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Olocausto, dal dramma al business ?
Riflessioni sugli scritti di Norman G. Finkelstein



Mario Spataro

 

[7]

 

Le verità, se non sottoposte a continua revisione,
cessano di essere verità.
E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità.
John Stuart Mill (
1)


[9]

PREMESSA

Consapevole del fatto che chi parla dell'Olocausto si avventura in un campo minato, nel preparare questo libro mi sono avvalso quasi esclusivamente di fonti ebraiche. Ho in particolare dedicato la mia attenzione a un libro pubblicato da una casa editrice dichiaratamente di sinistra e scritto dal rispettabile docente universitario ebreo Norman G. Finkelstein la cui famiglia è stata duramente toccata dalla persecuzione nazista. (2)

Chi volesse (come accade agli scritti controcorrente in materia di Olocausto) definire "antisemita", "revisionista" o "negazionista" questo mio modesto lavoro, altro non farebbe quindi che (a) contestare quanto asserito da Finkelstein e da altri validi studiosi ebrei non pochi dei quali dell'Olocausto sono stati indirettamente vittime, e (b) attribuirmi l'intenzione e la capacità di entrare in argomenti di cui non sono certo uno dei massimi esperti.

Ottobre 2000

M.S.

N.B.: Nel tradurre in italiano e fedelmente riportare in queste pagine le parole degli autori da me citati ho necessariamente dovuto, in stile quasi giornalistico, riassumere e coordinare il tutto.

[11]


CAPITOLO 1

 

Fu nel 1995-98, quando mi dedicai al caso di Erich Priebke, che nacque in me il desiderio di approfondire lo studio dell'Olocausto.

Non perché ci fosse un diretto collegamento fra gli eventi romani del marzo 1944 (attentato di via Rasella e rappresaglia delle cave Ardeatine) e l'Olocausto, ma per due diversi motivi. Innanzi tutto perché in quei giorni i vertici della comunità ebraica romana e italiana furono, assieme al Centro Wiesenthal e al B'nai B'rith, tra quanti vollero e condussero l'attacco giudiziario contro Erich Priebke. E in secondo luogo perché qualcuno in Italia e in Argentina, superando con disinvoltura i confini del ridicolo, inquadrava in quei giorni la rappresaglia delle Ardeatine fra i cosiddetti crimini contro l'umanità: alla stregua, cioè, dell'Olocausto!. (3)

Arrivai così alla stesura e alla pubblicazione del mio libro Rappresaglia (1996), seguito dal ben più dettagliato libro Dal caso Priebke al Nazi Gold (1999). (4)

[12]

Le cose che più attirarono la mia attenzione, oltre all'assurdità storica e giudiziaria della vicenda Priebke, furono (a) l'accanimento di alcune organizzazioni ebraico-americane nei confronti dell'accusato (poi condannato all'ergastolo) contrapposto all'indifferenza o addirittura al disgusto con i quali la stragrande maggioranza degli italiani e persino dei romani osservava lo svolgersi del processo, e (b) la disciplina con cui quasi tutta la stampa, come imbrigliata da un potere o da una lobby che la sovrastavano, riferiva faziosamente e spesso falsificava i fatti.

Mentre seguivo le udienze dei vari gradi del processo la mia mente venne pure colpita da un altro succedersi di eventi al quale la stampa, su scala mondiale, dava distaccata e cauta attenzione. Si trattava di un attacco condotto dalle medesime organizzazioni ebraico-americane contro le banche svizzere e, successivamente, contro banche e industrie di altre nazioni europee (soprattutto tedesche), per ottenere il pagamento di enormi somme a titolo di "restituzione" o "risarcimento" in relazione a depositi bancari, lingotti d'oro (il Nazi Gold), polizze d'assicurazione, beni espropriati, lavoro coatto e altro, il tutto risalente ad ebrei europei che durante la seconda guerra mondiale avevano subito la persecuzione nazista o avevano perduto la vita.

Non poteva non saltare agli occhi il fatto che alcune di quelle richieste, poco o nient'affatto documentate, erano avanzate da ebrei che erano nati dopo la guerra negli Stati Uniti e che lì avevano sempre vissuto: nulla, quindi, avevano sofferto o perduto. E il fatto che analoghe sofferenze o perdite economiche subite per mano nazista da altri europei non ebrei non avevano mai ricevuto, né ricevevano, pari attenzione.

Mi dedicai alla questione con la stessa meticolosa cura che dedicavo al caso Priebke e nel 1966 ne parlai nel mio libro Rappresaglia. Nel secondo libro (1999) esaminai più a fondo e misi assieme la "caccia al nazi" e la "caccia al Nazi Gold" sotto il già citato titolo Dal caso Priebke al Nazi Gold.

Si trattava di un libro piuttosto voluminoso che può senz'altro considerarsi il più ampio e il più documentato studio esistente in libreria sui fatti romani del marzo 1944 e sul caso Priebke. Ma proprio il buon risultato del mio lavoro, contrapposto al silenzio di

[13] quasi tutti i recensori e a una certa irritazione di qualche ambiente letterario, rafforzò in me il già esistente sospetto che una lobby imponesse la propria volontà al mondo dell'informazione. Sospetto poi avvalorato dall'assegnazione del Premio Viareggio a un libro polemico nei miei confronti nel quale si sosteneva, fra le altre stravaganze, l'inesistenza di un nesso logico fra l'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 e la rappresaglia delle Ardeatine eseguita il giorno successivo.

Dedicai il penultimo capitolo (quasi 80 pagine) del mio Dal caso Priebke al Nazi Gold alla caccia intrapresa dalle organizzazioni ebraico-americane agli ottantenni o novantenni superstiti del Terzo Reich, caccia nella quale inquadrai anche la persecuzione (coronata da successo) nei confronti di Erich Priebke.

Mi chiesi, ovviamente, il perché di tanto accanimento mezzo secolo dopo la fine della guerra e dopo che altre tragedie, non meno gravi, si erano verificate in tutto il mondo.

Cercai di dare una risposta a quel perché nel corso dell'ultimo capitolo (quasi 100 pagine) nel quale avanzavo l'ipotesi che a monte della "caccia al nazi" potessero nascondersi anche spinte o interessi di altro genere. Era una ipotesi che era già emersa nel corso di una conversazione del 1996 fra Priebke e me e che era stata poi ribadita nell'ambito di due interviste rilasciate dallo stesso Priebke ai giornalisti Massimo Fini (marzo 1997) e Pierangelo Maurizio (aprile 1997), per essere infine ventilata dall'avvocato Carlo Taormina durante l'udienza del 15 maggio 1997.

"In alcuni ambienti si sentiva la necessità", scrissi nel 1999 riprendendo fedelmente quanto avevo ipotizzato nel 1996, "di rivitalizzare con un processo a effetto il mito resistenziale e il ricordo dell'Olocausto ebraico, ambedue minacciati dall'inesorabile ruggine del tempo e dall'indifferenza di una gioventù consumista".

Ma così continuai: "Potrebbe però esistere un altro motivo per cui, negli anni Novanta, il Centro Wiesenthal sentiva il bisogno di rendere più visibile, attraverso processi contro i nazisti e iniziative di altro genere, la propria esistenza. Nell'anno 2000 gli immensi patrimoni sequestrati da Hitler alle famiglie ebree dell'Europa centrale, o da queste svenduti sotto costrizione

[14] prima della fuga all'estero, o comunque finiti nelle banche svizzere assieme ai non irrilevanti patrimoni di alcuni gerarchi nazisti, potrebbero essere, se non reclamati dagli eredi o discendenti, incamerati dalle banche. Il grisbi, pare, sarebbe di 10-20 miliardi di dollari!".

E ancora: "Ebbene, in caso di controversie legali, chi potrebbe assistere i reclamanti nelle difficili controversie internazionali? Ovvero, mancando gli eredi, chi in ipotesi potrebbe sostituirsi a loro? E chi potrebbe chiedere il sequestro dei patrimoni nazisti a titolo di risarcimento danni? Chi, se non il Centro Wiesenthal e il Congresso Mondiale Ebraico (World Jewish Congress) assurti a portavoce dell'intera comunità israelitica mondiale e magari pronti a ricorrere, nei confronti delle parti avverse, all'accusa di antisemitismo? Solo così si può spiegare la vastità della manovra messa in atto fra il 1994 e il 1996, a livello mondiale, per attaccare Priebke".

"Nessuno vorrà o potrà negare", scrissi alla fine del mio libro, "che le stesse organizzazioni che a partire dal 1994 dettero la caccia a Erich Priebke sono le stesse che proprio in quei mesi, favorite dalla acquisita visibilità, allungavano le mani verso miliardi di dollari da gestire, sia pure con dichiarati nobili propositi, senza troppi controlli".

E, dopo avere vagamente accennato all'entità delle parcelle degli avvocati e dei consulenti che negli Stati Uniti avevano dato assistenza alle organizzazioni ebraiche e ad alcuni reclamanti individuali, ponevo al lettore del mio libro un inquietante interrogativo: "Senza la visibilità loro assicurata da decenni di caccia agli ex nazisti (rinverdita nel 1994-98 dalla montatura del caso Priebke), sarebbero quelle organizzazioni riuscite ad autonominarsi patrocinatrici o eredi dei superstiti e delle innocenti vittime dell'Olocausto?". (5)

 

* * * *

Facile immaginare quale e quanta indignazione suscitassero quei miei sospetti. Uno scrittore (quello del Premio Viareggio, per intenderci) defini le mie parole "di una volgarità difficilmente immaginabile". A Roma, durante un paio di conferenze, fui

[15] interrotto da individui incapaci, nei loro schiamazzi, di andare oltre un ripetitivo "Sei milioni! Sei milioni!" che ovviamente si riferiva alla ormai sacralizzata cifra relativa all'Olocausto ebraico. A Firenze dovettero intervenire, in forze, Carabinieri e Polizia. Nulla accadde invece a Vicenza dove però l'edificio del convegno era presidiato dalle forze dell'ordine in assetto antisommossa.

Eppure le mie ipotesi erano confermate da fonti insospettabili. Il 19 luglio 1997, per'esempio, il quotidiano romano Il Messaggero riportava le parole del rappresentante parigino del Centro Wiesenthal, signor Shimon Samuels, nelle quali si accennava a strani "finanziamenti" dei quali Priebke aveva probabilmente "beneficiato". Finanziamenti che, manco a dirlo, provenivano dal paradiso fiscale svizzero. E infatti pochi giorni dopo, il 27 luglio 1997, il Corriere della Sera metteva da parte ogni cautela e titolava su cinque colonne: "Cercate l'oro di Priebke. Secondo il Centro Wiesenthal sono in Svizzera i conti dei capi nazisti".

Seguivano, nell'articolo del Corriere della Sera, "agghiaccianti rivelazioni" del rabbino Marvin Hier, capo del Centro Wiesenthal di Los Angeles, secondo il quale Erich Priebke "poteva essere" uno dei titolari dei tanti conti segreti rimasti dormienti in Svizzera dagli anni della guerra. Altri titolari di analoghi conti svizzeri erano personaggi che evidentemente, sempre secondo Hier, nel Terzo Reich coprivano posizioni di importanza pari a quella di Priebke: Adolf Hitler, Hermann Goering, Martin Bormann, Eva Braun, Heinrich Himmler, Adolf Eichmann, Josef Mengele, Ilse Koch e Klaus Barbie, per non parlare di Ferdinand Porsche (fondatore e padrone della Volkswagen) e Alfred Krupp (sovrano mondiale dell'acciaio) ai quali il giovanissimo Erich Priebke, capitano di fresca nomina, veniva equiparato. Il Corriere della Sera, commentavo quasi con sorpresa nel mio libro del 1999, beveva tutto e rifilava la bufala ai propri lettori.

Nessuno, in questo mondo in cui la libertà di pensiero è beffata da un controllo dell'informazione quale mai s'era visto in passato (il controllo esercitato dai regimi dittatoriali di Adolf Hitler e Benito Mussolini era facilmente aggirabile sintonizzandosi sulle

[16] radio straniere, mentre in questa era democratica il lavaggio del cervello è planetario e consente poche vie di fuga), nessuno -- dicevo -- osava ironizzare o sollevare timidi dubbi sulle fameticazioni del signor Hier. Neppure quando questi, gettando la maschera e ideando un cinico accostamento fra giustizia e pagamenti pronta cassa, dichiarava senza esitazioni che quei soldi dovevano "andare alle vittime del nazismo, e solo allora sarà fatta giustizia".

Era questo, dunque, due anni prima del termine che consentiva alle banche svizzere di incamerare i conti dormienti e il Nazi Gold, l'aggancio fra la "caccia al nazi" (Priebke incluso) e i possibili interessi di certi "cacciatori" promotori della ossessiva rivitalizzazione dell'Olocausto?

