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Norman Finkelstein, L'industria dell'Olocausto, 2002,

conclusione, appendici

- Note ­


 

| Indice | 1 | 2 | 3 | 4 |

1. Adam Hochschild, King Leopold's Ghost, Boston 1998 .


2. Wiesel, Against Silence, III volume, 190; cfr. I volume, 186, II volume, 82, III volume, 242 e Wlesel, And the Sea, 18 .


3. Novick, The Holocaust, 230-1 .


4. «New York Times», 25 maggio 1999 .


5. Novick, The Holocaust, 15 .


6. John Toland, Adolf Hitler, New York 1976, 702. Joachim Fest, Hitler, New York 1975, 214, 650. Si veda anche Finkelstein, Image and Reality, capitolo 4 .


7. Si veda, per esempio, Stefan Kühl, The Nazi Connection, Oxford 1994 .


8. Si veda, per esempio, Leon F. Litwack, Trouble in Mind, New York 1998, specialmente i capitoli 5 e 6. La gloriosa tradizione occidentale ha nessi profondi con il nazismo. Per giustificare lo sterminio degli handicappati - che precorse la Soluzione Finale - i medici nazisti tirarono in ballo il concetto di «vita indegna di essere vissuta» (lebensunwertes Leben). Nel Gorgia, Platone scrisse: «Non credo che la vita sia degna di essere vissuta se il corpo di una persona versa in una condizione orribile». Nella Repubblica, Platone sanciva l'assassinio dei bambini menomati. Analogamente, l'opposizione di Hitler nel Mein Kampf al controllo delle nascite perché fà a meno della selezione naturale fu prefigurata da Rousseau nel suo Discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini. Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, Hannah Arendt rifletteva sul fatto che «la corrente sotterranea della storia occidentale è finalmente venuta alla superficie usurpando la dignità della nostra tradizione» (Le origini del totalitarismo, LXXXII) .


9. Si veda, per esempio, Edward Herman e Noarn Chomsky, The Political Economy of Human Rights, I volume: The Washington Connection and Third World Fascism, Boston 1979, 129-204 .


10. «Response», marzo 1983 e gennaio 1986.


11. Noam Chomsky, Turning the Tide, Boston 1985, 36 (citazione di un'intervista a Wiesel concessa alla stampa ebraica). Berenbaum, World Must Know, 3 .


12. Sander Thoenes, Martial Law-Habibie's Last Card, in «Financial Times», 8 settembre 1999.


13. Novick, The Holocaust, 255 .


14. Si veda, per esempio, Geoff Simons, The Scourging of Iraq, New York 1998.


15. Novick, The Holocaust, 244, 14.


16. A questo proposito si veda in particolare Chaumont, La concurrence, 316-18.

.17. Si veda, per esempio, Carl N. Degler, In Search of Human Nature, Oxford 1991, 202 e seguenti.

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18. Si veda, per esempio, Carl N. Degler, In Search of Human Nature, Oxford 1991, 202 e seguenti.

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19. Altrettanto disgustoso è fare paragoni con l'Olocausto, come propone Michael Berenbaum, soltanto per «dimostrarne l'unicità» (After Tragedy, 29).

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20. Zuckerman, A Surplus of Memory, 210.

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21. Mi riferisco qui sia al cosiddetto Historikerstreit sia alla corrispondenza tra Saul Friedländer e Martin Broszat. In entrambi i casi la controversia è largamente incentrata sulla natura assoluta o relativa dei crimini nazisti; per esempio, la pertinenza del confronto con il gulag. Si vedano Peter Baldwin (a cura di), Reworking the Past; Richard J. Evans, In Hitler's Shadow, New York 1989; James Knowlton e Truett Cates, Forever in the Shadow of Hitler?, Atlantic Highlands, NJ 1993; Aharon Weiss (a cura di), «Yad Vashem Studies XIX», Gerusalemme 1988.

22. Questo testo è comparso come appendice alla prima edizione tedesca dei volume (Die Holocaust-Industrie, Piper, München-Zúrich 2001).

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23. Per questo paragrafo e per quello successivo, si vedano Joan Gralla, Holocaust Foundation Set for Restitution Funds, Reuters, 22 agosto 2000; Michael j. Jordan, Spending Restitution Money Pits Survivors Against Groups, Jewish Telegraphic Agency, 29 agosto 2000; in «NAHOS» (rivista dell'Associazione nazionale dei sopravvissuti all'Olocausto figli di ebrei), 10 settembre e 6 ottobre 2000; Marilyn Henry, Proposed «Foundation for Jewish People» Has No Cash, in «Jerusalem Post», 8 settembre 2000; Joan Gralla, Battle Brews Over Holocaust Compensation, in «Reuters», 11 settembre 2000; Shlomo Shamir, Government to Set Up New Fund for Holocaust Payments, in «Haaretz», 12 settembre 2000; Yair Sheleg, Burg Honored at Controversial NY Dinner, in «Haaretz», 12 settembre 2000; E.J. Kessler, Hillary the Holocaust Heroine?, in «New York Post», 12 settembre 2000; Melissa Radler, Survivors Get Most of Cash in Shoah Fund, in «Forward», 17 settembre 2000; The WJC Defends Event Panned by Commentary, in «Jewish Post», 20 settembre 2000.

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24. Remarks by the President During Bronfman Gala, Ufficio dell'addetto stampa della Casa Bianca, distribuito dall'Ufficio per i programmi informativi internazionali, ministero degli Esteri statunitense (http://usinfo.state.gov).

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25. Il piano è stato elaborato da Judah Gribetz, l'ex presidente del Consiglio per le relazioni con le comunità ebraiche di New York e attuale membro del consiglio d'amministrazione del Museum of Jewish Heritage di New York, un monumento vivente all'Olocausto. È stato nominato «responsabile straordinario» presso la Corte dell'East District di New York dal giudice Edward Korman, che la presiedeva durante la controversia legale nella class action contro la Svizzera. Il piano completo è stato pubblicato su Internet all'indirizzo http://www.swissbankclaims.com.

