi garantito). In realtà, gli avvocati che hanno intentato azioni collettive hanno intascato meno del due per [273] cento delle varie composizioni. I veri ladri sono i consigli di amministrazione incrociati delle organizzazioni affiliate all'industria dell'Olocausto, quali la Claims Conference e il Congresso Mondiale Ebraico (CME).
Nell'Industria dell'Olocausto, ho documentato il cattivo uso dei risarcimenti fatto dalla Claims Conference sin da quando fu fondata nei primi anni Cinquanta. Nessuna di queste accuse è mai stata confutata con argomentazioni valide,98 e i recenti sviluppi si conformano allo schema osservato. Nel novembre del 2001, il CME ha dichiarato di aver raccolto undici miliardi di dollari in risarcimenti per l'Olocausto e prevedeva che alla fine la cifra avrebbe sfiorato i quattordici miliardi (non è chiaro se tali somme comprendano le decine di migliaia di proprietà dei valore di svariati miliardi che la Claims Conference contesta tuttora in Germania). Al momento, l'industria dell'Olocausto «non discute se, ma come» usare i «probabili miliardi» di «avanzi» che rimarranno una volta «uscite di scena» le vittime bisognose.99 È difficile immaginare come faccia a sapere che vi saranno «probabili miliardi» di rimanenze se - e questa è un'altra delle sue affermazioni - i sopravvissuti all'Olocausto indigenti e ancora vivi sono quasi un milione e «decine di migliaia» saranno «probabilmente in vita» nel 2035.100
L'industria dell'Olocausto prevede dunque rimanenze miliardarie asserendo al tempo stesso di non potersi permettere la creazione di centri di assistenza sanitaria per le [274] vittime più anziane. Denunciando lo spreco dei risarcimenti, nel giugno del 2001 ventimila vittime dell'Olocausto hanno fondato una nuova organizzazione, la Holocaust Survivors Foundation - USA, «per garantire che i miliardi di dollari raccolti per i superstiti vengano versati ai superstiti». Leo Rechter, segretario della Fondazione, afferma che i sopravvissuti all'Olocausto e i «governi stranieri» sono stati «indotti per decenni a credere» che la Claims Conference «avesse a cuore i NOSTRI interessi». David Schächter, presidente della Fondazione, lamenta che molti superstiti anziani vivono in «condizioni disperate» mentre «la Claims Conference ha messo a loro disposizione solo una minima percentuale dei miliardi che ha acquisito in nome dei sopravvissuti all'Olocausto». È «ingiusto» che i superstiti non ricevano assistenza sanitaria, afferma Joe Sachs, direttore della Fondazione, «mentre si spendono milioni per la creazione di istituzioni in località remote come la Siberia e si sperperano centinaia di milioni per progetti dalle dubbie finalità in tutto il mondo». Tra queste iniziative ambigue figurano «un milione e cinquecentomila dollari per il "Teatro yiddish" di Tel Aviv», «un milione per il "Mordechai Anielevich Memorial" in Israele», «centinaia di migliaia di dollari per uno studio sulla storia delle yeshivot prebelliche» e «oltre un milione di dollari per una "Fondazione in memoria della cultura ebraica" a New York, una cifra pari al doppio delle somme recentemen[275]te stanziate per tutti i sopravvissuti bisognosi della Florida». Rimproverando l'industria dell'Olocausto per «essersi intromessa e aver cercato di procurarsi denaro per i suoi enti benefici preferiti anziché metterlo a disposizione delle persone nel cui nome l'ha ottenuto», Rechter ha posto ai negoziatori una domanda retorica: avevano comunicato ai loro interlocutori che una «considerevole fetta» dei risarcimenti non sarebbe stata spesa per i sopravvissuti bensì per i loro «progetti preferiti»?