Partendo da questo mio sospetto mi accinsi allo studio della "caccia al Nazi Gold" accostandola alla "caccia al nazi" che era, continuavo a pensare, la premessa legittimatrice dei "cacciatori". Superfluo, qui, riportare in dettaglio i risultati delle mie ricerche che, come dicevo sopra, riempirono le quasi cento pagine del capitolo X del mio libro. Sorpresa destò in me, tuttavia, il fatto che le pretese avanzate dalle organizzazioni ebraico-americane non tenessero conto di un accordo del 1947 in base al quale la Svizzera, in cambio del pagamento di 60 milioni di dollari (prontamente versati alla Federal Reserve Bank di New York), era stata liberata da qualsiasi obbligo di restituzione di ricchezze depositate da chicchessia durante la seconda guerra mondiale. (6)

Altrettanta sorpresa destò in me la chiarezza con la quale Jean-Pascal Delamuraz, presidente della Confederazione Elvetica e persona abitualmente misurata nel parlare, defini pubblicamente "un ricatto" le richieste delle organizzazioni ebraico-americane. Alla domanda di pronte scuse avanzata dagli esponenti ebraici americani fecero seguito un secco rifiuto di Delamuraz e il lancio di una ulteriore accusa di "chiaro e indiscutibile ricatto" espressa dal

[17] presidente dell'Unione Banche Svizzere, Robert Studer. E che i termini "ricatto" ed "estorsione" adottati in seguito dal subentrante presidente elvetico Flavio Cotti e persino dallo scrittore ebreo Raul Hilberg fossero tutt'altro che campati in aria era dimostrato dal fatto che quella richiesta di una vera e propria montagna di dollari era accompagnata dalla ripetuta minaccia di sanzioni contro la Svizzera e contro le sue banche. (7)

Queste erano infatti, e testualmente io le riportai alle pagine 772 e 773 del mio libro Dal caso Priebke al Nazi Gold, le parole di Avraham Burg e Israel Singer che parlavano per conto della Jewish Agency di Gerusalemme, della World Jewish Restitution Organization e del World Jewish Congress: "Le dichiarazioni di Delamuraz sono al limite dell'antisemitismo, ed è nostra intenzione proporre un pacchetto di misure economiche e politiche tali da chiarire alle autorità svizzere, alle banche e alla popolazione elvetica che l'unica politica per loro possibile è quella di cooperare con le organizzazioni ebraiche. Le banche svizzere hanno quattro settimane di tempo. Da loro ci aspettiamo indennizzi materiali e morali e vogliamo che non resti in loro possesso nemmeno un centesimo delle vittime dell'Olocausto".

Si era dunque al ricatto e all'estorsione più volte denunciati da esponenti politici e finanziari elvetici? Giudichi il Lettore. Pronte a sfoderare contro gli avversari la ormai ripetitiva accusa di antisemitismo e di offesa alla memoria di 6 milioni di morti, le organizzazioni ebraiche includevano fra le misure di boicottaggio contro la Svizzera, come precisava la stampa e come io riportavo nel mio libro, "il ritiro di capitali dalle banche elvetiche, l'uscita di capitali americani dai fondi pensionistici depositati in Svizzera e, cosa peggiore, il riesame delle licenze di esercizio delle banche svizzere sul mercato degli Stati Uniti". (8)

Ubbidienti alle pressioni delle organizzazioni ebraiche, la California, il New York, il Maine, la Pennsylvania e l'Illinois

[18] confermarono l'intenzione di boicottare le banche svizzere e il Massachusetts arrivò pure a minacciare analoghe misure nei confronti di aziende industriali svizzere come la Ciba, la Richemont, la Nestlé, la Kuoni e la Abb, e ciò benché il ricorso al boicottaggio come strumento di rappresaglia sia contrario alle norme della World Trade Organization di cui sia gli Stati Uniti che la Svizzera fanno parte.

La situazione era tale, insomma, da rendere oggettivamente difficile smentire l'accusa di ricatto. Solo Michele Sarfatti, storico e coordinatore in Italia del Centro di documentazione ebraica contemporanea, tentò, invano e in modo piuttosto ermetico, di farlo: "Non né affatto vero che le banche svizzere sono state ricattate", rispondeva a Paolo Conti del Corriere della Sera che lo intervistava. "Alla base c'è un vero interessamento verso la Shoah, nodo che continua a essere irrisolto nel suo perché più profondo. Sappiamo come è accaduto ma alla fine non perché. E la ricerca produce convegni, studi. E tutto ciò naturalmente ha un costo preciso". (9)

Dilungarmi sui tira e molla di quella trattativa che si trascinò sino all'estate del 1998 rischierebbe di tediare il Lettore che, comunque, potrà ottenerne una dettagliata descrizione attraverso la lettura del capitolo X del mio Dal caso Priebke al Nazi Gold. Ciò che conta è che finalmente, nella notte del 12 agosto 1998 (mentre l'offensiva per strappare altro denaro si estendeva pure alla Germania, all'Austria, alla Svezia, all'Italia, alla Spagna, al Portogallo, al Principato di Monaco, alla Francia e, incredibilmente, persino al Vaticano e a Israele), si arrivò con i delegati svizzeri alla firma di un accordo per 1 miliardo e 250 milioni di dollari (pari a circa 2,5 mila miliardi di lire italiane) a fronte di una richiesta iniziale di 7 miliardi di dollari (pari a circa 14 mila miliardi di lire italiane).

Alcuni commenti apparsi sulla stampa di quei mesi sono utili per introdurci a quanto sarà esposto nei prossimi capitoli.

Già nel 1979 così aveva scritto, a Washington, il settimanale The Spotlight: "L'industria dei sopravvissuti è uno degli aspetti lucrativi delle tristi vicende della seconda guerra mondiale. Non contente di ottenere spontanee donazioni da privati cittadini, certe

[19] organizzazioni strappano miliardi di dollari per dare vita ai loro musei, gruppi di studio, film, libri e memoriali. Al tempo stesso, con la loro caccia a più o meno immaginari criminali di guerra, incutono paura e rispetto e, soprattutto, si rendono visibili all'opinione pubblica. Ecco perché col passare degli anni la lista dei criminali di guerra è diventata sempre più lunga". (10)

E in questi termini, qualche anno più tardi, lo stesso settimanale tornava sull'argomento: "Oggi la stampa svizzera è sommersa da migliaia di lettere di cittadini furibondi che accusano di venalità le organizzazioni ebraico-americane e di viltà la classe politica elvetica. I giornalisti svizzeri non avevano mai assistito a una simile manifestazione di quasi-antisemitismo da parte di gente che non esita a firmare con nome, cognorne e indirizzo: nessuno ha paura di denunciare quello che apertamente viene definito ricatto ebraico". (11)

Non aveva tutti i torti, The Spotlight. L'indignazione popolare suscitata in Svizzera dall'aver dovuto la nazione e le banche soggiacere alle pressioni di organizzazioni straniere di connotazione ebraica determinava in quei mesi un rafforzamento del movimento Nationale Organisation Aufbau che il capo della polizia federale Urs von Daeniken, nel corso di una intervista concessa al Sonntags-Blick, non esitava a definire neonazista e antisemita. (12)

Ma non è tutto. Altri commenti, provenienti dalla Svizzera, erano ancora più drastici. Persino Sigi Feigel, presidente onorario della comunità ebraica svizzera, definiva i vertici di quelle organizzazioni ebraico-americane "speculatori in cerca di notorietà". E Jean Pierre Bonny, consigliere federale svizzero, parlava di "ambienti che vogliono soltanto soldi". Facendogli eco, il presidente della commissione parlamentare elvetica per gli Affari esteri, Francois Lachat, dichiarava alla stampa che "certa gente non pensa più all'Olocausto,

[20] ma cerca solo di arraffare denaro". E intanto un gruppo di azionisti della banca Credit Suisse, dei quali si faceva portavoce il finanziere Marc Fessler, si riservava di trascinare in tribunale i promotori americani delle sanzioni accusandoli del reato di estorsione. (13)

Alla fine del mio libro del 1999, dopo avere anticipato le polemiche che sarebbero verosimilmente esplose nell'ambito ebraico per la suddivisione e la distribuzione dei soldi pagati, oltre che dalla Svizzera, pure dalla Germania e da altre nazioni fra cui l'Italia (Assicurazioni Generali), facevo mie le parole di un giornalista del Corriere del Ticino ("È sconsolante che il dramma dell'Olocausto sia diventato una questione di vile denaro") e condividevo l'amara conclusione degli storici lan Sayer e Douglas Botting secondo i quali quel rastrellamento di denaro in qualche modo collegato al dramma dell'Olocausto "non avrà mai fine". (14)

 

 

 

[21]


CAPITOLO II

 

Come si è visto nel capitolo che precede, avevo chiuso il mio libro del 1999 con un politicamente scorretto interrogativo. Mi chiedevo, in sostanza, se dietro l'affività di certe organizzazioni ebraico-americane promotrici della "conservazione della memoria dell'Olocausto" e della "caccia al nazi" non si nascondessero più o meno recondite finalità speculative.

È facile immaginare la mia sorpresa quando la sera del 26 luglio 2000, per caso imbattutomi in un programma della britannica BBC (avevo appena acquistato l'antenna parabolica), mi trovai a seguire una lunga intervista rilasciata a un imbarazzatissimo cronista dal quarantasettenne professore universitario americano Norman G. Finkelstein che, ebreo e figlio di genitori sopravvissuti ai campi di concentramento tedeschi in Polonia, diceva più o meno le stesse cose che io avevo scritto, nel 1996 e nel 1999, nei miei libri. Immediato e comprensibile il mio interesse. (15)

Appresi da quella intervista che Finkelstein aveva da poco licenziato un libro che, intitolato The Holocaust Industry, Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering, metteva in risalto le speculazioni che, naturalmente secondo l'autore, sarebbero in atto su una tragedia (l'Olocausto ebraico) della quale ben poco s'era parlato dalla fine della guerra agli anni Settanta ma che poi, improvvisamente e certamente nell'ambito di un preciso disegno

[22] mondiale, era diventata oggetto di un crescente e quasi morboso interesse. (16)

Finkelstein, uomo di gradevole aspetto e dal linguaggio chiaro e stringato, esponeva con decisione le proprie opinioni (la sua discendenza ebraica e le vicissitudini della sua famiglia lo tenevano al sicuro dall'accusa di antisemitismo) e scavalcava con eleganza gli ostacoli che l'intervistatore televisivo cercava di frapporgli sperando di portare la conversazione su un binario politicamente meno scorretto.

Il mio interesse venne poi ancor più stuzzicato quando lessi sul Corriere della Sera una recensione del libro di Finkelsteín che, a firma Paolo Conti, occupava quasi una intera pagina. "Secondo l'autore, la mistificazione e lo sfruttamento dell'Olocausto", si leggeva in quell'articolo, "si sono sovrapposti alla tragedia d'un popolo. La tesi è esplosiva, soprattutto se sottoscritta da un ebreo: l'Olocausto è servito a estorcere denaro all'Europa". E ancora: "Molti sopravvissuti sono simulatori e il centro voluto da Simon Wiesenthal è una Dachau-Disneyland". (17)

Ciò che mi lasciò perplesso (ma che contribuì ad aumentare la mia curiosità) fu un certo imbarazzo che traspariva dalle interviste concesse al giornalista Paolo Conti da alcuni esponenti della comunità ebraica italiana e riportate nello stesso articolo.

Il presidente dell'Unione delle comunità israelitiche italiane, Amos Luzzatto, cercava di dirottare il tiro su altri e non

[23] definiti bersagli: "Credo che Finkelstein confonda le organizzazioni ebraiche americane ufficiali, che certo non speculano, con gruppi di profittatori che indubbiamente esistono. Vogliamo chiamarla, in certi casi, opera di sciacallaggio?". Ma non precisava, Luzzatto, né quali fossero le "organizzazioni ebraiche americane ufficiali", né chi potessero essere quei "gruppi di profittatori".

Ancor più vaga la dichiarazione rilasciata da Michele Sarfatti, storico e coordinatore del Centro di documentazione ebraica contemporanea, che cercava di indirizzare sospetti e accuse sugli Stati Uniti in generale: "Negli Stati Uniti c'è chi lavora onestamente e con senso della misura e chi si approfitta della situazione. Molte cose che succedono negli Stati Uniti, per esempio, non mi convincono".

Sorprendenti le parole di Valentina Pisanty, autrice di libri sull'Olocausto, che arrivava a sospettare di antisemitismo un ebreo: "L'accusa alle lobby ebraiche americane? La questione è molto delicata. Il fatto che Finkelstein sia ebreo non significa che lui stesso non possa essere antisionista, come esplicitamente è, o anche antisemita. Vedo un atteggiamento polemico, una estremizzazione delle tesi sull'Olocausto da sfruttamento inutile ai fini di una comprensione scientifica del fenomeno. Non dico che Finkelstein cada nel filone del revisionismo o del negazionismo, ma i suoi toni finiscono con l'avvicinarlo pericolosamente a quella sponda".

Molto più chiaro, sempre nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera, lo storico Giovanni Sabbatucci: "Tutti i miti fondativi contengono sempre per definizione una dose di mistificazione ed esagerazione che non regge alla critica storica e ha quindi un rapporto debole con l'avvenimento. Ma nel caso della Shoah bisogna agire con estrema cautela. Perché è facile, anzi facilissimo, finire nel calderone dei negazionisti. Perché qui parliamo, non dimentichiamocelo, di un atroce sterminio".

Un altro commento, proveniente via Internet da Andre Vornic della britannica BBC, collegava le tesi di Finkelstein alla nascita dei musei-memoriali dell'Olocausto proliferanti in Europa e negli Stati Uniti, al trasformarsi dell'Olocausto in una nuova materia di [24] studio nelle scuole e allo sviluppo di quello che secondo Vornic si potrebbe definire "racket dell'Olocausto".