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26. Statement of Burt Neuborne, nell'appendice al piano Gribetz. In quanto consulente capo, Neuborne era stato incaricato di elaborare le «teorie giuridiche» sostenute dall'industria dell'Olocausto durante la controversia legale contro la Svizzera.

27. Raller, Survivors Get Most of Cash in Shoah Fund.

28. È interessante ricordare che Raul Hilberg, la principale autorità sullo sterminio nazista degli ebrei, ha accusato espressamente il Congresso Mondiale Ebraico di avere ricattato gli svizzeri: «È stata la prima volta nella storia in cui gli ebrei si sono serviti di un'arma che possiamo solo chiamare ricatto». In una dichiarazione che avrebbe dovuto sostenere la proposta per l'approvazione dell'accordo con la Svizzera, Burt Neuborne, visibilmente preoccupato per il presunto ricatto («Alcuni potrebbero essere tentati di considerare una forma di ricatto i pagamenti legittimi stabiliti mediante un accordo.») ha esortato il giudice Korman a negare quanto aveva stabilito in giudizio (Holocaust Expert Says Swiss Banks Are Laying Too Much, Deutsche Presse-Agentur, 28 gennaio 1999; Declaration of Burt Neuborne, Esq., 5 novembre 1999, paragrafo 8; Edward R. Korman, In re Holocaust Victim Assets Litigation, Corte distrettuale degli Stati Uniti, East District di New York, 26 luglio 2000, 23-24).

29. Korman, In re Holocaust Victim Assets Litigation, 19.

30. Burt Neuborne, Memorandum of Law Submitted by Plaintiffs in Response to Expert Submissions Filed By Legal Academics Retained By Defendants, Corte distrettuale degli Stati Uniti, East District di New York, 14 giugno 1997, 68 (cfr. anche 62-64). Più avanti: parere Neuborne.

31. Per la non rimborsabilità sancita dall'accordo finale, cfr. piano Gribetz, pagina 12 nota 18: «Occorre ricordare che le banche imputate o altre istituzioni elvetiche non si vedranno restituire nessuna parte dell'ammontare della composizione di un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari».

32. Piano Gribetz, pagine 11 («importanza decisiva»), 13- 14, 93, 101-104.

33. Parere Neuborne, pagine 3, 6-7, 11-12, 28-31, 34-35, 43, 47-48. Nel documento si ammette che le banche svizzere avrebbero dovuto essere citate in giudizio soltanto se avessero tratto profitto «consapevolmente» dall'arricchimento illegittimo dei nazisti: «Se si riconosce che le banche imputate non erano a conoscenza di nulla, le azioni degli accusati non giustificherebbero la pretesa restituzione dei profitti illegittimi», 34.

34. Piano Gribetz, pagine 23, 29, 113-114, 118 nota 345, 128-129 nota 371, 145-148; appendice G («The Looted Assets Class»), pagine G-3, G-43, G-57; appendice H («Slave Labor Class I»), pagine H-52, H-57-58.

35. Ivi, appendice J («The Refugee Class»), pagina'J-26 nota 85. Da una nota apprendiamo anche che, secondo Seymour J. Rubin, una delle principali autorità in questo campo, «la Svizzera accolse molti più rifugiati di qualsiasi altro Paese in rapporto al proprio numero di abitanti, al contrario degli Stati Uniti, che non solo negarono l'ingresso ai disperati della St. Louis, ma evitarono anche sistematicamente di raggiungere le pur modeste quote d'immigrazione disponibili», pagina J-5. In una lettera alla rivista «Nation», Burt Neuborne ha dichiarato che i rifugiati cui era stato negato l'ingresso in Svizzera durante la Seconda guerra mondiale avrebbero ora ottenuto un risarcimento e ha affermato con rammarico: «Vorrei solo che si potesse imporre un'analoga sanzione agli Stati Uniti, poiché anch'essi si rifiutarono di accogliere quegli uomini durante la loro fuga disperata dalla persecuzione nazista» (5 ottobre 2000). A parte la viltà e l'ipocrisia, che cosa potrebbe avere impedito al consulente capo dell'industria dell'Olocausto di far valere tale rivendicazione?

36. Piano Gribetz, pagina 89. La citazione è tratta dal decreto giudiziario del giudice Korman con cui è stato approvato definitivamente l'accordo di composizione.

37. Ivi, appendice C («Demographics of "Victim or Target" Groups»), pagina C- 13.

38. Ivi, 135-136.

39. Ivi, appendice C, pagina C-12; appendice F («Social Safety Nets»), pagina F- 15.

40. Ukeles Associates Inc., documento #3 (riveduto), Projection of the Population of Victims of Nazi Persecution, 2000-2040, 31 maggio 2000.

41. Piano Gribetz, 9; appendice C, pagina C-8; appendice E («risarcimento per l'Olocausto»), pagine E-89 ed E-90 nota 282. La cifra di duecentocinquantamila persone è stata calcolata quando è stato distribuito il denaro del «Fondo speciale per le vittime bisognose dell'Olocausto», istituito dagli svizzeri nel febbraio 1997.

42. Ivi, appendice C, pagina C-7, tabella 3. In una nota del piano, si ammette che «nell'ex Unione Sovietica vi sono relativamente pochi sopravvissuti ai campi di concentramento, ai ghetti o ai campi di lavoro» (appendice E, pagina E-56 nota 150).

43. Ivi , pagine 122-123; appendice E, pagina E-138; appendice E pagina F-4 nota 13.

44. Ivi, appendice E, pagina E-56.

45. Steve Paulsson, Re: Survivor Article, disponibile all'indirizzo internet http://H-Holocaust@N~Net.MSU.EDU, 28 settembre 2000.