«I rappresentanti delle organizzazioni ebraiche, che hanno condotto con clamore la nobile campagna per l'istituzione dei fondi di risarcimento, non hanno agito spinti da un profondo interesse verso i sopravvissuti all'Olocausto e i loro eredi» ha detto alla Knesset israeliana il deputato Micnael Kleiner, mentre gli ebrei bisticciavano per il bottino dell'Olocausto. «Il vero scopo non consisteva nel restituire i beni ebraici ai legittimi proprietari. I rappresentanti delle organizzazioni hanno fatto tutto il possibile per garantire che il denaro e le proprietà ebraiche finissero invece nei loro forzieri. In tal modo, speravano di dare nuova linfa ai loro enti e alla vita lussuosa cui sono ormai abituati.» Analogamente, l'autorevole quotidiano israeliano «Haaretz» ha osservato: «A volte sembra che, nelle mani delle grandi organizzazioni ebraiche, l'Olocausto si sia trasformato in uno strumento per ottenere fondi con cui finanziare i progetti cari ai leader di quegli organismi».101
[276]
L'industria dell'Olocausto ha designato l'«educazione all'olocausto» quale principale beneficiaria dei risarcimenti. Nel libro ho scritto che gran parte della letteratura sull'Olocausto non ha «alcun valore didattico». Deplorando che «le case editrici americane hanno pubblicato una pletora di volumi inutili, tra cui le testimonianze di sopravvissuti che a quel tempo avevano sette anni», Hilberg osserva che «negli Stati Uniti nessuno è davvero interessato a imparare qualcosa di nuovo riguardo a questo periodo storico» e che «oggi gli unici studi seri sull'Olocausto provengono dalla Germania».102
Una rapida panoramica della recente letteratura sull'Olocausto conferma i giudizi più severi:
I. L'industria dell'Olocausto ha scelto Never Again: A History of the Holocaust [Mai più. Una storia dell'Olocausto], l'ultimo contributo di Sir Martin Gilbert alla letteratura sull'Olocausto, per la distribuzione in Lituania. Un'appendice al libro offre una perla di sciovinismo insulso fino all'imbarazzo: «Penso che gli ebrei d'Europa siano stati il popolo più intelligente della terra perché volevano conoscere il mondo che li circondava». Prendiamo in considerazione i titoli di alcuni capitoli: «La rivolta nel ghetto di Varsavia», «Le rivolte nei ghetti», «La fuga verso i partigiani», «I movimenti di resi[277]stenza ebraici», «Gli ebrei negli eserciti alleati», «Gli ebrei nel movimento di resistenza nazionale», «Le rivolte nei campi di sterminio», «Gli ebrei durante la rivolta di Varsavia del 1944». Dagli ebrei che vanno incontro alla morte «come pecore al macello» siamo ora passati agli ebrei che vanno incontro alla morte come dei «Rambowitz».103
2. Come abbiamo già detto, Yehuda Bauer è l'ex direttore della Sezione ricerche sull'Olocausto dello Yad Vashem e al momento è consulente, per l'educazione all'Olocausto, della Claims Conference. In Rethinking the Holocaust [Ripensando all'Olocausto], il coronamento del lavoro di una vita, riesce ad affermare e negare al tempo stesso ciascuna delle principali tesi sullo sterminio nazista degli ebrei: può e non può essere compreso razionalmente; è e non è scaturito dall'Illuuminismo e dalla Rivoluzione francese; è e non è paragonabile allo sterminio degli zingari L'autore formula bizzarre critiche riguardo a «gran parte della storiografia tedesca» sull'Olocausto nazista perché «essa trascura la strage in sé soffermandosi invece su chi decise che cosa e quando in merito al massacro degli ebrei». Bauer ha infine un'illuminante intuizione sulle motivazioni di Himmler: «Se tutti gli esseri umani recano in sé i semi degli atteggiamenti che definiamo positivi e negativi, possiamo descrivere Himmler come un individuo in cui gli elementi negativi si manifestarono in forma [278] estrema, senza dubbio in seguito alla confluenza di fattori sociali e personali-individuali».104
3. Saul Friedländer, uno storico dell'Olocausto, ha elogiato lo studio di Guenter Lewy, intitolato The Nazi Persecution of the Gypsies [La persecuzione nazista degli zingari], per la sua «profonda compassione». Secondo la tesi centrale del libro, durante la Seconda guerra mondiale gli zingari non soffrirono quanto gli ebrei, anzi non furono nemmeno vittime di un genocidio. Ecco qui le argomentazioni dell'autore: gli zingari furono sterminati senza pietà dagli Einsatgruppen come gli ebrei, ma solo perché sospettati di spionaggio; gli zingari furono deportati ad Auschwitz come gli ebrei, ma solo «per toglierli di mezzo, non per ucciderli»; gli zingari furono gassati a Chelmno come gli ebrei, ma solo perché avevano contratto il tifo; gran parte degli zingari sopravvissuti fu sterilizzata come gli ebrei, ma non per impedirne la moltiplicazione bensì solo per «impedire la contaminazione del "sangue tedesco"». Non è difficile immaginare come reagirebbero il pubblico e gli intellettuali se sostituissimo «zingari» con «ebrei» nel volume di Lewy.105