Ebbi qualche iniziale difficoltà nel reperimento del libro e infatti, nella mia ricerca, entrai direttamente in contatto con lo stesso Finkelstein che mi rispose subito e con grande cortesia: "Non so come si possa reperire il mio libero in Italia", mi scrisse fra l'altro, "ma in verità esso è quasi introvabile pure qui negli Stati Uniti!".

Non potei fare a meno di riflettere sul fatto che persino negli Stati Uniti (dove stampa ed editoria sono assolutamente libere grazie al primo emendamento della Costituzione) e persino nei confronti di un autore ebreo indirettamente toccato dall'Olocausto esiste il ricorso al boicottaggio se il contenuto di un suo libro è controcorrente. E la mia mente andò al quasi totale blocco editoriale e alla strisciante congiura del silenzio che esistono pure in Europa (Italia inclusa) nei confronti di qualsiasi scritto politicamente scorretto.

Riuscii comunque a trovare il libro, che ricevetti verso la fine di agosto, presso un distributore londinese. Poi, via Internet, trovai pure qualche recensione e alcuni commenti (poca cosa, comunque) apparsi sulla stampa inglese, tedesca e americana. (18)

Lessi attentamente il tutto, sottolineando i passi salienti come è mia abitudine, e poi rilessi sin dall'inizio.

 

* * * *

Una interessante distinzione fatta da Finkelstein sin dalle prime pagine è quella che lui vede fra il termine "Nazi Holocaust" e il termine comunemente usato da giornalisti e storici di "Holocaust". Al primo termine Finkelstein fa ricorso quando parla dell'evento storico che vide la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti e le relative conseguenze. Il secondo termine, sempre nel libro di Finkelstein, serve a definire quella che lui considera una "rappresentazione ideologica" dell'anzidetto evento storico.

[25]
Come in tutti i dogma ideologici l'odierna rappresentazione ideologica dell'Olocausto, afferma Finkelstein, ha una connessione con la realtà dei fatti, ma i suoi aspetti fondamentali sono modellati quasi per appoggiare certi interessi politici e di gruppo: l'Olocausto, insomma, sarebbe diventato una importante arma ideologica. Ricorrendo ad esso una delle più forti potenze militari responsabile di orrende violazioni dei diritti umani (e qui l'autore, che è apertamente filopalestinese, si riferisce allo stato d'Israele) è riuscita ad atteggiarsi a "nazione vittima", mentre pure negli Stati Uniti il più facoltoso gruppo etnico, quello ebraico, è riuscito ad assumere la veste di vittima con la conseguenza di essere immune da qualsiasi critica.

Poi, dopo avere ricordato ai lettori che i suoi genitori erano a stento sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento nazisti, l'autore mette in bella evidenza questa frase: "A parte i miei genitori, tutti i membri della mia famiglia, sia dal lato paterno che da quello materno, sono stati sterminati dai nazisti". Più che giustificabile, nei tempi che corrono, il desiderio di Finkelstein di mettere subito in chiaro le proprie "credenziali".

Fatto questo, l'autore entra in argomento. E lo fa, alle pagine 6 e seguenti, senza mezzi termini: "Non ricordo nella mia infanzia di aver sentito parlare molto dell'Olocausto. Il fatto è che nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava in quei giorni interessato a ciò che era accaduto durante la guerra. Onestamente non ricordo miei amici o genitori di miei amici che ponessero domande a proposito di ciò che mio padre o mia madre avevano sofferto. E non si trattava di discrezione o di un rispettoso silenzio: era pura e semplice indifferenza. A parer mio, pertanto, inevitabile è lo scetticismo di fronte all'esplosione di dolore manifestatasi nei decenni successivi, cioè dopo la nascita della speculazione sull'Olocausto. Certe volte mi chiedo se la scoperta dell'Olocausto da parte degli ebrei americani non sia stata peggiore dell'oblio: non sarebbe stato cosa nugliore un dignitoso silenzio invece dell'odierno sfruttamento del martirio ebraico? ". (19)

[26]
E ancora: "Prima che nascesse l'industria dell'Olocausto solo pochi libri degni di attenzione, come il Prisoners of Fear di Ella Lingens-Reiner (Londra 1948), il Man's Search for Meaning di Viktor Frankl (New York 1959) e il The Destruction of the European Jews di Raul Hilberg (New York 1961), erano stati pubblicati su quell'argomento. Negli anni successivi, come ben ricordo, mia madre era solita ironizzare sui racconti dei cosiddetti sopravvissuti, tutti eroi ma tutti fonte di grande ilarità a casa mia. Oggi invece immense risorse pubbliche e private vengono destinate al salvataggio della memoria del genocidio nazista. Le odierne iniziative dell'industria dell'Olocausto, volte a estorcere denaro agli europei in nome delle cosiddette bisognose vittime dell'Olocausto, hanno abbassato la nobiltà di
quel martirio al livello di quella del casinò di Monte Carlo".

È chiaro che le opinioni di Norman Finkelstein poco hanno in comune con quelle del revisionismo classico (che pure include valenti studiosi della materia) e specialmente con quelle del cosiddetto negazionismo (che a mio avviso non è mai esistito ed è solo un termine spregiativo col quale la cultura conformista vuole bollare il revisionismo): Finkelstein si guarda bene dal sottovalutare il dramma degli ebrei europei ma, allineandosi ad alcuni revisionisti, ne discute misura e modalità e, in modo particolare, ne contesta la cosiddetta "unicità" rammentando infatti l'esistenza di altrettanto tragici olocausti avvenuti nella storia del mondo. E forse proprio per questa sua lontananza dal revisionismo la contestazione di Finkelstein assume particolare valore e sconvolgente significato. (20)

"Quella dell'Olocausto", osserva Finkelstein a pagina 11, "è fra le vicende storiche la sola che oggi risuona con insistenza

[27] nelle aule scolastiche e universitarie. Molti americani sanno più sull'Olocausto che sull'attacco contro Pearl Harbor o sui bombardamenti atomici del Giappone. Eppure tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Sessanta l'argomento veniva appena sfiorato in letteratura e nel cinema. Quando, nel 1963, Hannah Arendt pubblicò il suo Eichmann in Jerusalem solo due studiosi se ne interessarono. E pure a The Final Solution di Gerald Reitlinger e a The Destruction of the European Jews di Raul Hilberg pochi prestarono attenzione. Quest'ultimo libro, anzi, a malapena trovò un editore disposto a occuparsene. Persino l'importante biografia di Hitler scritta da Joachim Fest nel 1973 dedica solo quattro delle sue 750 pagine al genocidio degli ebrei e appena un paragrafo ad Auschwitz". (21)

E a pagina 16 che Finkelstein, da attento studioso della causa palestinese, affronta l'inizio del grande cambiamento. Si tratta di vicende che io, non essendone pienamente informato, non avevo toccato nel mio libro del 1999 orientando invece la mia attenzione sulla "caccia al nazi". (22)

"Fu con la guerra arabo-israeliana del 1967", questa è la tesi di Finkelstein, "che l'Olocausto divenne elemento fondamentale della vita americana". E, di rimbalzo, anche della vita europea.

Non ho alcun elemento per contestare le affermazioni di Finkelstein, ma a mio parere un altro motivo per cui dell'Olocausto è stata imposta al mondo una ossessiva presenza quotidiana fu, a partire dagli anni Ottanta e Novanta del secolo appena trascorso, la prospettiva della immensa offensiva finanziaria di cui sarebbero poi rimaste vittime banche, assicurazioni e industrie di mezza Europa.

Fu proprio in quegli anni, infatti, che per accrescere la visibilità e la credibilità di cui avevano bisogno per avanzare le loro pretese, le organizzazioni ebraico-americane dettero maggiore impulso alla "caccia aI nazi" e maggiore notorietà all'Olocausto.

Dunque secondo me le due tesi, quella di Finkelstein (rivalutazione dei rapporti con Israele) e quella mia intensificazione della "caccia al nazi" in vista dell'avvicinarsi dei tempi per la "caccia al

[28] Nazi Gold"), rispondono a deduzioni logiche e coincidenze cronologiche. E, lungi dall' escludersi a vicenda, sono fra loro complementari.

 

* * * *

Sostiene Finkelstein che fra il 1948 (anno della fondazione dello stato d'Israele) e il 1967 l'establishment americano era diffidente nei confronti dei vertici del nuovo stato, in massima parte provenienti dall'Europa orientale e intrisi di ideologia marxista, temendo che potessero schierarsi nel campo sovietico. A ciò Finkelstein aggiunge il fatto che il Dipartimento di stato riteneva che l'instaurazione di rapporti troppo amichevoli con Israele potesse allontanare dal mondo occidentale i paesi arabi. E questo orientamento era condiviso persino da influenti ambienti ebraico-americani: in occasione del rapimento di Eichmann in Argentina, ricorda Finkelstein, persino l'ex presidente del World Jewish Congress, Joseph Proskauer, e il quotidiano Washington Post (di proprietà ebraica) dissero apertamente che "lo stato d'Israele si è comportato esattamente come si sarebbero comportati dei nazisti". In quegli anni solo un ebreo americano su venti si recava in visita in Israele e il presidente Eisenhower, quando costrinse Israele a ritirarsi dal Sinai, vide aumentare a proprio favore le simpatie dell'ambiente ebraico-americano. (23)

Ma dopo la vittoria di Israele nel 1967 gli ebrei americani si accorsero che quello stato poteva diventare un caposaldo per la difesa degli Stati Uniti e della "civiltà occidentale" contro le "primitive orde arabe". Fu allora che Israele, in piena guerra fredda fra l'Occidente capitalista e l'Oriente comunista, divenne una pedina strategica per la comunità ebraica americana. Al punto che la Anti Defamation League instaurò dei rapporti di collaborazione con i

[29] servizi segreti israeliani e, in base a un vecchio rapporto di collaborazione, con quelli sudafricani. (24)

Interessante, in proposito, il drastico cambiamento verificatosi nell'atteggiamento della scrittrice ebrea americana Lucy S. Dawidowicz che in passato era stata una accesa critica di Israele, sino a sostenere nel 1953 che il nuovo stato non poteva pretendere risarcimenti dalla Germania mentre negava i giusti indennizzi ai palestinesi privati della loro terra. Ebbene, osserva Finkelstein, immediatamente dopo la guerra del 1967 la Dawidowicz mutò radicalmente il proprio orientamento e divenne una sostenitrice della politica israeliana. Analogo cambiamento, aggiunge Finkelstein, si ebbe nel 1973 nelle vedute politiche di Irving Howe, noto esponente della élite ebraica americana di sinistra e direttore fra l'altro del giornale Dissent.

Naturalmente la politica pro-Israele dei vertici ebraico-americani non poteva passare inosservata e non era esente da critiche. Fu cosà, osserva Finkelstein, che quegli stessi vertici decisero di ricorrere alla "memoria" dell'Olocausto per toccare i sentimenti di pietà e per diffondere l'infondata paura che Israele si trovasse "nel mortale pericolo di un secondo Olocausto" per iniziativa, ovviamente, degli arabi. L'American Jewish Committee, addirittura, prospettò l'ipotesi di uno spaventoso genocidio in Palestina accompagnato da un suicidio in massa degli ebrei. (25)

In realtà, e su questo punto Finkelstein dissente dall'opinione dello storico ebreo americano Peter Novick autore del libro The Holocaust in American Life (New York, 1999), non fu la paura di un secondo Olocausto ad accendere negli Stati Uniti (e di conseguenza in tutto il mondo) la forzata rivitalizzazione della memoria dell'Olocausto. (26) Furono piuttosto l'accertata forza di Israele vincitore della guerra e la prospettiva per gli Stati Uniti di poter contare su un alleato così agguerrito. Si otteneva inoltre, grazie alla memoria dell'Olocausto, la possibilità, senza ostacoli da parte

[30] dell'opinione pubblica, di far convergere sul potenziale militare israeliano enormi risorse economiche provenienti dai contribuenti americani. Quale migliore arma psicologica, per conseguire quei fini, che un martellante ricordo dell'Olocausto e delle sofferenze subite dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale? (27)

 

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Ma, prosegue Finkelstein a pagina 32 del suo libro, pure dei motivi tipici di una società multirazziale come quella americana hanno contribuito a incoraggiare la nascita del business dell'Olocausto. Anno dopo anno, negli Stati Uniti tutti i gruppi razziali e tutte le cosiddette minoranze emarginate hanno sempre cercato accanitamente quella che viene definita "identità". E poiché una "identità" è rafforzata da una storia di oppressione e di sofferenza, era necessario radicare in ogni gruppo una "cultura di vittimizzazione" che era facilmente reperibile nella comunità negra, in quella ispanica, in quella dei pellerossa e, sia pure in minor misura, nelle donne e negli omosessuali. Solo gli ebrei, fra tutti i gruppi americani, non avevano mai subito oppressione o discriminazioni e non potevano quindi lamentare una situazione "svantaggiata".