46. Piano Gribetz, pagina 135. Si noti che nel piano anche il numero dei veri sopravvissuti all'Olocausto subisce un notevole incremento. Vi si afferma infatti che al momento circa centosettantamila ex lavoratori schiavi ebrei riscuotono una pensione dalla Germania (piano Gribetz, appendice H, «Slave Labor Class I», pagine H-5-6). Si calcola però che solo uno su quattro di questi individui percepisca una pensione da quel Paese. Oggi il numero dei lavoratori schiavi ebrei ancora in vita si aggira dunque intorno ai settecentomila, mentre il numero dei lavoratori schiavi ebrei ancora vivi alla fine della guerra era pari a circa due milioni e ottocentomila persone. Gli studiosi partono di solito dal presupposto che al termine dei conflitto fossero sopravvissuti circa centomila lavoratori schiavi ebrei, di cui oggi restano ancora in vita forse alcune decine di migliaia.

47. Ivi, pagine 7, 25-27, 83-84, 118-119, 138-139, 149, 154 e «Summary of Major Holocaust Compensation Programs». Oltre a quanto detto prima, il piano giustifica tale suddivisione in maniera tautologica «con dati demografici attuali, poiché le vittime ebree sono giunte frattanto a rappresentare la parte prevalente delle "vittime reali o designate sopravvissute alla persecuzione nazista", così come definite nell'accordo di composizione», numero 119. Gli ebrei costituiscono pertanto la «parte prevalente» solamente perché la categoria «vittime reali o designate » viene intesa in tal senso.

48. Ivi, pagina 15. La medesima affermazione viene ripetuta parola per parola alle pagine 98-99.

49. La commissione Volcker ha consigliato di pubblicare gli estremi di circa venticinquemìla conti bancari che con ogni probabilità sono appartenuti a vittime della persecuzione nazista. L'«attuale valore complessivo» dei diecimila conti su cui esistono alcune informazioni è compreso tra i centocinquanta e i duecentotrenta milioni di dollari. Se si esegue una proiezione basata su tali stime e riferita a tutti i venticinquemila conti, si ottiene una cifra tra i trecentosettantacinque e i cinquecentosettantacinque milioni di dollari. A giudicare da quanto è accaduto durante i passati procedimenti del tribunale per la risoluzione delle rivendicazioni, verranno sollevate rivendicazioni legittime solo su metà dei venticinquemila conti, e la metà del denaro ivi depositato dovrebbe ammontare a una cifra che varia dai centottantotto ai duecentottantotto milioni di dollari. La lista dei venticinquemila contiene perlopiù non conti inattivi, bensì conti chiusi, i cui nominativi fanno pensare a vittime dell'Olocausto. La commissione VoIcker è giunta alla conclusione che «non esistono prove [...] di sforzi coordinati volti ad accantonare il patrimonio delle vittime della persecuzione nazista per scopi non giustificati». Si può dunque dedurre con certezza che quasi tutti i conti chiusi siano stati chiusi regolarmente dai proprietari, dai loro eredi o da delegati legittimi e attendibili e che il tribunale riconoscerà solo poche delle rivendicazioni su detti conti. Con ogni probabilità, l'ammontare complessivo delle rivendicazioni legittime sui venticinquemila conti sarà pertanto inferiore alla stima che oscilla tra i centottantotto e i duecentottantotto milioni, per fissare i quali si era ipotizzato che tutti i conti fossero inattivi e che fossero legittime le rivendicazioni relative alla metà degli stessi (piano Gribetz, pagine 94 nota 298, 96-97, 105-106 nota 326; commissione indipendente di personalità illustri [commissione VoIcker], Report on Dormant Accounts of Victims of Nazi Persecution in Swiss Banks, Berna 1999, pagina 13, paragrafo 41 [a]).

50. Ivi, pagine 12, 19-20. A pagina 12 si stabilisce che «gli importi residui dopo la composizione dovranno essere ripartiti tra le altre [...] categorie dell'accordo, per esempio «proprietari derubati», Iavoratori schiavi» e "rifugiati"». Come si dimostra più avanti, le somme destinate alla categoria «Proprietari derubati» non sono state versate direttamente ai sopravvissuti all'Olocausto, bensì a organizzazioni ebraiche promotrici di progetti legati all'Olocausto nazista. Alle pagine 19-20, il piano stabilisce inoltre che «é anche possibile utilizzare una parte dei denaro residuo per attuare alcuni dei progetti proposti in ambito culturale o educativo oppure a fini commemorativi, da sottoporsi all'attenzione del responsabile straordinario».

51. Per essere più precisi, il piano dispone che la suddivisione dei denaro avanzato dagli ottocento milioni di dollari possa cominciare solo una volta verificate tutte le rivendicazioni sui venticinquemila conti. Il tribunale ha impiegato ben tre anni per confrontare diecimila rivendicazioni con la precedente lista separata di cinquemilaseicento conti svizzeri. Nel piano si dice che, con ogni probabilità, verranno presentati oltre ottantamila reclami per la lista dei venticinquemila conti. Il documento prevede inoltre che i reclami non vengano verificati solo a fronte di quella lista pubblicata, ma anche rispetto a milioni di altri conti elvetici che non presentano alcun legame evidente con le vittime dell'Olocausto. Anche nell'ipotesi in cui il lavoro del tribunale proceda senza intoppi, trascorreranno senza dubbio molti anni prima che si giunga a una soluzione (piano Gribetz, pagine 91, 94 nota 299, 105-106 nota 126). Se si tralasciano le vittime dell'Olocausto titolari di conti inattivi, il documento prende solo misure vaghe e limitate in merito agli eredi (pagine 18-19 e appendice D [«Eredi»1).