4. L'ultimo libro di Richard Overy, un illustre docente britannico di storia contemporanea, si intitola Interrogations. The Nazi Elite in Allied Hands, 1945 [Interrogatori. Come gli Alleati hanno scoperto la terribile realtà del [279] Terzo Reich]. In questa raccolta di documenti riguardanti i processi di Norimberga - per il resto annotata con dovizia di particolari -, Overy riporta senza commenti critici la testimonianza di Franz Blaha, un medico ceco imprigionato a Dachau, secondo il quale lì ebbero luogo «molte esecuzioni con il gas, le facilazioni o le iniezioni». Si dà il caso che Blaha sia stato l'unico a testimoniare sulla camera a gas di Dachau durante il processo svoltosi in quella stessa città nel 1945. In precedenza aveva dichiarato che vi era stata una prova con il gas e aveva aggiunto di aver visto nella camera due persone morte, due svenute e tre in piedi. In tribunale testimoniò di aver scorto tra le otto e le dieci persone, tre delle quali ancora vive. Solo più tardi, a Norimberga, denunciò numerose esecuzioni con il gas. È proprio questa sciatteria nel controllo delle fonti a rendere credibile la negazione dell'Olocausto. Esaminare le fonti con meticolosità è senza dubbio più importante che cercare di suscitare clamore intorno alle minacce dei negatori dell'Olocausto.106
Lo scopo dell'educazione all'Olocausto consiste naturalmente nell'«imparare le lezioni dell'Olocausto». Ma quali sono le lezioni che l'industria dell'Olocausto vuole trasmetterci? Una di esse insegna a dare la priorità alla lotta contro l'antisemitismo tranne nei casi in cui è più conveniente non farlo. Cosi, mentre esortava la co[280]munità mondiale a boicottare l'Austria dopo che il Partito liberale di Jörg Haider era entrato nella coalizione alla guida del paese, l'industria dell'Olocausto negoziava tranquillamente un accordo di risarcimento a Vienna. Dopo aver raggiunto un compromesso vantaggioso, Stuart Eizenstat ha coperto il governo austriaco di elogi per aver «dimostrato, non solo all'Austria ma anche al resto dell'Europa e al mondo intero, che è possibile riconciliarsi con il proprio passato e rimarginare le ferite anche molti decenni dopo».107 Un'altra lezione importante insegna a «non confrontare» l'Olocausto con altri crimini tranne nei casi in cui il confronto è conveniente dal punto di vista politico. Così, un periodico dell'industria dell'Olocausto ha paragonato l'attacco dell'11 settembre contro il World Trade Center al «travaglio della Seconda guerra mondiale e alle sofferenze della Shoah», mentre l'«Atlantic Monthly» si è domandato chi occupasse il posto più alto nella «gerarchia del male» tra Bin Laden e Hitler, e il «New York Times Magazine» ha affermato che il fondamentalismo islamico è «un nemico più formidabile del nazismo».108 Un'altra lezione insegna a ricordare il genocidio nazista ma a dimenticare tutti gli altri. Shimon Peres, il ministro degli Esteri israeliano, ha così liquidato lo sterminio sistematico degli armeni da parte dei turchi come semplici «chiacchiere» e ha definito «insignificante» il bilancio armeno della strage.109 Un'altra lezione insegna a vigilare [281] sui crimini contro l'umanità a eccezione di quelli commessi dal nostro governo. Così, mentre l'incontrollabile potere statunitense semina distruzione tra gran parte dell'umanità, l'Holocaust Memorial Council «ha invitato gli Stati Uniti a concentrarsi sulla "minaccia di genocidio" in Sudan».110 Chi sta imparando dall'Olocausto la lezione più istruttiva è infine l'esercito israeliano: per soffocare la resistenza palestinese a un'occupazione che dura ormai da trentacinque anni, un alto ufficiale israeliano ha chiesto alle truppe di «analizzare e interiorizzare gli insegnamenti derivanti [...] dal modo in cui l'esercito tedesco combatté nel ghetto di Varsavia111».
A mio parere, l'unica vera lezione dell'Olocausto è semplicissima: dire la verità. Nell'attuale clima di intimidazione e «correttezza verso l'Olocausto», il sacrificio personale e professionale può essere notevole. Ma il prezzo del silenzio è chiaramente più alto. Le menzogne e i travisamenti dell'industria dell'Olocausto alimentano la negazione dell'Olocausto; i suoi ricatti e la sua avidità fomentano l'antisemitismo; la sua ipocrisia e la sua ambivalenza precludono la diffusione di principi significativi. Prima l'industria dell'Olocausto verrà chiusa, e meglio staremo tutti quanti, ebrei e non ebrei.