Anzi, gli ebrei (che costituiscono il 2% circa della popolazione americana e che dopo la fine della seconda guerra mondiale hanno visto scomparire ogni residua barriera di antisentitismo) sono decisamente la comunità più florida degli Stati Uniti. Il reddito pro-capite degli ebrei americani, sottolinea in proposito Finkelstein, è quasi il doppio di quello dei non ebrei. Sedici dei quaranta americani

[31] più ricchi sono ebrei. Il 40% dei Premi Nobel americani nel campo delle scienze e dell'economia sono ebrei. Il 20% dei docenti universitari sono ebrei. E il 40% dei più importanti avvocati di New York e Washington sono ebrei. Lungi dal costituire un ostacolo, l'identità ebraica è dunque una chiave d'entrata al successo e al benessere. (28)

Tutto ciò, secondo lo scrittore ebreo Charles Silberman. autore del libro A Certain People, rendeva impossibile che fra gli ebrei nascesse quel senso di emarginazione e di discriminazione che è presente in altre minoranze, e creava anzi in loro quello che Finkelstein e Silberman definiscono "un generale senso di superiorità e una sorta di atteggiamento psicologico traducibile, in poche parole, nella convinzione che gli ebrei sono migliori".

Ecco dunque che, non potendo giocare la carta della vittimizzazione, le organizzazioni ebraico-americane giocarono quella del ricordo dell'Olocausto e della minaccia araba nei confronti di Israele. E riuscirono, scrive Finkelstein a pagina 35 del suo libro, a raccogliere denaro di cui però solo la metà andò al "minacciato" stato d'Israele, l'altra metà restando nelle mani delle organizzazioni ebraico-americane. Nello sfruttamento dei presunti pericoli dai quali si sosteneva che Israele fosse minacciato si celava dunque, afferma ancora Finkelstein, lo stesso atteggiamento cinico che avrebbe generato, in seguito, lo sfruttamento della pietà per le "bisognose vittime dell'Olocausto".

E per difendere da qualsiasi possibile critica i loro interessi di gruppo, quelle organizzazioni etichettarono come "antisemita" ogni segnale di opposizione e si servirono dell'Olocausto per delegittimare qualsiasi attacco nei loro confronti. (29) E a quel punto,

[32] conclude Finkelstein alla fine del primo capitolo del suo libro, nessun ostacolo impedi alle organizzazioni ebraico-americane di agire con tutta la loro arroganza.

E infatti: "L'indottrinamento sull'Olocausto", scrive Finkelstein riprendendo testualmente le parole dello scrittore israeliano Boas Evron, "altro non è che una iniziativa propagandistica basata su un bombardamento di slogan e su una falsa visione del mondo volta non alla conoscenza del passato ma alla manipolazione del presente. La memoria del genocidio nazista costituisce insomma una poderosa arma nelle mani dei vertici israeliani e di quelli degli ebrei che vivono in altre nazioni".

 

* * * *

Uno dei dogma sui quali si basa tale manovra è quello, emerso dopo il 1967, della unicità dell'Olocausto: l'Olocausto sarebbe un evento unico e senza precedenti nella storia dell'umanità.

"Tutti gli storici affermano che l'Olocausto è un fatto unico", scrive Finkelstein a pagina 43, "ma pochi sanno dire perché. Eppure chiunque contraddica quella affermazione viene accusato di negazionismo. Ma a pensarci bene, unico o non unico, che differenza fá? Cosa cambierebbe se l'Olocausto non fosse unico ma fosse la quarta o quinta catastrofe storica di quella portata?". (30)

[33]
Notevoli, a proposito della unicità e della strumentalizzazione dell'Olocausto, gli attacchi polemici di Finkelstein nei confronti di altri studiosi ebrei come Steven S. Katz, Peter Novick, Daniel Goldhagen ed Elie Wiesel, tutti ampiamente trattati da Finkelstein che proprio a Goldhagen e Wiesel riserva i suoi strali più pungenti e non privi di ironia. Come quando commenta le critiche mosse da Wiesel al leader israeliano Shimon Peres colpevole secondo Wiesel di avere osato parlare di due immani olocausti del XX secolo: Auschwitz e Hiroshima. O come quando definisce "comica" la pretesa di Goldhagen che tutti, proprio tutti, i non ebrei vogliono da duemila anni la morte degli ebrei. (31)

"La pretesa unicità dell'Olocausto è diventata una forma di terrorismo intellettuale", scrive Finkelstein rifacendosi ad analoghe affermazioni fatte da Jean-Michel Chaumont. "E chiunque abbia l'ardire di adottare in proposito le normali procedure di ricerca storica comparativa deve essere pronto ad affrontare l'accusa di banalizzazione dell'Olocausto". (32)

[34]
Ma perché, si chiede poi, tanta insistenza nel sostenere l'unicità dell'Olocausto? La risposta, secondo lo stesso Finkelstein, consiste nel fatto che
una sofferenza unica merita riconoscimenti unici. "E infatti", prosegue rifacendosi alle parole dello storico Peter Baldwin autore di Reworking the Past (1990), "la singolarità delle sofferenze degli ebrei rafforza la validità morale ed emozionale delle pretese che Israele può avanzare nei confronti di altre nazioni". Al punto che, come scrivono Seymour M. Hersh in The Samson Option (1991) e Avner Cohen in Israel and the Bomb (1998), "persino la decisione israeliana di sviluppare un annamento nucleare è giustificata con lo spettro dell'Olocausto".

 

* * * *

Il concetto di un preteso inguaribile bisogno dei non ebrei di ammazzare gli ebrei, un bisogno che lo scrittore Daniel Jonah Goldhagen sostiene esistere da duemila anni, rischia di portare secondo Finkelstein alla sgradevole conclusione che l'uccisione degli ebrei, se accettata da due millenni, sia da considerarsi cosa lecita e normale. E che, conseguentemente, altrettanto lecito e normale sia per gli ebrei intraprendere qualsiasi azione, persino aggressioni e torture, giustificata dal diritto all'autodifesa.

Questa polemica fra Norman Finkelstein e Daniel Goldhagen merita di essere brevemente esaminata.

Il tutto risale al 1996, quando Daniel Goldhagen pubblicò il suo controverso libro Hitler's Willing Executioners, e al marzo 1997, quando Ruth Bettina Birn lo criticò sullo Historical Journal edito dalla Cambridge University Press. (33) Le critiche della Bim consistevano nell'affermazione che Goldhagen aveva volutamente selezionato e manipolato le testimonianze e i dati in modo da farli coincidere con le conclusioni a lui gradite. (34)

[35]
Goldhagen reagi citando in giudizio per diffamazione sia la Cambridge University Press che la Birn (con la quale aveva cordialmente collaborato per tredici anni) e attaccò la stessa Birn pure sul giornale tedesco Frankfurter Rundschau. La Birn gli rispose per le rime su Der Spiegel e ribadì che Goldhagen aveva falsificato i dati raccolti dai documenti originali tedeschi. (35)

Nel frattempo Finkelstein (già autore del libro Image and Reality of the Israeli-Palestine Conflict e del libro The Rise and Fall of Palestine) doveva sostenere l'attacco delle organizzazioni ebraico-americane per avere ridicolizzato nei suoi scritti il libro From Time Immemorial col quale la scrittrice Joan Peters aveva tentato di gettare discredito sulla causa palestinese affermando, su suggerimento del ministro degli Esteri israeliano Yitzhak Shamir, che gli arabi sono presenti in Palestina solo da pochi decenni e che quindi non possono accampare diritti di alcun genere su quella regione.

Inevitabile che Norman Finkelstein e Ruth Bettina Birn, ambedue ebrei ma ambedue ormai nel mirino delle organizzazioni ebraico-americane, unissero le forze. Cosa che fecero nel 1998 dando alle stampe un libro intitolato A Nation on Trial, the Goldhagen Thesis and Historical Truth nel quale polemizzavano apertamente con le tesi espresse da Goldhagen e criticavano altresì alcuni scritti del noto studioso ebreo Elie Wiesel. (36)

La polemica venne allora ulteriormente acuita da un intervento Internet di Goldhagen che senza mezzi termini accusò Finkelstein e la Birn di "sfacciata e inequivocabile falsificazione dei fatti sino a renderli, dall'inizio alla fine, una tendenziosa successione di pure invenzioni". Poi, riferendosi specialmente al libro A Nation on Trial, Goldhagen definì gli scritti di Finkelstein "esempi tipici di polemica politica indegni di risposta". Passando infine ad attaccare la persona stessa di Finkelstein, così si espresse Goldhagen: "Quest'uomo ha costruito la propria

[36] carriera prendendosela con Israele. E adesso, essendo passato allo studio dell'Olocausto, scopre che esso è il frutto di una cospirazione sionista". E ancora: "Finkelstein non si era mai occupato dell'Olocausto e neppure conosce il tedesco: quale può essere l'attendibilità di uno studioso che non è in grado di accedere alle fonti originali scritte in tedesco?. (37) Come può Finkelstein affermare, su The Observer del 18 gennaio 1998, che quella che lui definisce industria dell'Olocausto è un circo del quale io farei parte? E come può affermare, sul Frankfurter Rundschau del 22 agosto 1997, che i miei scritti sono una truffa?". (38)

Un competente commento a quella polemica venne dall'intellettuale israeliano Tom Segev, che il 15 maggio 1998 rilasciò una dichiarazione al giornale Haaretz Feature. "Il libro di Goldhagen", affermò Segev, "ha acquisito popolarità in tutto il mondo ma è ben lontano dall'essere apprezzato dagli studiosi, parecchi dei quali hanno infatti criticato la tesi di Goldhagen secondo la quale tutti i tedeschi presero parte all'Olocausto perché tutti erano antisemiti. Le critiche che tanto irritano Goldhagen sono ben documentate. Storici di tutto il mondo, anche israeliani, affermano che Goldhagen ha scritto un libro insignificante".

"I maggiori critici di Goldhagen", prosegui Segev, "sono Ruth Bettina Birn e Norman G. Finkelstein che hanno fatto l'inaudito: hanno controllato le fonti di cui si è servito Goldhagen, una per una, e hanno raggiunto la conclusione che il suo libro non può essere considerato un serio lavoro scientifico. Ma a quel punto la controversia è andata oltre i binari di una normale polemica fra studiosi. E diventata un dibattito politico. Chi critica Goldhagen, di conseguenza, è considerato un antisemita e possibilmente un negazionista e un nemico dello stato d'Israele". (39)

La polemica si arricchii di un articolo di Finkelstein che sulla New Left Review ribadì quanto scritto dalla Birn. E intanto, cosa

[37] ancor più preoccupante per Goldhagen, attraverso la rivista New York Forward si sparse la voce che Finkelstein aveva in preparazione un polemico libro che sarebbe stato pubblicato dall'editore Henry Holt.

Esplose a quel punto una incredibile guerra fra i vertici ebraici americani. Il direttore della Anti Defamation League, Abraham H. Foxman, tentò di imporre all'editore Henry Holt di non pubblicare il libro ma ottenne, attraverso Sara Bershtel (una associata di Holt) una sprezzante risposta. Intervenne allora su Holt e sul suo presidente Michael Naumann nientemeno che Leon Wieseltier, editore letterario del giornale New Republic che non esitò a definire Finkelstein "uomo velenoso e disgustoso". E quando neppure Wieseltier raggiunse lo scopo di bloccare la pubblicazione del libro di Finkelstein, scese in campo Elan Steinberg, direttore del World Jewish Congress, che defini "immondizia" gli scritti di Finkelstein e qualificò come "una sventura" il fatto che Holt fosse disposto a pubblicarli. Intervennero nella controversia pure le organizzazioni ebraiche canadesi, con il Canadian Jewish Congress in prima fila, che tentarono di gettare discredito sia su Finkelstein che sulla Birn, sottolineando con inspiegabille malignità che quest'ultima era nata in Germania. (40)

A un certo punto, nella polemica, si arrivò a quello che Tom Segev suole definire terrorismo culturale: "Ciò che bisogna stabilire", disse Abraham Foxman, "non è se Goldhagen o Finkelstein abbiano ragione o torto. Bisogna stabilire se le critiche di Finkelstein sono andate oltre i limiti". In altri termini, quella di Foxman era una esortazione al ricorso alla censura oggi esistente nel mondo, per legge o per rispetto della correttezza politica, quando si parla di Olocausto!

Aveva ragione, Segev, quando parlava di terrorismo culturale: impaurito dai toni della polemica e da certe intimidazioni, Istvan Deak, professore presso la Columbia University, ritirò la propria promessa di scrivere una prefazione a un libro di Finkelstein e, mentre i libri di Daniel Goldhagen e di Joan Peters ottenevano

[38] quello che il giornalista Mordecai Briemberd definisce "un successo titanico", gli scritti di Finkelstein a malapena trovavano attenzione e distribuzione. (41)

E persino Jonathan Mahler, direttore del New York Forward, avverti il bisogno di dire la sua: "La decisione dell'editore di accettare gli scritti di Finkelstein può essere paragonata a quella della Saint Martin Press quando accettò di pubblicare la biografia di Josef Goebbels scritta dallo storico inglese David Irving". Ma la Saint Martin Press, aggiunse subito Mahler, aveva avuto la saggezza di "tirarsi indietro in seguito alle pressioni della lobby ebraica". (42)

"Non avevo mai assistito", commentò Michael Naumann, "a pressioni così forti contro un libro non ancora pubblicato".