52. Piano Griberz, pagine 16-17.

53. Ivi, pagine 25-26, 120-121, 119-138.

54. Ivi, pagine 18, 27, 116, appendice C, pagina C- 10, allegato 3 all'appendice C, pagina 1 (i «questionari originali» sono stati distribuiti alle «vittime reali o designate della persecuzione nazista» dopo l'approvazione della composizione con la Svizzera da parte del giudice Korman). Raul Hilberg, che da bambino fuggì dall'Austria con i genitori, ha espresso la sua disapprovazione verso le eccessive pretese avanzate dall'industria dell'Olocausto nei confronti delle banche elvetiche; in un'intervista comparsa di recente ricorda: «Negli anni Trenta gli ebrei erano poveri. La mia famiglia apparteneva al ceto medio, ma non avevamo alcun conto corrente in Austria, e tanto meno in Svizzera» («Berliner Zeitung», 4 settembre 2000).

55. Piano Gribetz, pagine 29-31, 154-156.

56. Ivi, pagine 35-39, 172-175.

57. Questo testo è stato pubblicato come introduzione all'edizione economica tedesca dei volume (Piper, Miinchen-Urich, 2002)

58. Friedrich Meinecke, The German Catastrophe: Reflections and Recollections, Cambridge 1950, trad. ingl. di Sidney B. Fay, p. 53.

59. Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Statement by Secretary of State Madeleine K. Albright, 20 ottobre 2000.

60.Prima di partire per il Vietnam nel novembre del 2000, il presidente Bill Clinton ha dichiarato che la sua «unica priorità» consisteva nell'«ottenere il computo esatto dei prigionieri di guerra americani e degli americani dispersi nell'Asia sudorientale». In precedenza, il «New York Times» aveva riferito che Clinton sarebbe stato «il primo presidente a mettere piede sul suolo dei Vietnam dalla fine della guerra in quel paese, guerra che era costata la vita a cinquantottomila americani». Per fortuna non è morto nessun vietnamita. Un esperto americano che ha visitato la nazione qualche mese dopo temeva che le relazioni tra Stati Uniti e Vietnam potessero essere compromesse dalla richiesta di aiuti umanitari formulata da Hanoi per il milione di vittime vietnamite (tra cui centocinquantamila bambini) dell'Agent Orange: «Se le bonifiche venissero considerate indispensabili, se l'assistenza sanitaria fosse indispensabile, se il risarcimento fosse necessario, i costi sarebbero molto elevati». Certo, Clinton si è «impegnato a fornire al Vietnam un sistema informatico contenente dati sulle aree in cui l'esercito statunitense conservava e spruzzava l'Agent Orange». Persino Human Rights Watch, l'illustre organizzazione umanitaria con sede negli Stati Uniti, si è limitata a «invitare» Clinton a insistere affinché il Vietnam si assumesse le proprie responsabilità riguardanti i diritti umani (David E. Sanger, Settling a Goal of Reconciliation, Clinton Plans a November Trip to Vietnam, in «New York Times», 15 novembre 2000 [«cinquantottomila»]; Seth Mydans, Clinton to Try to Juggle Last Horrors and Future Hopes on Vietnam Visit, in «New York Times», 16 novembre 2000 [«priorità»]; Official. 70 Percent of Agent Orange child victims bave not received aid, in «Associated Press», 30 maggio 2001 [«centocinquantamila»]; Tini Tran, U. S., Vietnam hold second meeting on Agent Orange research, in «Associated Press», 2 luglio 2001 [«molto elevati»]; comunicato stampa, Human Rights Watch, 10 novembre 2000).

61. Karl Jaspers, The Question of German Guilt, New York 1961, trad. ingl. di E.B. Ashton, p. 45.

62. Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Abbozzo, Editori Riuniti, Roma 1991, tr. it. di Valentino Parlato. Vale la pena di ricordare brevemente che, almeno nella giurisprudenza anglo-americana, una «teoria della cospirazione» non è assurda prima facie. Anzi, «la partecipazione a un piano comune o a una cospirazione» finalizzati all'aggressione fu il cardine della tesi dell'accusa durante il processo di Norimberga.

63. Tribunale per la risoluzione delle rivendicazioni sui conti inattivi in Svizzera, «The Claims Resolution Tribunal has fulfilled its initial project», comunicato stampa, s.d; Adam Sage e Roger Boyes, Swiss Holocaust cash revealed to be myth, in «The Times», 13 ottobre 2001; Comment s'écrira désormais l'histoire de l'holocauste? Entretien avec l'auteur de «La destruction des juifs d'Europe», in Libération, Parigi, 15 settembre 2001 («cifre stratosferiche»); Holocaust Expert Says Swiss Banks Are Paying Too Much, in Deutsche Presse-Agentur, 28 gennaio 1999, («ricatto»). Dal novembre del 2001, il Tribunale ha accordato altri tre milioni e cinquecentomila dollari a fronte dei ricorsi sui ventunmila conti restanti (comunicazione personale di Viejo Heiskanen, segretario generale dei Claims Resolution Tribunal, 21 gennaio 2002).

Tutti sono concordi nell'affermare che l'industria dell'Olocausto ha adottato contro le compagnie di assicurazione europee una strategia identica alla campagna di ricatto svizzera, argomento su cui tornerò in una prossima pubblicazione. Nel frattempo, la International Commission on Holocaust Era Insurance Claims (ICHEIC) è coinvolta in uno scandalo per aver sperperato oltre trenta milioni di dollari in spese amministrative (tra cui varie conferenze internazionali di durata non superiore alle ventiquattr'ore con sistemazione in hotel a quattro stelle e voli in business class) distribuendo solo tre milioni di dollari ai ricorrenti dell'Olocausto (Lawrence Eagleburger, capo della commissione, intasca un compenso annuo pari a trecentocinquantamila dollari). Non dando peso alle critiche, Elan Steinberg, direttore esecutivo del Congresso Mondiale Ebraico, afferma che il «conto verrà pagato dalle banche e dalle compagnie d'assicurazione», ossia «tocca ai goyim» (Yair Sheleg, Profits of doom, in «Haaretz», 29 giugno 2001; Henry Weinstein, Spending by Holocaust Claims Panel Criticized, in «Los Angeles Times», 17 maggio 2001). A parte la volgarità, questa affermazione è quasi sicuramente falsa: in base alle condizioni della composizione tedesca, le spese amministrative vengono infàtti dedotte dal totale di cento milioni di dollari assegnato ai detentori di polizze. Non ci meraviglia che ora l'industria dell'Olocausto chieda agli assicuratori tedeschi di pagarle anche le vacanze.