Norman G. Finkelstein
febbraio 2002 New York
Hannah Arendt
- La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1999 [Eichmann in Jerusalem.A Report on the Banality of Evil, 1961]
- Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1996 [The Origins of Totalitarianism, 1951].
Tom Bower, I cassieri dell'Olocausto, Sperling & Kupfer, Milano 1998 [Nazi Gold]
Noarn Chomsky, La quinta libertà: ideologia e potere. La politica statunitense in America centrale, Il Cerchio, Rimini 1989 [Turning the Tide].
Joachim C. Fest, Hitler, Rizzoli, Milano 1991 [Hitler].
Victor Frankl, Alla ricerca di un significato della vita. I fondamenti spirituali della logoterapia, Mursia, Milano 1994 [Man's Search for Meaning, 1959].
Martin Gilbert, Mai più. Una storia dell'Olocausto, Rizzoli, Milano 2000 [Never Again: A History of tbe Holocaust].
Daniel Jonah Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l'Olocausto, Mondadori, Milano 1997 [Hitler's Willing Executioners]
John Hersey, Il muro di Varsavia, Mondadori, Milano 1951 [The Wall].
Seymour M. Hersh, L'opzione H. L'arsenale nucleare e i rapporti tra Cia e Mossad, Rizzoli, Milano 1991 [The Samson Option].
Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d'Europa, Einaudi, Torino 1995 [The Destruction of the European Jews, 1961].
Adam Hochshild, Gli spettri del Congo, Rizzoli, Milano 2001 [King Leopold's Ghost].
Karl Jaspers, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Cortina, Milano 1996 [The Question of German Guilt]
Jerzy Kosinski, L'uccello dipinto, Longanesi, Milano 1981 [The Painted Bird].
Bernard Lewis
- Il Medio Oriente. duemila anni di storia, Mondadori, Milano 1996 [The Middle East]
- Semiti e antisemiti: indagine su un conflitto e su un pregiudizio, Il Mulino, Bologna 1990 [Semites and Anti-Semites].
Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, Einaudi, Torino 2002 [The Nazi Persecution of the Gypsies].
Arno Mayer, Soluzione finale: lo sterminio degli ebrei nella storia europea, Mondadori, Milano 1990 [Why Did the Heavens Not Darken].
Friedrich Meinecke, La catastrofe della Germania. considerazioni e ricordi, La Nuova Italia, Firenze 1948 [The German Catastrophe]
Richard Overy, Interrogatori. Come gli Alleati hanno scoperto la terribile realtà del Terzo Reich, Mondadori, Milano 2002 [Interrogations. The Nazi Elite in Allied Hands, 1945]
Gerald Reitlinger, La soluzione finale: il tentativo di sterminio degli ebrei d'Europa, 1939-1945, Il Saggiatore, Milano 1965 [The Final Solution, 1954].
Jean-Paul Sartre, L'antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica, Mondadori, Milano 1990 [Réflexions sur la question juive, 1946] .
John Stuart Mill, La soggezione delle donne, Era Nuova, 1998 [On the Subjection of Women].
Tom Segev, Il settimo milione, Mondadori, Milano 2001 [The Seventh Million].
Leon Uris, Mila 18, Rizzoli, Milano 2000 [Mila 18].
Isabel Vincent, L'oro dell'Olocausto. La storia segreta dei beni rubati agli ebrei d'Europa, Rizzoli, Milano 1997 [Hitler's Silent Partners].
Elie Wiesel
- E mai si riempie il mare, Bompiani, Milano 1998 [And the Sea Is Never Full].
- Gli ebrei del silenzio, Spirali Edizioni, Milano 1985 [The jews of Silence].
- La notte, La Giuntina, Firenze 1992 [La Nuit, 1956].
- Tutti i fiumi vanno al mare. Storia di una vita dall'olocausto al Premio Nobel per la pace, Bompiani, Milano 1996 [All Rivers Run to the Sea].
Binjamin Wilkornirski, Frantumi. Un'infanzia 1939-1948, Mondadori, Milano 1996 [Fragments].
Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt 1906-1975: per amore del mondo, Bollati Boringhieri, Torino 1994 [Hannah Arendt].
Jean Ziegler, La Svizzera, l'oro e i morti, Mondadori, Milano 1998 [The Swiss, the Gold and the Dead]