Ma nel frattempo, oltre ai polemici scritti cui si è già accennato, Finkelstein aveva diffuso via Internet alcuni voluminosi quanto coraggiosi scritti volti a smentire la tesi di Goldhagen che tutti i tedeschi erano antisemiti e altro non desideravano che prendere entusiasticamente parte a un genocidio degli ebrei. (43)

"Persino dopo l'inizio della guerra", si legge in uno di quegli scritti di Finkelstein, "inolti tedeschi non accettavano l'antisemitismo. Nel settembre 1941 il decreto che obbligava gli ebrei a farsi identificare mediante una stella gialla sull'abito incontrò una reazione negativa. Molti tedeschi disobbedivano alle disposizioni del regime offrendo sigarette agli ebrei, regalando dolciumi ai loro bambini e cedendo il posto agli ebrei anziani, sui tram e sui treni, fra l'approvazione degli altri passeggeri. E infatti il regime decise di punire quei gesti di solidarietà con tre mesi di campo di concentramento. Non si capisce perché Goldhagen abbia deciso di negare questi fatti, pur riportati dallo storico David Bankier nel suo libro The Germans and the Final Solution. Come afferma lan Kershaw nel suo libro Popular Opinion and Political Dissent, la sola accusa che si può muovere al

[39] popolo tedesco è di avere in seguito mostrato, a proposito del destino cui andavano incontro gli ebrei, una certa apatia mista a indifferenza". (44)

E poi: "Goldhagen ha cominciato col dire che i tedeschi autori del genocidio, diretti e indiretti, erano milioni. Poi ha detto che potevano avvicinarsi a qualche milione. E infine ha detto che erano certamente più di centomila. E, per aggiungere confusione alla confusione, ha informato i suoi lettori che la ricerca del numero esatto dei responsabili diretti e indiretti dell'Olocausto avrebbe richiesto molto tempo, più di quanto lui ne avesse a disposizione, ma che si poteva agevolmente concludere che doveva trattarsi di un numero enorme di persone".

Pure a proposito delle crudeltà nei campi di concentramento Finkelstein si trovò in quei giorni in polemica con Goldhagen che nel suo libro aveva affermato che le guardie SS torturavano e uccidevano con gusto e divertimento. A tal proposito, facendo riferimento anche al libro Man's Search for Meaning scritto da Viktor E. Frankl sopravvissuto di Auschwitz, Finkelstein attribuì la responsabilità di quegli atti di crudeltà ai famigerati (e non tedeschi) kapo il cui comportamento era "tale da suscitare lo sdegno persino del comandante del campo Rudolf Hoess". (45)

In sintesi, Finkelstein definisce il libro di Goldhagen "una stravaganza". Una stravaganza che però, lamenta Finkelstein, in un baleno è stata tradotta in tredici lingue, ha ricevuto l'elogio di Elie Wiesel e di Israel Gutman e ha ottenuto entusiastiche recensioni su giornali come The New York Times e come la rivista Time. Il libro di Goldhagen, aggiunge Finkelstein, altro non è che una scopiazzatura del Fragments di Wilkomirski con l'aggiunta di qualche

[40] nota a fondo pagina. Un lavoro, dunque, privo di valore scientifico e che lui stesso, Finkelstein, assieme a Ruth Bettina Birn, non aveva avuto difficoltà a smentire attraverso il libro A Nation on Trial.

 

* * * *

Un altro studioso ebreo col quale Finkelstein scese in polemica è Adam Shatz che lo aveva accusato di essere "I'immagine speculare di Goldhagen, egualmente prevenuto e fanatico, sicché mentre Goldhagen aggredisce il popolo tedesco, Finkelstein ne fa l'apologia".

La risposta di Finkelstein a Shatz, via Internet, riprese gli argomenti già usati nella polemica con Goldhagen: facendo riferimento pure agli scritti di Robert Gellately, di Raul FriedIander e di lan Kershaw, Finkelstein affermò fra l'altro che l'antisemitismo non era stato un fattore cruciale per l'ascesa di HitIer al potere e non era neppure stato uno dei punti principali dei suoi programmi elettorali all'inizio degli anni Trenta. "Bersagli preferiti da Hitler nei suoi discorsi", sostenne Finkelstein rivolto a Shatz, "erano i comunisti e i socialdemocratici, non gli ebrei".

Nella discussione si inserì il 17 aprile 1997 lo studioso ebreo David North che, in un voluminoso documento diffuso via Internet, per smentire Goldhagen sostenne tesi che erano vicine, più che a Finkelstein, alla tradizionale propaganda marxista. (46)

Il popolare ma "deplorabile" libro di Goldhagen, scrisse North, sostiene in sintesi che l'intero popolo tedesco, motivato da una ideologia antisemita, si dedicò a un progetto tutto tedesco, un progetto chiamato Olocausto: l'uccisione degli ebrei sarebbe insomma stato un passatempo al quale tutti avrebbero partecipato con gioia. Dunque prendersela con i nazìsti o con gli appartenenti alle SS è un errore. Bisogna prendersela con i tedeschi, con tutti i tedeschi.

Ed ecco che, nei capoversi che seguono, si manifesta la chiara simpatia di North (e, si potrebbe sospettare, pure di Finkelstein che dello scritto di North è un diffusore) per la sinistra marxista. "Nel libro di Goldhagen", affermò infatti North, "il

[41] movimento socialista non viene nominato e questa non può essere una svista. Goldhagen ignora i socialisti tedeschi perché l'ammissione della loro esistenza farebbe cadere tutto il suo castello di teorie". Checché ne dica Goldhagen, diceva in sostanza North, l'opposizione a Hitler esisteva in Germania e si celava negli ambienti del socialismo che incarnavano le speranze di milioni di lavoratori e dei migliori rappresentanti dell'intelligentsia". Fra il 1933 e il 1935, prosegui North citando lo storico F.L. Carsten, almeno 75 mila comunisti tedeschi finirono in prigione o in campi di concentramento e migliaia di loro furono uccisi.

Ciò che Goldhagen dimenticava, sempre secondo North, era il fatto che il nazionalsocialismo tedesco non ebbe fra le sue vittime solo gli ebrei: nella sua visione distorta e limitata dei fatti, Goldhagen ha voluto considerare l'Olocausto come un crimine dei tedeschi contro gli ebrei senza volersi interessare a ciò che di male i tedeschi non ebrei si fecero fra loro.

Seguendo questa linea, quando (al fine di smentire la tesi di Goldhagen secondo la quale l'antisemitismo era cosa tipicamente tedesca) si trovò costretto a parlare dell'antisemitismo e dei progrom in Russia, North trovò il modo di attribuirlo a una manovra anticomunista ordita dall'immancabile capitalismo in agguato.

Secondo North, così, l'antisemitismo russo non fu cosa spontanea ma fu "una risposta del regime zarista al movimento rivoluzionario della classe lavoratrice". (47) E infatti, sempre secondo North che su questo punto faceva riferimento allo storico Orlando Figes e agli scritti di Lenin e di Trotzky, l'antisemitismo russo si sarebbe sviluppato presso la piccola borghesia di artigiani, bottegai, burocrati e poliziotti che temevano di vedere sparire i loro meschini privilegi sotto la spinta "modernizzatrice e riformista" del movimento rivoluzionario socialista la cui paternità attribuivano agli ebrei. (48) Fu dietro quelle spinte, aggiunse North, che lo zar

[42] Nicola Il rispose al movimento rivoluzionario dando vita a un'ondata di terrore della quale gli ebrei furono il bersaglio principale. (49)

Ed ecco infatti l'incredibile conclusione raggiunta da North: "L'Olocausto fu, in ultima analisi, il prezzo che gli ebrei e tutta l'umanità dovettero pagare a causa dell'insuccesso della classe lavoratrice nel tentativo di abbattere il capitalismo".

Più incisiva ed equilibrata, rispetto a quella di David North, appare la critica mossa a Goldhagen dalla giornalista francese Dominique Vidal, collaboratrice dei giornale (anch'esso di sinistra: in Italia è distribuito assieme a Il Manifesto) Le Monde Diplomatique [D. Vidal e maschio -- Nota dell'aaargh] : "Le semplicistiche tesi di Goldhagen possono risultare gradite al pubblico ma non convincono gli specialisti. Come ha detto Yehuda Bauer direttore dello Yád Vashem, non un solo storico ha apprezzato il libro di Goldhagen, e questa è cosa che capita raramente. La conclusione logica alla quale sembra voler condurre il discorso di Goldhagen non può che essere quella che non solo i tedeschi, ma tutti i non ebrei odiano gli ebrei, e che quindi occorre una sempre maggiore solidarietà ebraica e una crescente produzione di libri e film sull'Olocausto". (50)

Un punto sul quale le conclusioni di Dominique Vidal si avvicinavano non solo a quelle di Norman Finkelstein ma pure, sia pure parzialmente, a quelle dei revisionisti, è quello relativo all'interpretazione delle parole "soluzione finale". Pur ammettendo la volontà genocida che i revisionisti negano, la Vidal affermava che ad essa si arrivò con gradualità e, comunque, solo dopo il fallimento di un piano di espulsione degli ebrei.

Sino al momento dell'inizio della guerra", si legge infatti nello scritto della Vidal, "l'obiettivo di Hitler era l'espulsione degli ebrei verso nazioni disposte a riceverli. Era prevista una emigrazione in Palestina, e a tal fine nell'agosto 1933 c'era stato un accordo fra il Terzo Reich e la Jewish Agency. Il 30 gennaio 1939 Hitler parlò al Reichstag della eliminazione degli ebrei dall'Europa e sette mesi più tardi si ebbe l'invasione della Polonia. Da allora ebbe inizio il concentramento degli ebrei nei ghetti e nei campi, e al tempo stesso

[43] l'ufficio emigrazione diretto da Adolf Eichmann cominciò a lavorare sul progetto di deportazione degli ebrei in Madagascar, progetto che sfumò a causa della mancata collaborazione dei francesi e degli inglesi". (51)

"Cominciò allora a prendere corpo, secondo parecchi storici, l'idea di una deportazione oltre gli Urali. Ma il 22 giugno 1941, quando venne lanciata l'Operazione Barbarossa e iniziò l'attacco all'Unione Sovietica, le cose cambiarono radicalmente".

Da quel momento, prosegue la Vidal, nelle norme di condotta dei soldati tedeschi fu previsto un comportamento "energico e spietato" nei confronti dei commissari comunisti, dei cecchini, dei sabotatori e degli ebrei. Ma, d'accordo in questo con i revisionisti, la Vidal ammette poi l'inesistenza di un preciso ordine scritto di sterminio. Ordine che potrebbe tuttavia essere stato dato, afferma, con un semplice cenno della testa.

 

* * * *

I dissapori tra Finkelstein e la Birn da una parte e Goldhagen dall'altra risalivano dunque a qualche anno prima del 2000, anno in cui The Holocaust Industry vide la luce.

Criticando Goldhagen (e, per certe loro affinità con Goldhagen, anche Wiesel e Shatz) Finkelstein sottolinea nel suo The Holocaust Industry l'assurdità della tesi secondo cui l'antisemitismo prescinderebbe dalle azioni e dai comportamenti degli ebrei e sarebbe invece una forma di patologia mentale dei non ebrei che in modo irrazionale non accetterebbero l'esistenza stessa degli ebrei. (52)

"E qualsiasi tentativo di spiegare l'antisemitismo collegandolo alle azioni degli ebrei che possono averlo suscitato", prosegue Finkelstein in un passaggio fondamentale della propria esposizione, "viene esso stesso classificato come antisemitismo!".

[44]
"Naturalmente l'antisemitismo non è giustificabile", conclude Finkelstein, "e gli ebrei non possono essere accusati per i crimini commessi contro di loro. Ma va tenuto presente il contesto storico in cui l'antisemitismo si è sviluppato. Una minoranza dotata, bene organizzata e affermata può facilmente generare conflitti legati a tensioni sempre esistenti, oggettivamente, fra i vari gruppi". (53)

Interessante, a proposito di questa controversia, riferirsi agli scritti di altri autori ebrei. Come ha scritto Albert S. Lindemann nel suo Esau's Tears (1997), "gli ebrei sono riusciti, esattamente come qualsiasi altro gruppo umano, ad accendere ostilità". Ma ancora più interessante è quanto ha scritto nel 1969 l'ebreo Bernard Lazare nell'importante libro L'Antisémitisme, son Histoire et ses Causes: "Per scrivere una storia completa dell'antisemitismo è necessario esaminare la storia di Israele a partire dal momento della sua dispersíone o, per meglio dire, da quello della sua diffusione fuori della Palestina. In tutti i luoghi dove gli ebrei si sono stabiliti si è sviluppato l'antisemitismo o, meglio, l'antigiudaismo".

E poi: "Se questa ostilità, che è addirittura una sorta di ripugnanza, si fosse manifestata nei confronti degli ebrei soltanto in un periodo o in un solo paese, sarebbe facile scoprire le cause specifiche di quell'avversione. Ma invece gli ebrei sono stati oggetto dell'odio di tutti i popoli in mezzo ai quali si sono stabiliti. Si deve pertanto dedurre che le cause generali dell'antisemitismo siano sempre state insite nello stesso Israele. Infatti i nemici degli ebrei appartenevano alle razze più disparate, vivevano in terre assai lontane fra loro e non avevano né gli stessi costumi né le stesse tradizioni". (54)

E ancora (voglia il cortese Lettore scusare questa lunga digressione):

[45]
"Con questo non si vuole affatto affermare che i persecutori degli israeliti abbiano sempre avuto il diritto dalla loro parte, né che non si siano abbandonati agli eccessi propri dell'odio violento. Si vuole semplicemente dire che in linea di massima e almeno in parte gli ebrei stessi furono causa dei loro mali. Davanti all'unanimità delle manifestazioni di antisemitismo è difficile ammettere, come troppo spesso si è inclini a fare, che esse siano dipese semplicemente da una guerra di religione. I popoli politeisti, così come i popoli cristiani, hanno combattuto l'ebreo. Quali virtù o quali vizi hanno meritato all'ebreo questa universale animosità? Perché fu, di volta in volta e in uguale misura, maltrattato e odiato dagli alessandrini e dai romani, dai persiani e dagli arabi, dai turchi e dalle nazioni cristiane?".