64. Pierre Heumann, Israel fordert neuen Bankenvergleich, in «Weltwoche», 10 gennaio 2002 («non mi fido», «rinegoziato»).

65. Agreement between the Govemment of the United States of America and the Govemment of France concerning Payments for Certain Losses Suffered Duríng World War II, 18 gennaio 2001; Jonathan Wright, U.S., France sign deal on jewish bank claims, in Reuters, 18 gennaio 2001 («scioccato»). Oltre a introdurre una procedura analoga a quella del CRT per la risoluzione dei ricorsi sui conti inattivi, i francesi hanno destinato circa cento milioni di dollari (equivalenti a cento milioni di euro) a una fondazione per l'Olocausto.

66. Per i retroscena, cfr. p. 119 dell'edizione inglese in brossura. La commissione è stata costituita al culmine delle pressioni statunitensi sulle banche svizzere e a fronte delle critiche elvetiche secondo cui nemmeno gli Stati Uniti si erano comportati in maniera irreprensibile per quanto concerneva la questione dei risarcimenti dell'Olocausto.

67. Washington, DC. (in seguito: P&R diviso in due parti: Findings and Recommendations e Staff Report. I numeri di pagina dello Staff Report sono indicati dalla sigla SR.

68. P & R, p. 5.

69. Vale la pena di ricordare brevemente che il rapporto è costellato delle iperboli tipiche delle pubblicazioni diffuse dall'industria dell'Olocausto. L'Olocausto viene così definito «il maggior furto di massa della storia» (P&R, SR-3). Tutti gli Stati Uniti sorsero sulle terre rubate alla popolazione indigena, e lo sviluppo industriale americano fu alimentato per secoli dal lavoro non pagato degli afro-americani nelle piantagioni di cotone: la Commissione ha tenuto conto di questi furti nei suoi calcoli?

70. P & R, pp. 4, 5.

71. Cfr. pp. 111-112 dell'edizione inglese in brossura. Anche dopo la pubblicazione delle conclusioni della commissione Volcker, il professor Gerald Feldman dell'università di Berkeley ha continuato ad accusare la Svizzera di aver «gestito i rapporti con gli ebrei in maniera assolutamente abominevole». Ha addirittura lodato con parole stucchevoli l'impegno profuso dall'America per ottenere il risarcimento dall'Europa omettendo però che, come vedremo in seguito, la Commissione presidenziale - per la quale lui stesso aveva lavorato come «consulente esterno» (P&R, p. 48) - aveva dimostrato che ogni capo d'accusa contro gli svizzeri era applicabile agli Stati Uniti in misura uguale o maggiore e che la Commissione non aveva presentato agli Stati Uniti analoghe richieste di risarcimento (Reparations, Restitution, and Compensation in the Aftermath of National Socialism, 1945-2000, Holocaust Center of Northern California, 10 febbraio 2001). Oltre ad avere contatti con la Commissione presidenziale statunitense, Feldman è membro delle Commissioni della Bank Austria e della Deutsche Bank; per le sue molteplici consulenze sull'Olocausto, cfr. www. NormanFinkelstein.com alla voce «The Holocaust Industry» (Prof. Gerald Feldman: Another Holocaust huckster?) .

72. P & R, pp. 11-12; SR-167-168. Il rapporto osserva anche: «I ricorsi delle vittime non sono stati facilitati da alcuna percettibile attenuazione delle regole o degli iter [...] Gli eredi hanno incontrato ancor più difficoltà dei titolari dei conti nominativi. Molti documenti attestavano che il ricorrente iniziale era morto durante il processo di ricorso. In quei casi [...] ulteriori indagini [...] hanno rallentato la procedura».

73. P & R, SR-170. Cfr. pp. 111-112 dell'edizione inglese in brossura.

74. Cfr. p. 112 dell'edizione inglese in brossura.

75. P & R, SR-4, SR-213-214.

76. Cfr. pp. 97-98 dell'edizione inglese in brossura.

77. P & R, p. 12; SR-6, SR-170.

78. Cfr. pp. 96-7, 108-109 dell'edizione inglese in brossura.

79. P&R, SR-51.

80. Cfr. pp. 97, 110-111 dell'edizione inglese in brossura.

81. P & R, SR-214.

82. Per i dettagli, cfr. pp. 89-120 passim dell'edizione inglese in brossura.

83. Ivi, pp. 114-115.

84. P & R, p. 7.

85. Ivi, p. 19; SR-212-213.

86. La Commissione si è limitata a condurre un «progetto pilota abbinando i nomi di una breve lista di vittime dell'Olocausto a un elenco di proprietà confiscate e gestite dallo Stato di New York [...] Tale procedura [...] ha portato alla luce diciotto abbinamenti tra nomi di vittime e conti correnti inattivi nello Stato di NewYork [...] Il valore di tali conti varia da qualche dollaro a cinquemila dollari» (secondo la legge sulla confisca, le banche americane sono tenute a trasferire al rispettivo governo statale i conti inattivi abbandonati). La Commissione ha inoltre raggiunto un accordo con le maggiori banche «consigliando loro i metodi migliori da adottare durante la ricerca dei beni dell'Olocausto». In base a tale accordo, le banche che si offrono di partecipare devono eseguire «analisi autonome» della documentazione e informare i funzionari statali su tutti i conti inattivi localizzati. Come è evidente, tra i «metodi migliori» e l'approfondita indagine esterna imposta alle banche svizzere vi è un abisso. Cosa ancor più interessante, l'accordo prevede persino che le banche partecipanti non siano tenute a rivelare pubblicamente «l'identità dei titolari» degli «eventuali conti individuati» (P&R, pp. 3, 15-17).