Ed ecco la risposta che Lazare dà a queste ultime domande da lui stesso poste: "Perché ovunque, sino ai nostri giorni, l'ebreo è stato un essere scontroso, insociabile. E perché insociabile? Perché esclusivo, di un esclusivismo politico e religioso insieme. O, per meglio dire, di un esclusivismo dovuto al suo culto politico-religioso, alla sua legge".

Questa la spiegazione, sempre dalle parole di Lazare: "Col suo concetto della Torah, l'ebreo non poteva accettare le leggi dei popoli stranieri, per lo meno non poteva pensare di vedersele applicate. Così, ovunque gli ebrei stabilissero delle colonie, ovunque fossero trasferiti, chiedevano che si permettesse loro non solo di praticare la loro religione, ma anche di non essere sottoposti agli usi dei popoli in mezzo ai quali dovevano vivere e di potersi governare secondo le proprie leggi. A Roma, ad Alessandria, ad Antiochia, in Cirenaica, poterono agire liberamente. Di sabato non erano chiamati davanti ai tribunali, e si permise loro persino di avere propri tribunali e di non essere giudicati secondo le leggi dell'impero. Quando le distribuzioni di grano cadevano di sabato, si teneva la loro parte per il giorno seguente. (55) Potevano essere decurioni ma erano esentati dalle pratiche

[46] contrarie alla loro religione. Si amministravano da soli, come ad Alessandria, con propri capi, il proprio senato, l'etnarca, senza essere sottoposti all'autorità municipale. Dappertutto volevano restare ebrei e dappertutto ottenevano privilegi che permettevano loro di fondare uno stato nello stato. Grazie a quei privilegi, a quelle esenzioni e a quegli sgravi d'imposta si trovavano rapidamente in una situazione migliore di quella dei cittadini delle città dove vivevano. Avevano così maggior facilità a trafficare e ad arricchirsi, e inevitabilmente provocavano gelosie e generavano odio". (56)

Viene spontaneo, a proposito dell'origine dell'antisemitismo e se si segue la linea suggerita da Finkelstein e da Lazare, porsi alcune domande relative a fatti degli ultimi anni: quanto antisemitismo ha generato in Italia e in Germania il feroce accanimento ebraico contro l'innocente Erich Priebke? E, in Austria, la ridicola campagna contro Joerg Haider? E il maltrattamento, in casa loro, dei palestinesi? E le leggi limitatrici della libertà di parola in materia di Olocausto in Francia, in Germania, in Svizzera e altrove? E i conseguenti processi per reato d'opinione contro i revisionisti Roger Garaudy, Udo Walendy, Gaston Amaudruz, Juergen Graf, Hans Schmidt, Fredrick Toeben e altri? E la sentenza a carico di David Irving? E l'assalto alla diligenza delle banche svizzere? (57)

 

* * * *

Buona parte del libro di Finkelstein, come dicevo prima, è dedicata alle sue polemiche con altri studiosi ebrei. E, per sintetizzare la sostanza della controversia, basta riportare poche parole con le quali lui apre un capoverso di pagina 55: "La maggior parte della letteratura esistente sulla soluzione finale hitleriana non può

[47] essere considerata risultato di un serio studio. In verità, tutti gli studi sull'Olocausto sono pieni di sciocchezze, se non di frodi".

Un libro che Finkelstein considera un falso storico, per esempio, è The Painted Bird scritto dall'emigrato polacco Jerzy Kosinski, che Finkelstein definisce un bugiardo e una "mente ossessionata dalla violenza". Eppure, prosegue Finkelstein, persino quando le menzogne di Kosinski vennero alla luce, Elie Wiesel e Cynthia Ozick continuarono a magnificare il suo libro e il New York Times fece altrettanto pur giustificando Kosinski con l'immaginaria ipotesi che poteva essere stato vittima di un complotto comunista.

Tuttavia Kosinski, ammette Finkelstein, negli ultimi anni della sua vita (fini suicida) deplorò che in tutti gli studi sull'Olocausto siano sempre state dimenticate le vittime non ebree. (58)

"Molti ebrei", scrisse Kosinski a tal proposito, "tendono a considerare l'Olocausto come una tragedia esclusivamente ebrea. Ma almeno la metà degli zingari del mondo, circa due milioni e mezzo di cattolici polacchi, e milioni di cittadini sovietici e di altre nazionalità rimasero vittime di quel genocidio". (59)

[48]
Secondo una attenta (e probabilmente fedele) valutazione fatta da Finkelstein a pagina 125 del suo libro, gli ebrei costituivano infatti solo il 20% della popolazione totale dei campi di concentramento tedeschi. (60)

Ancor più sferzante è la critica che Finkelstein muove nei confronti dell'autore Binjamin Wilkomirski e del suo libro Fragments, subito tradotto in dodici lingue e premiato con la Jewish National Book Award, col Jewish Quarterly Prize e col Prix de Mémoire de la Shoah, oltre che da un succedersi di entusiastiche recensioni, conferenze e presentazioni ufficiali. Ebbene, benché nel suo libro autobiografico Wilkomirski si dilungasse sulle sue peripezie di povero orfano ebreo perseguitato e maltrattato dai nazisti, alla fine saltò fuori, riferisce Finkelstein, che Wilkomirski non era ebreo, che aveva trascorso tutta la vita in Svizzera e che il suo vero nome era Bruno Doessekker. Così nell'ottobre 1999 l'editore tedesco e quello americano ritirarono il libro dalla distribuzione. Ma ciò non impedi a Daniel Goldhagen, ad Arthur Samuelson, a Carol Brown Janeway e ad Israel Gutrnan dello Yad Vashem e della Hebrew University di dirne mirabilia: "Non importa se quello che ha scritto è vero o non lo è", commentò Gutman, 'Timportante è che il dolore di Wilkomirski sia autentico".

 

* * * *

"Se si tiene presente la quantità di sciocchezze messa in circolazione dai fondatori dell'industria dell'Olocausto", afferma Finkelstein a pagina 68, "è sorprendente che ci siano così pochi scettici. Non è difficile, anzi, capire perché quelle organizzazioni continuino ad affermare l'esistenza di un forte movimento negazionista dell'Olocausto: in una società in cui ormai non si parla d'altro, come potrebbero altrimenti giustificare la creazione di ancora altri musei, memoriali, libri, film e manifestazioni sull'Olocausto se non con lo scopo di combattere i negazionisti? È così che sono nati il tanto applaudito libro Denying the Holocaust di Deborah Lipstadt (1994) e uno scadente sondaggio d'opinione voluto

[49] dall'American Jewish Committee secondo il quale il negazionismo dilaga". (61)

Per giudicare il libro della Lipstadt, osserva Finkelstein a pagina 70, è sufficiente dire che secondo l'autrice persino parlare delle sofferenze subite dai tedeschi a causa dei bombardamenti a tappeto come quello di Dresda, o parlare dei crimini di guerra commessi da nazioni diverse dalla Gennania è una forma di negazionismo. E negazionismo mettere in dubbio alcune testimonianze dei sopravvissuti. (62) Ed è negazionismo pure accennare al fatto che Elie Wiesel ha tratto profitto dall'industria (o dal business) dell'Olocausto.

La Lipstadt, prosegue Finkelstein, accusa lo storico David Irving di essere "uno dei più pericolosi negatori dell'Olocausto". Ma Irving, replica lo stesso Finkelstein, pur essendo un estimatore di Hitler ha dato all'umanità un indispensabile contributo (così lo ha definito pure Gordon A. Craig) alla conoscenza di molti fatti della seconda guerra mondiale. (63)

E, per quanto riguarda i revisionisti in genere, Finkelstein fa proprie le parole degli studiosi ebrei Arno Mayer e Raul Hilberg che con molto equilibrio hanno scritto: "Se quella gente vuole parlare, lasciatela parlare liberamente. Il risultato sarà che dovremo riesaminare cose che ritenevamo scontate. E ciò sarà utile per tutti". (64)

[50]

* * * *

Il libro di Finkelstein contiene pure, a partire dalla pagina 72, un caustico commento sul crescente numero delle organizzazioni di celebrazione dell'Olocausto (ne indica più di cento solo negli Stati Uniti), sulla Giornata della Memoria dell'Olocausto ormai diventata evento mondiale e sul proliferare dei musei e dei memoriali dell'Olocausto che hanno già raggiunto il numero di sette nei soli Stati Uniti. Un suo ironico commento sui musei americani nei quali si illustrano le colpe dei tedeschi è degno di essere riportato: "Quali sarebbero le reazioni degli americani se i tedeschi decidessero di costruire a Berlino un museo sullo sterminio dei pellerossa o sulla schiavitù dei negri nel Nord America?". (65)

E poi aggiunge, Finkelstein, un indignato commento sul fatto che, mentre la ordinaria conduzione del Museo dell'Olocausto esistente a Washington assorbe ogni anno un costo di ben 50 milioni di dollari (oltre 100 miliardi di lire) di cui due terzi a carico dei contribuenti, il Congresso degli Stati Uniti ha lasciato cadere nel dimenticatoio la proposta, più volte avanzata fra il 1984 e il 1994, di erigere a Washington un museo sulla storia degli americani di origine africana. (66)

Ma c'è dell'altro da dire, a proposito del Museo dell'Olocausto voluto dall'allora presidente americano Jiminy Carter. L'idea nacque quando una frase inavvertitamente pronunciata da Carter ("Bisogna riconoscere i legittimi diritti del popolo palestinese") suscitò le ire dell'establisliment ebraico internazionale e, in particolare, del presidente della Conferenza delle principali organizzazioni ebraiche, rabbino Alexander SchindIer, che defini "shocking" (traumatizzanti) le parole di Carter. Alla vigilia della campagna elettorale per la rielezione, Carter non poteva alienarsi l'amicizia della lobby ebraica e così, approfittando dell'interesse suscitato da una visita a Washington

[51] del primo ministro israeliano Menachem Begin, fece l'annuncio ufficiale della costruzione (a spese dei contribuenti, nella stragrande maggioranza non ebrei) di un grandioso museo-memoriale.

La mancanza di obiettività che traspare dall'impostazione politica di quel museo è tale da avere suscitato, nei giorni dell'inaugurazione, le proteste delle autorità tedesche che infatti si rifiutarono di presenziare alle cerimonie. Una fiera disputa si ebbe pure, rivela Finkelstein, quando si discusse su quali vittime dell'Olocausto dovessero essere ricordate nel museo. In altre parole: furono gli ebrei le sole vittime dell'Olocausto? Naturalmente Elie Wiesel, definito in quella occasione "indiscussa autorità nello studio dell'Olocausto" e tenacemente appoggiato da Yehuda Bauer direttore dell'istituzione culturale israeliana Yád Vashem, sostenne che solo le vittime ebree dovevano essere commemorate. Probabilmente in difficoltà davanti all'esigenza di esporre il motivo della propria opinione, Wiesel rispose che "l'Olocausto ebbe inizio con gli ebrei". E invece, sostiene Finkelstein, nel Terzo Reich le prime vittime politiche furono i comunisti e le prime vittime del genocidio non furono gli ebrei ma i minorati mentali.

Sorse a quel punto, nelle discussioni che precedettero la creazione del Museo dell'Olocausto, il problema del genocidio degli zingari. Secondo Finkelstein, che attinge le sue notizie anche dalle ricerche dello storico ebreo Guenter Lewy, la morte di mezzo milione di zingari è almeno pari, in percentuale, allo sterminio degli ebrei. E allora? La discussione di fece accesa, avendo fra l'altro, come punti di riferimento, gli storici ebrei Henry FriedIander e Raul Hilberg che hanno sempre sostenuto che gli zingari subirono un genocidio pari a quello degli ebrei e altri scrittori ebrei che, come Yehuda Bauer, hanno invece sempre affermato che gli zingari soffrirono e morirono meno degli ebrei.

La cosa che più irritava l'ambiente ebraico era il fatto che il pieno riconoscimento del genocidio degli zingari avrebbe fatto cadere il mito della "unicità" dell'Olocausto ebraico. E così, alla fine della discussione, il Museo dell'Olocausto decise di ignorare il genocidio degli zingari. In proposito Finkelstein afferma che una delle spiegazioni date per quella scelta è che "la perdita di una vita zingara non può essere messa a confronto con la perdita di una vita ebrea". E, aggiunge Finkelstein, a un certo punto il direttore del museo,

[52] rabbino Seymour Siegel, mise persino in dubbio l'esistenza degli zingari come "popolo".