87. P & R, SR- 184, nota 249.

88. P & R, SR-138. Dopo la guerra, la JRSO fu incaricata di recuperare i beni dell'epoca dell'Olocausto rimasti senza eredi. Particolare interessante, la Commissione riferisce che la JRSO reclamò per sé alcune proprietà appartenenti ai sopravvissuti all'Olocausto e ai loro eredi:

Alcuni scoprirono che la Successor Organization aveva reclamato le loro proprietà e si erano quindi rivolti all'ente per la restituzione; nel 1955 la JRSO aveva ormai ricevuto quattromilaottocento ricorsi di questo tipo. Dopo una consultazione interna, accettò di restituire le proprietà ai ricorrenti pur avendo diritto di incamerare tali beni [...] Impose tuttavia un onere di servizio per i richiedenti defunti al fine di coprire le spese sostenute. Gli importi dipendevano dal rapporto di parentela tra il ricorrente e l'ex proprietario e dal valore stimato della proprietà. Se la JRSO aveva effettivamente recuperato una proprietà, tali costi subivano una maggiorazione del dieci per cento (benché l'organizzazione l'abbia ridotta al cinque per i ricorrenti meno agiati). Una donna criticò aspramente le autorità statunitensi per aver «ceduto» la sua proprietà alla JRSO. Asseriva di aver sentito parlare del termine di inoltro solo dopo che lo stesso era decorso e di aver invece scoperto che «verrò punita perché l'esercito d'occupazione, per il quale io e mio marito abbiamo già pagato molto, ritiene giusto sottrarmi la proprietà e darla a chissà chi». La frustrazione e la rabbia espresse in questa lettera rispecchiano lo stato d'animo di altri ricorrenti che non avevano rispettato il termine; la JRSO fu sommersa da «richieste» e «proteste» per la restituzione immediata delle proprietà (Pd-R, SR-156).

Cinquant'anni dopo, la jewish Claims Conference, succeduta alla JRSO, adotta la medesima strategia per privare i legittimi eredi ebrei delle proprietà nell'ex Germania Orientale. Cfr. i riferimenti citati a p. 87 nota 11 dell'edizione inglese in brossura e Netty Gross, Times' Running Out, in «Jerusalem Report», 7 maggio 2001. Gross cita le parole di un erede frodato: «Veniamo derubati per la seconda volta. Prima dai nazisti e dai loro collaboratori Adesso [...] veniamo invece vittimizzati dagli enti ebraici [...] che hanno a cuore solo i loro interessi organizzativi». Una newsletter scritta da superstiti dell'Olocausto disillusi sottolinea che la Claims Conference, pur accusando le banche e le compagnie d'assicurazione europee di non aver pubblicato elenchi completi dei potenziali ricorrenti e non aver cercato questi ultimi, «non ha fatto alcuno sforzo per individuare gli ex titolari ebrei» delle proprietà nella Germania Orientale e «non ha mai pubblicato una lista di proprietari ebrei» (NAHOS, newsletter della National Association of Jewish Child Holocaust Survivors, 10 novembre 2001, e NAHOS, vol. 7, no. 14, 11 aprile 2001, p. 1 [corsivo nell'originale]).

89. P & R, SR-171. La citazione è tratta da una dichiarazione di Seymour Rubin risalente al 1959 (per Rubin, cfr. pp. 115-116 dell'edizione inglese in brossura). Alla fine, la JRSO approvò questa cifra perché, secondo Rubin, i sopravvissuti all'Olocausto non avrebbero vissuto ancora a lungo: «II tempo stringe per queste persone». L'industria dell'Olocausto ha suonato la stessa solfa dei «tempo che stringe» durante l'indagine delle banche svizzere. Si sarebbe potuto pensare che cinquaneanni dopo il tempo fosse già scaduto. Per interessanti prove del fatto che il valore complessivo dei beni non reclamati era molto più elevato, cfr. P&R, SR-6; SR166-167; SR-172, SR-214-215.

90. P & R, p. 7.

91. P & R, pp. 21-26.

92. P & R, SR-117 segg.

93. Yehuda Bauer, Rethinking the Holocaust, New Haven 2001, p. 246. Per le cifre della Claims Conference, cfr. pp. 127-128 dell'edizione inglese in brossura. Con ogni probabilità, solo il dieci per cento circa dei lavoratori schiavi ebrei sopravvissuti alla guerra è ancora in vita. Tale dato è avvalorato da recenti stime, secondo cui durante il conflitto la Chiesa cattolica tedesca «usò diecimila forzati, di cui circa mille sono ancora vivi», «New York Times», 8 novembre 2000. Per questa e altre questioni inerenti, cfr. in particolare Gunnar Heinsohn, Judische Sklavenarbeiter Hitlerdeutschlands - Wie viele überlebten 1945 den Genozid und wie viele könnten im jahr 2000 noch leben?, Schriftenreihe des Raphael-Lemkin-Instituts Nr. 9, Brema 2001; è interessante notare che, secondo Heinsohn, i media tedeschi si astennero da qualsiasi discussione seria sulle cifre riguardanti i lavoratori schiavi (p. 67).