Una dimostrazione della impostazione politica di quel museo-memoriale creato a Washington è data, secondo Finkelstein, dalle forzate dimissioni del suo direttore Walter Reich in seguito a una polemica esplosa fra il Dipartimento di stato e lo stesso Reich che si era rifiutato di invitare alla cerimonia di inaugurazione Yasir Arafat, acerrimo nemico di Israele. Pure il vicedirettore del museo, il teologo ebreo John Roth, dovette in seguito dimettersi per avere espresso qualche critica nei confronti della politica israeliana in Palestina. E altre polemiche si ebbero quando il museo respinse la proposta di accettare fra i suoi libri un testo del noto storico ebreo Benny Morris che in un capitolo conteneva affermazioni non del tutto favorevoli alla politica dello stato d'Israele. (67)

La sfida che oggi bisogna porsi, afferma Finkelstein, è quella di riuscire a sottoporre l'Olocausto a una indagine razionale e non emotiva. Solo così quei tragici fatti potranno diventare una seria lezione per il futuro. Ciò che è anormale, nell'Olocausto, non è il fatto in sé (ben altri olocausti ci sono stati nella storia) bensì lo sfruttamento e la speculazione che esso ha generato. Se si vuole rispettare e onorare la memoria di quanti hanno lasciato la vita nell'Olocausto, scrive Finkelstein la cui famiglia come sappiamo subì lutti e sofferenze sotto la dittatura nazista, la cosa più nobile sarebbe lasciare, in dignitoso silenzio, che i morti riposino in pace. (68)


[53]


CAPITOLO III

 

Entrando nel vivo dell'argomento principale del suo libro, Norman Finkelstein affronta alcuni aspetti (non tutti, infatti) del business ("industria", come lui lo definisce) che si è sviluppato intorno al dramma dell'Olocausto.

E comincia con la questione dei "sopravvissuti".

Dovrebbe trattarsi, afferma, di persone che hanno sofferto il trauma dei ghetti ebrei, dei campi di concentramento e dei campi di lavoro forzato. Alla fine della seconda guerra mondiale si valutò che il numero di queste persone si aggirasse intorno a 100 mila.

Ebbene, calcola Finkelstein, in base alle leggi della natura solo un quarto di quelle 100 mila persone (cioè 25 mila) possono essere ancora in vita oggi, oltre mezzo secolo dopo la fine del conflitto. (69) E invece, riferisce a pagina 83 del suo libro, secondo l'ufficio del primo ministro israeliano i sopravvissuti all'Olocausto sarebbero, oggi, "quasi un milione". Come ironicamente osserva Finkelstein "ci sono più sopravvissuti adesso, dopo mezzo secolo, di quanti ce ne fossero allora, alla fine della guerra".

Purtroppo, afferma Finkelstein, numerosi ebrei che in realtà erano altrove durante la guerra si autodefiniscono "sopravvissuti": ciò è dovuto al fatto che avere trascorso del tempo in quei campi conferisce una "corona di martirio" e apre la strada a risarcimenti materiali. Nel dopoguerra, infatti, i governi tedeschi riconobbero pagamenti agli ebrei che erano stati nei ghetti o nei campi e di

[54] conseguenza molti ebrei inventarono ("fabbricarono", dice Finkelstein citando pure il libro The Seventh Million dell'intellettuale israeliano Tom Segev) un passato che desse loro il diritto a quei risarcimenti. (70) E, in proposito, Finkelstein riferisce una frase che sua madre era solita ripetergli: "Se è vero che ci sono tanti sopravvissuti, chi mai fu ucciso da Hitler?".

Un caso al quale FinkeIstein, a pagina 83 del suo libro, accenna con divertimento è quello di un ebreo che pur avendo trascorso tutti gli anni della guerra a Tel Aviv si qualificava come superstite perché sua nonna era morta ad Auschwitz.

Ancora più scettico si professa Finkelstein (e lo stesso fa Raul Hilberg) a proposito delle discutibili testimonianze di alcuni di questi superstiti dei campi nazisti: "Una grande percentuale degli errori nei quali mi sono imbattuto nel corso delle mie ricerche", scrive infatti Hilberg, "è attribuibile ai testimoni". Persino Deborah Lipstadt, che Finkelstein senza complimenti definisce persona legata all'industria dell'Olocausto, ha talvolta denunciato inesatte testimonianze a proposito del dottor Josef Mengele. (71)

Poiché questi sopravvissuti sono da un po' di tempo "riveriti come dei santi", prosegue Finkelstein, qualsiasi loro affermazione, anche assurda, viene accettata senza commenti. E ciò vale persino per quei cosiddetti sopravvissuti che in realtà fanno parte dei 100 mila ebrei polacchi che si trasferirono nell'Unione Sovietica all'indomani dell'invasione tedesca della Polonia e che lì rimasero, trattati come normali cittadini sovietici, per tutto il tempo del conflitto. (72)

[55]
Un altro caso che emerge dal libro di Finkelstein è quello di una certa Laura, amica d'infanzia di Binjamin Wilkomirski che riuscì a ottenere un risarcimento da un fondo svizzero a favore dei sopravvissuti benché fosse nata e avesse sempre abitato negli Stati Uniti. Ma era, commenta Finkelstein con ironia, in buoni rapporti di amicizia con i vertici delle organizzazioni che si occupano dei risarcimenti per l'Olocausto. (73)

Quella dei risarcimenti in denaro, sottolinea Finkelstein alle pagine 84 e seguenti, è la chiave di lettura del proliferare dei sopravvissuti. La corsa ai risarcimenti, infatti, cominciò all'inizio degli anni Cinquanta. Da allora, afferma Finkelstein, la Germania ha pagato circa 60 miliardi di dollari, pari a circa 120 mila miliardi di lire italiane. Ma a tutto ciò, come si vedrà nelle prossime pagine e come è largamente esposto nel capitolo X del mio libro Dal caso Priebke al Nazi Gold, si devono aggiungere i risarcimenti pagati da altre nazioni, con la Svizzera in primo piano, e le enormi somme pagate dalla Germania allo stato d'Israele beneficiario, oltre che dei "risarcimenti" tedeschi, anche di enormi "aiuti" provenienti dagli Stati Uniti. (74)

"Ciascun tedesco paghi 20 marchi al fondo per gli indennizzi ai sopravvissuti", esortava nel luglio 2000 il premio Nobel Guenter Grass, "per far fronte al rifiuto opposto da molti imprenditori". E a lui si associavano la Chiesa evangelica tedesca, la giornalista Carola Stern e il pedagogo Hertmut von Hentig. Si dissociava

[56] invece la Chiesa cattolica tedesca. Lamentava inoltre, Guenter Grass, il fatto che "gli ultimi ex schiavi potrebbero morire senza essere stati indennizzati". Si trattava dunque, secondo Grass, di poche persone ancora in vita. Una cosa, questa, che però contrastava con le richieste di indennizzo (per un totale equivalente a circa 20 mila miliardi di lire italiane) avanzate da 2 milioni di persone. (75)

Ma vediamo come di ciò parla Finkelstein. Tre separati accordi furono firmati dalla Germania nel 1952 e 1953. In base al primo accordo i reclamanti a titolo individuale ricevettero pagamenti calcolati secondo una apposita legge chiamata Bundesentschaedigungsgesetz. In base al secondo accordo lo stato d'Israele ricevette un compenso per i rifugiati che aveva dovuto accogliere. Particolarmente interessante fu il terzo accordo, in base al quale la Germania dovette stanziare enormi somme a favore di un ente creato per l'occasione e denominato infatti Conference on Jewish Material Claims Against Germany, per brevità chiamato in seguito Claims Conference. (76)

Pensioni vitalizie furono inoltre assegnate dalla Germania a molte sedicenti vittime dell'Olocausto, parecchie delle quali, ripete Finkelstein, non erano affatto vittime. (77)

In totale, secondo i giornalisti Roger Cohen del New York Times e J. Kummer del Welt am Sonntag, dalla fine della guerra al 1999 la Germania ha pagato, prevalentemente a ebrei sopravvissuti e allo stato d'Israele, qualcosa come l'equivalente di 150

[57] mila miliardi di lire italiane. E ciò in aggiunta ai 200 miliardi pagati alla Claims Conference e ai 200 miliardi all'anno pagati a titolo di pensione vitalizia, sulla base di una legge del 1965, a circa 106 mila persone residenti in Israele, negli Stati Uniti e altrove. (78)

L'accordo fra la Germania e la Claims Conference prevedeva che i soldi fossero spesi per aiutare le vittime ebree della persecuzione nazista a reinserirsi nella vita normale e a stabilirsi nelle località da loro scelte. Ma la Claims Conference annullò subito quella clausola dell'accordo e dichiarò che quei soldi sarebbero stati spesi non per gli ebrei individualmente, ma "per le comunità ebraiche". Due sole categorie, secondo la Claims Conference, costituivano eccezioni e potevano quindi ricevere

[58] denaro a titolo individuale: "i rabbini e gli importanti esponenti ebraici".

A parte quelle due eccezioni, i soldi della Claims Conference finirono in stanziamenti per vari progetti come il potenziamento di iniziative propagandistiche, la creazione di cattedre universitarie (persino ad Harvard c'è una cattedra per l'insegnamento dell'Olocausto!) e la nascita di musei, memoriali e attività editoriali e cinematografiche. (79) Non sorprende che in un suo comunicato ufficiale del 23 febbraio 2000 il governo tedesco abbia dovuto ammettere, riferisce Finkelstein a pagina 86 (nota 9), che solo il 15% dei soldi affidati alla Claims Conference sia effettivamente andato alle vittime ebree della persecuzione nazista.

Ma, in aggiunta ai sopra citati "rabbini e importanti esponenti ebraici", anche altre persone, secondo le indicazioni fornite da Finkelstein, hanno trovato modo di vivere lautamente grazie ai risarcimenti tedeschi destinati ai superstiti dell'Olocausto. Il presidente della Claims Conference, Saul Kagan, percepisce uno stipendio annuo di 105 mila dollari, pari a circa 210 milioni di lire italiane. L'avvocato Alphonse D'Amato, ex senatore newyorkese e protagonista delle iniziative giudiziarie ebraiche contro la Svizzera e la Germania, emette parcelle sulla base di 350 dollari (circa 700 mila lire italiane) per ogni ora di lavoro, riuscendo così a farsi pagare qualcosa come 103 mila dollari (circa 206 milioni di lire italiane) per il saltuario lavoro svolto in sei mesi. Lawrence Eagleburger, presidente di una International Commission On Holocaust-Era Insurance Claims, percepisce 300 mila dollari all'anno (pari a circa 600 milioni di lire italiane).

Controversa, a giudizio di Finkelstein, è la figura di Kenneth Bialkin, alto esponente delle comunità ebraiche americane, che dopo essere stato al vertice della Anti Defamation League e

[59] presidente della già citata Conferenza delle principali organizzazioni ebraiche, ha saltato la barricata e dà assistenza (per un non precisato compenso che Finkelstein definisce "molto elevato") alla compagnia italiana Assicurazioni Generali nella vertenza contro le organizzazioni ebraiche alle quali lui stesso è molto vicino.

In totale, riferisce Finkelstein a pagina 106 del suo libro, le parcelle degli avvocati che recentemente hanno curato gli interessi ebraici nei confronti delle banche svizzere sono arrivate a 15 milioni di dollari (pari a 30 miliardi di lire italiane) con l'avvocato Edward Fagan (4 milioni di dollari) capolista fra tutti. Un altro avvocato, di cui non è dato conoscere il nome, ha riscosso 2.400 dollari (circa 4,8 milioni di lire italiane) unicamente per la fatica di leggere il libro Nazi Gold scritto dal giornalista inglese Tom Bower.

 

* * * *

A pagina 89 il libro di Finkelstein lancia l'accusa che esprime a mio parere il pensiero fondamentale dell'autore: "Negli ultimi anni l'industria dell'Olocausto è diventata un vero e proprio racket dell'estorsione. Asserendo di rappresentare tutti gli ebrei, vivi e morti, avanza pretese, in tutta Europa, su ciò che apparteneva agli ebrei del tempo dell'Olocausto". (80)

Sembra quasi di rileggere il capitolo X del mio Dal caso Priebke al Nazi Gold, ed è strano che due libri scritti a tanta distanza (in Italia il mio, negli Stati Uniti quello di Finkelstein) e da due autori di diversa discendenza (ebreo Finkelstein, non ebreo io) e di diverso orientamento politico (di sinistra Finkelstein, di tutt'altro orientamento io) siano giunti a conclusioni uguali semplicemente in seguito a una osservazione dei fatti priva dei vincoli della correttezza politica.

Soltanto due, come dicevo nel capitolo Il di questo libro, sono le importanti differenze fra i due libri. Una consiste nel mancato

[60] collegamento da parte di Finkelstein fra la "caccia al Nazi Gold" e la "caccia al nazi" che io, invece, sottolineo con insistenza. L'altra consiste nel fatto che io attribuisco la nascita dell'industria dell'Olocausto alla prospettiva di arraffare denaro in Europa, mentre Finkelstein la attribuisce pure alle guerre arabo-israeliane e ai rapporti fra Stati Uniti e Israele.

Forse spietato, Finkelstein definisce questa manovra speculativa ordita dalle organizzazioni ebraico-americane "l'ultimo capitolo dell'Olocausto".