94. NAHOS, vol. 7, no. 18, 14 agosto 2001, p. 7. Cfr. anche NAHOS, vol. 7, no. 15, 11 maggio 2001, dove la Claims Conference viene rimproverata per aver manipolato il numero dei sopravvissuti «a seconda delle esigenze politiche». Per esempio, allo scopo di accelerare le negoziazioni, l'industria dell'Olocausto lamenta sin dalla metà degli anni Novanta che «ogni giorno muore qualche sopravvissuto all'Olocausto» e che ogni anno ne scompare «il dieci per cento». Eppure, il numero di superstiti ancora in vita che la Claims Conference indica per giustificare le sue richieste sempre più esose aumenta di anno in anno. Probabilmente non conosceremo mai il numero effettivo degli ex lavoratori schiavi ebrei, perché il governo tedesco ha deciso di esaminare solo in modo frettoloso le domande di risarcimento presentate dalla Claims Conference (cfr. la risposta del sottosegretario al ministero delle Finanze alla richiesta di Martin Hohmann [CDU], 9 ottobre 2001)

95. Nun bitte auch Zahlen, in «Die Zeit», dicembre 2001.

96. Nacha Cattan, Shoah «People» Fund Attacked, in «The Forward», 28 dicembre 2001 («regole»); Yair Sheleg, Only He Knows what Needs to Be Done, in « Haaretz», 9 novembre 2001 («gangster»).

 

97. Jane Fritsch, $52 Million for Lawyers'Fees in Nazi-Era Slave-Labor Suits, in «New York Times», 15 giugno 2001 (Neuborne); Daniel Wise, $60 Million in Fees Awarded to Lawyers Who Negotiated $5 Billion Holocaust Fund, in «New York Law Journal», 15 giugno 200 1; Larry Neumeister, Millions in Legal Fees Awarded ín Slave Labor Cases, in «Associated Press», 18 giugno 2001 (Eizenstat, Swift); Jonathan Goddard, Holocaust Lawyers Make Millions as the Survivors Wait, in «London Jewish News», 22 giugno 2001 e Nazi Story Sold, in «London Jewish News», 6 luglio 2001 (Hollywood); The Survivors Belong at the Head of the Table, in NAHOS, 1· novembre 2001, ristampa di un articolo originariamente pubblicato in «Aufbau», 28 marzo 2001 (sopravvissuti).

Attaccando la prima edizione dell'Industria dell'Olocausto, il professor Ulrich Herbert ha difeso appassionatamente l'avvocato Michael Hausfeld sostenendo che senza di lui «i lavoratori schiavi dell'Europa orientale non avrebbero avuto alcuna possibilità di risarcimento». In realtà, le testimonianze documentali dimostrano con chiarezza che il governo Schröder si era impegnato a risarcire i lavoratori schiavi dell'Europa dell'Est príma che entrassero in scena gli avvocati dell'Olocausto (già nel 1992 il governo Kohl aveva infatti pagato volontariamente un milione e cinquecentomila marchi ai governi dell'Europa orientale per risarcire le vittime del nazismo). L'eroe non celebrato non è Hausfeld bensì Klaus von Munchhausen, che era stato il primo a premere sul governo tedesco per conto dei lavoratori schiavi dell'Europa dell'Est già nel 1996, ma che l'industria dell'Olocausto aveva relegato a un ruolo secondario durante i negoziati. Nella corrispondenza successiva, Herbert, ricercatore di Hausfeld, ha ammesso che quest'ultimo era «fin troppo interessato a guadagnare cifre inimmaginabili». Quando questa citazione è giunta alle sue orecchie, Hausfeld ha minacciato - come era prevedibile di prendere «misure idonee» qualora l'avessi riportata (Ulrich Herbert, Vorschnelle Begeisterung - Ein Kritikwürdiges Buch, eine nutzliche Provokation: Ober die Thesen Norman Finkelsteins, in «Süddeutsche Zeitung», 18 agosto 2000; Klaus von Munchhausen: «Esgeht nicht um die Opfer, es gebt um Profit» [intervista], in «Der Tagesspiegel», 14 giugno 2000; Mark Spörer, Entschadigungsieistunger an ehemalige NS-Zwangsarbeiter seit 1945, all'indirizzo wwwuni-hohenheim.de/~www570a/spoerer/ entschaedigung.htm; Gunnar Heinsohn, Das Klaus von Munchhausen-Gerhard Schröder-Team und der 3.9 Milliarden Coup der jewish Claims Conference, cronologia preparata per ARD/Radio Bremen, 23 febbraio; corrispondenza con UIrich Herbert, 18 aprile 2001, e Michael Hausfeld, 17 gennaio 2002).

 

98. Cfr. p. 84 segg. dell'edizione inglese in brossura. Le mie conclusioni si basano in gran parte su German Reparations and the Jewish World, uno studio del professor Ronald Zweig commissionato dalla Claims Conference. Dopo la pubblicazione dell'Industria dell'Olocausto, Zweig mi ha accusato più volte di aver «travisato» e «usato scorrettamente» le sue ricerche, ma, pur avendo avuto spazio e tempo sufficienti a far valere le proprie ragioni, non ha saputo citare nemmeno un esempio (cfr. la recensione di Zweig dell'Industria dell'Olocausto sul sito www.Amazon.com e p. 10 della sua introduzione alla seconda edizione di German Reparations and the Jewish World, Londra 2001 nonché il dibattito radiofonico Democracy Now all'indirizzo www.webactive.com/pacifica/demnow/dt120000713.html).

99. Jon Greenberg, Jewish Leader Say Holocaust Reparations Are Nearly Complete, in «Associated Press», 2 novembre 2001 («undici miliardi»); Yair Sheleg, Conflicting Claims, in «Haaretz», 10 dicembre 2001 (proprietà tedesche); Nacha Cattan, Shoah «PeopIe» Fund Attacked («discute») e Clash Looming Over Uses of Shoah Funds, in «Forward», 9 novembre 2001 («scena»).

100. Per queste cifre, cfr. pp. 152, 159-160 dell'edizione inglese in brossura.

101. «PR-Newswire», 4 giugno 2001, («garantire», Sachs, Schäcter); NAHOS, vol. 7, no. 15 (Rechter), vol. 7, no. 17,16 luglio 2001, p. 2, vol. 8, no. 2, 20 dicembre 2001, pp. 5-7 («iniziative ambigue») e vol. 7, no. 13 («considerevole fetta»), p. 3; Cattan, Shoah «People» Fund Attacked («enti benefici preferiti»); Yaìr Sheleg, Future Imperfect Tense, in «Haaretz», 1· febbraio 2002 (Michael Kleiner); Eliahu Saipeter, Time Is Running Out for Compensation, in «Haaretz», 13 febbraio 2002 («strumento»). Rechter si domanda perché le organizzazioni costituenti l'industria dell'Olocausto stiano «lottando con tanta ferocia» per una fetta dei risarcimenti se, a quanto dicono, il denaro non sarà sufficiente nemmeno a finanziare un programma di assistenza sanitaria (NAHOS, voi. 8, no. 3, p. 1). Denunciando l'uso fraudolento che l'industria dell'Olocausto fa dell'espressione «sopravvissuto all'Olocausto» per negare il dovuto agli effettivi superstiti, Rechter osserva inoltre: «Aiutare gli ebrei bisognosi è sicuramente una nobile causa, ma occorre ricordare che questo denaro è stato richiesto per conto dei sopravvissuti all'Olocausto e che dovrebbe quindi essere impiegato a loro vantaggio. La Russia non subì l'occupazione nazista. Molti dei suoi ebrei fuggirono a est per paura dei nazisti e sono pertanto «vittime di guerra», ma non sopravvissuti all'Olocausto». Un'espressione è stata manipolata in modo analogo allo scopo di gonfiare il numero di superstiti durante i negoziati per i risarcimenti (Sheleg, Conflicting Claims e p. 160 dell'edizione inglese in brossura). A titolo informativo, mentre i sopravvissuti anziani muoiono senza assicurazione medica, l'attuale compenso annuo e le gratifiche di Gideon Taylor, vicepresidente esecutivo della Claims Conference, ammontano complessivamente a duecentoventimila dollari (dichiarazione dei redditi presentata dalla Claims Conference nel 1999).

 

102. Nacha Cattan, Shoah «People» Fund Attacked e Struggle Seen as Bronfman Eyes WJC Exit, in «The Forward», 4 gennaio 2002 (principale beneficiaria); «Libération», 15 settembre 2001 (Hilberg). Per «alcun valore», cfr. p. 55 dell'edizione inglese in brossura. L'«educazione all'Olocausto» non prospera solo nel mondo editoriale ma anche in quello accademico. L'università australiana di Sydney offre ora un «master per gli studi sull'Olocausto». Perché non offrire anche un «master sulla grande carestia irlandese»?

 

103. Martin Gilbert, Never Again: A History of the Holocaust, New York 2001, p. 25 («intelligente»). Per la traduzione in lituano, cfr. Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research, all'indirizzo http://taskforce.ushmm.org (Working Group on the Liaison Project with Lithuania: State of project as of September 2001).

 

104. Bauer, Rethinking the Holocaust, cit., pp. xii-xiii, 7 (razionalità contro irrazionalità), pp. 43, 53, 263-264 (Illuminismo/Rivoluzione francese), pp. 50, 52, 109, 140, 264, 265, 267 (zingari), p. 86 (storiografia tedesca), p. 21 (Himmler).

 

105. Guenter Lewy, The Nazi Persecution of the Gypsies, Oxford, 2000, pp. 38, 116, 117, 118, 128, 162, 165 («toglierli di mezzo»), 220, 221 («contaminazione»).

 

106. Richard Overy, Interrogations: The Nazi Elite in Allied Hands, 1945, New York: 2001, p. 378. Sono in debito con Harold Marcuse per le informazioni sulla deposizione di Blaha (cfr. Eugen Kogon et al., Nazi Mass Murder. A Documentary History of the Use of Poison Gas, New Haven 1993, cap. 8).

 

107. Per le osservazioni di Eizenstat, cfr. Unofficial Transcript: Schaumayer, Eizenstat on Nazi Slave Labor Fund, 17 maggio 2000. Non perdendo mai l'occasione di fare a scaricabarile, Edgar Bronfman, presidente del CME e multimiliardario della Seagram, ha chiesto agli ebrei di «fermare l'austriaco Jörg Haider e gli altri estremisti versando al Congresso Mondiale Ebraico un contributo per le emergenze» (sollecito inviato per posta).

 

108. Together. American Gathering of jewish Holocaust Survivors, novembre 2001; Ron Rosenbaum, Degrees of Evil, in «Atlantic Monthly», febbraio 2000; Andrew Sullivan, Who Says It's Not about Religion? in «The New York Times Magazine», 7 ottobre 2001.

 

109. Robert Fisk, Peres Stands Accused over Denial of «Meaningless» Armenian Holocaust, in «The Independent», 18 aprile 2001. Astenendosi da qualsiasi confronto tra lo sterminio nazista e quello turco, l'ambasciatore israeliano in Georgia e Armenia ha affermato che gli ebrei furono vittime di un «genocidio», mentre quel che è accaduto agli armeni è stato semplicemente una «tragedia» (Armenia Files Complaint with Antel over Comments on Genocide, in «Associated Press», 16 febbraio 2002).

 

110. Bush Remembers Holocaust Victims, Pledges Defense of Israel, in «Reuters», 19 aprile 2001.

 

111. Amir Oren, At the Gates of Yassergrad, in «Haaretz», 25 gennaio 2002, e Uzi Benziman, Immoral Imperative, in «Haaretz», 10 febbraio 2002.


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