L'offensiva, afferma Finkelstein in linea con quanto io avevo scritto un anno prima, ebbe come primo bersaglio la Svizzera. Nel mese di maggio 1995, mentre il presidente elvetico si scusava formalmente per il mancato asilo da parte del suo paese a numerosi ebrei minacciati negli anni dell'Olocausto, si riaprì la discussione sulla vecchia questione dei beni ebraici depositati in Svizzera prima e durante la seconda guerra mondiale. (81) Ed ebbe subito risonanza mondiale, grazie alla condiscendenza della stampa, la favola di immense ricchezze ebraiche giacenti presso banche svizzere. (82)

Era una possibilità da non perdersi, dice Finkelstein, per quel World Jewish Congress che non esisterebbe più se nel 1986 non avesse avuto la boccata d'ossigeno della caccia a Kurt Waldheim presunto "criminale di guerra". (83)

[61]
Ed era pure un'impresa non difficile, in quanto solo poche persone avrebbero preso le difese delle "ricchissime banche elvetiche" nella loro disputa con i "poveri superstiti dell'Olocausto". (84) Ma anche e soprattutto perché le banche elvetiche erano molto vulnerabili davanti alle pressioni economiche (o ai ricatti) provenienti dagli Stati Uniti: ben tredici filiali di sei banche svizzere, precisa Finkelstein, operano negli Stati Uniti, e le banche svizzere investono in affari americani qualcosa come 38 miliardi di dollari (dati del 1994) pari a 76 mila miliardi di lire italiane, in aggiunta agli investimenti in azioni americane fatti per conto dei loro clienti.

In vista di quella offensiva, già nel 1992 il World Jewish Congress dette vita a un ennesimo ente (chiamato World Jewish Restitution Organization) che asseriva di avere giurisdizione legale sui beni di tutti i superstiti dell'Olocausto, vivi o morti. (85)

Verso la fine del 1995 (era appena scattata l'operazione Priebke atta a rinverdire sulla stampa europea la visibilità delle organizzazioni ebraico-americane) il già citato Edgar Bronfman (presidente dell'anzidetto ente oltre che del World Jewish Congress e figlio di un esponente della Claims Conference) e il rabbino Israel Singer (segretario generale del World Jewish Congress e facoltoso proprietario immobiliare) ebbero un primo incontro con i banchieri svizzeri.

Bronfman, che è titolare di una immensa fortuna stimata in 3 miliardi di dollari pari a circa 6 mila miliardi di lire italiane, è proprietario della casa Seagram produttrice di alcolici che in quel momento attraversava una difficile congiuntura, tanto da trovarsi a corto di denaro liquido. (86)

[62]
Nel presentare le proprie richieste alle banche svizzere asseriva, Bronfman, di parlare "per conto del popolo ebraico e per conto dei 6 milioni di ebrei che non possono più parlare".

Ebbe così inizio la lunga disputa fra Bronfman (al quale si associò immediatamente il già citato avvocato e senatore Alphonse D'Amato che era a caccia di voti ebraici nel collegio elettorale di New York) e le banche svizzere. Poiché queste opponevano strenua resistenza, Bronfman riuscì a trascinare nella controversia non poche istituzioni pubbliche americane, come la direzione del Museo dell'Olocausto, come il Senato e la Camera dei Rappresentanti, come numerose autorità sia federali che di alcuni stati e come persino la Casa Bianca. E a Bronfman si uni pure quel Centro Wiesenthal che, diretto a Los Angeles dal rabbino Marvin Hier, era uno dei principali protagonisti della "caccia al nazi". (87)

Con l'appoggio di numerosi esponenti politici e di gran parte della stampa, venne subito aperta una campagna di diffamazione della Svizzera e delle sue banche ("una campagna vergognosa", la definisce Finkelstein) che per meglio influenzare l'opinione pubblica veniva costantemente unita, sui teleschermi e sui giornali, a orripilanti descrizioni della barbarie nazista (montatura del caso Priebke e altro) e toccanti rievocazioni dell'Olocausto (film e interviste di "superstiti").

Uno degli strumenti usati contro le banche svizzere, principalmente per iniziativa di Elan Steinberg direttore del World Jewish

[63] Congress, fu quello della diffusione di false informazioni e di notizie infondate. Cosa che avvenne, per esempio, con la asserita "scoperta" da parte del Centro Wiesenthal di misteriosi "testimoni chiave" contro Erich Priebke, di truculenti quanto immaginari fatti di sangue e di complicità vaticane nella fuga di supposti "criminali di guerra" o nel riciclaggio di tesori rubati dai nazisti. (88) La verità e la giustizia, insomma, contavano poco. Ciò che contava era che le banche svizzere capitolassero e pagassero: "Una cosa che le banche temono è la cattiva pubblicità", era solito dire il rabbino Israel Singer. "Pertanto continueremo sino a quando le banche ci chiederanno di smettere e ci offriranno un compromesso".

E così il mondo intero venne a sapere, grazie pure alla complicità della stampa, che gli ebrei europei e i superstiti dell'Olocausto erano stati vittime di una "cospirazione svizzero-nazista" che aveva dato vita "alla più grande rapina nella storia dell'umanità". In realtà chi cercava di imbrogliare le carte erano proprio le organizzazioni ebraico-americane quando affermavano, senza alcuna prova, che il denaro degli ebrei europei trattenuto dalle banche svizzere ammontava a una somma oscillante fra i 7 e i 20 miliardi di dollari: in lire italiane, 14-40 mila miliardi di lire!

Nessun giornale però rivelò che le famiglie ebree che negli anni del nazismo avevano tentato di mettere al sicuro i loro averi non avevano scelto soltanto il rifugio svizzero: le banche di New York erano state le preferite, seguite da quelle svizzere e, al terzo posto, da quelle inglesi. Che fine avevano fatto i conti ancora dormienti presso le banche americane? Eppure, secondo un calcolo fatto da Seymour J. Rubin, apparso sulla rivista Law and Contemporary Problems nel 1951 e citato da Finkelstein alle pagine 115 e 116 del suo libro, doveva trattarsi di notevoli fortune. E che fine avevano fatto le 6 tonnellate d'oro sequestrate in Europa dagli angloamericani? (89)

[64]
Ma torniamo alla vertenza con la Svizzera. Preferisco sorvolare sulle trattative, sulle polemiche, sulle commissioni d'inchiesta (commissione Paul Volcker e commissione Jean-Francois Bergier) e sulle varie fasi del ricatto messo in atto nei confronti della Svizzera attraverso il boicottaggio dei suoi interessi negli Stati Uniti e del quale si è ampiamente parlato nel capitolo I di questo libro oltre che nel capitolo X del mio Dal caso Priebke al Nazi Gold. Arrivo rapidamente al dunque: la malafede con la quale si era parlato di 7-20 miliardi di dollari (14-40 mila miliardi di lire) è dimostrata dal successivo accertamento, da nessuno contestato, che in realtà si trattava di non più di un centinaio di milioni di dollari (circa 200 miliardi di lire italiane) e dalla prontezza con la quale infatti, alla metà di agosto del 1998, le organizzazioni ebraico-americane accettarono di buon grado l'offerta svizzera di un miliardo e 250 milioni di dollari (2,5 mila miliardi di lire) a compenso sia dei conti bancari dormienti che dei lingotti d'oro (il Nazi Gold) che la Svizzera durante la guerra aveva acquistato dal Terzo Reich e che le organizzazioni ebraiche affermavano provenire dai tesori di famiglia e dalle protesi dentarie delle famiglie ebree sterminate. (90)

Si trattò, dicevo, di defatiganti e interminabili trattative nel corso delle quali emersero fatti scandalosi risalenti alla guerra e all'immediato dopoguerra. Scandalosi come la cordiale collaborazione esistente in piena guerra, presso un istituto bancario che aveva sede in Svizzera, fra esponenti finanziari svizzeri, americani, inglesi, francesi, italiani e tedeschi. Il Lettore desideroso di informarsi potrà soddisfare la propria comprensibile curiosità dedicandosi con pazienza alla lettura dei libri qui indicati in nota. (91)

[65]
L'offensiva contro la Germania, alla quale ho già accennato, fece seguito a quella contro la Svizzera e riguardò alcune industrie private (Mercedes, Bmw, Volkswagen e Bayer sono solo qualche esempio) e alcune banche (Dresdner Bank, Deutsche Bank). Venne condotta, sin dall'inizio, mediante il solito ricorso alla minaccia di boicottaggio commerciale sul mercato americano, mediante struggenti resoconti delle responsabilità di quelle aziende nello sfruttamento dei lavoratori schiavi del tempo di guerra e mediante accuse inventate di sana pianta come quelle che colpirono la Bayer a proposito di presunte sperimentazioni su cavie umane.

Le pretese delle organizzazioni ebraico-americane erano infondate anche perché la Germania (come detto all'inizio di questo capitolo) aveva già pagato risarcimenti e persino pensioni vitalizie.

Aveva pure versato, la Germania, sostanziali indennizzi tramite organizzazioni come la Claims Conference. Ma quei soldi (che il quotidiano The Times, a Londra, ironicamente definì "Holocash", cioè "Olodenaro") (92) erano poi finiti non nelle mani dei diretti interessati, bensì in vari "progetti", nella creazione di un "fondo speciale" e, come il rabbino Israel Singer ebbe a dichiarare al quotidiano israeliano Haaretz, "per soddisfare le necessità dell'intero popolo ebraico e non solo di quanti ebbero la fortuna di sopravvivere all'Olocausto sino alla vecchiaia". (93)

Ma alla fine il governo tedesco si uni alle imprese private per racimolare i soldi da consegnare alle organizzazioni richiedenti e cosá pure i tedeschi pagarono la loro parte.

L'offensiva si spostò allora sulle nazioni ex comuniste dell'Europa orientale dove a danno della comunità ebraica si erano avuti,

[66] oltre agli espropri nazisti del tempo di guerra, anche le nazionalizzazioni comuniste del dopoguerra.

Pure in quel caso le organizzazioni ebraico-americane sostennero di essere le legittime rappresentanti degli aventi diritto (vivi o defunti) ma condussero stavolta la loro campagna senza eccessiva risonanza pubblicitaria: se era facile mobilitare l'opinione pubblica contro le ricche banche e industrie svizzere e tedesche, osserva Finkelstein, era piuttosto difficile farlo contro le quasi affamate nazioni che uscivano dal comunismo. E, poiché la minaccia di sanzioni economiche e commerciali non era molto efficace nei confronti di nazioni ancora poco sviluppate, si pensò di ricorrere alla minaccia di ostacolare l'ammissione all'Organizzazione Mondiale del Commercio, all'Unione Europea, alla Nato e al Consiglio d'Europa.

La manovra ebbe evidentemente buon esito perché nel luglio 2000 la Claims Conference ottenne dalla Polonia, dalla Russia, dall'Ucraina, dalla Bielorussia e dalla Repubblica Ceca, e specialmente dalla Germania che anche stavolta mise mano al portafogli, la firma di un documento che garantiva il pagamento di una somma corrispondente a circa 8 mila miliardi di lire. (94)

***


Invano da più parti si osservò che le organizzazioni ebraico-americane stavano dando vita a una "industria dell'Olocausto" e che ciò poteva portare a un "brutto ritorno dell'antisemitismo in Europa". (95)

Lungi dal ridurre le pretese, le organizzazioni ebraiche preferirono affrontare il rischio della temuta reazione antisemita nella certezza di poterla neutralizzare mediante il ricorso a una intensificata campagna mondiale di indottrinamento "antirazzista", specialmente giovanile. Nacquero così la martellante esaltazione della "società multirazziale", la "marcia della vita", i pellegrinaggi scolastici ad Auschwitz e l'inclusione dell'Olocausto fra le materie di studio delle scuole e delle università. Mentre David Harris dell'American

[67] Jewish Committee esprimeva "profondo apprezzamento" per l'effetto psicologico dei pellegrinaggi giovanili ad Auschiwitz, la parlamentare americana Carolyn Maloney si diceva orgogliosa di una legge da lei fatta introdurre (la "legge per l'insegnamento dell'Olocausto") che stanziava denaro pubblico "che attraverso il Ministero dell'educazione e le apposite organizzazioni favorirà l'insegnamento dell'Olocausto nelle scuole e nelle comunità". (96)

Non è tutto: come Finkelstein osserva a pagina 143 del suo libro, numerose università americane hanno recentemente creato cattedre d'insegnamento dell'Olocausto e ben 17 stati americani oggi impongono o raccomandano lo studio dell'Olocausto nelle scuole. Di settimana in settimana, incessantemente, giornali come il New York Times parlano dell'Olocausto. E il numero dei libri e dei trattati di studio esistenti sull'Olocausto, tutti disponibili nelle librerie e nelle biblioteche, può ormai essere agevolmente stimato, nei soli Stati Uniti, in oltre 10 mila. (97)

Il risultato di queste frenetiche iniziative, afferma ancora Finkelstein, è che l'Olocausto è ormai entrato in modo imperioso e ossessivo nella vita quotidiana degli americani.

Ma lo stesso, vorrei aggiungere, è accaduto pure in Europa. Tipico è il caso di quasi tutti i licei italiani, francesi e tedeschi i cui allievi, sottoposti a un quasi quotidiano lavaggio del cervello, vengono spediti in "gita scolastica" ad Auschwitz, devono periodicamente sorbirsi conferenze di "superstiti" dell'Olocausto (ebrei e persino testimoni di Geova), ricevono in dono faziosi giornaletti editi da sedicenti "istituti di storia contemporanea" probabilmente beneficiari di qualche rivolo di denaro pubblico (98) e sono costretti ad assistere a film sull'Olocausto, a leggere fotocopie di libri convenzionali

[68] e persino a comporre, ovviamente sull'onnipresente Olocausto, dilettanteschi cd-rom. (99)

 

* * * *

Dove sono finiti i soldi che le organizzazioni ebraico-americane hanno strappato alle banche svizzere (Crédit Suisse, Ubs e Sbs) e poi ad aziende, banche e compagnie d'assicurazione svizzere, tedesche, italiane, austriache e via discorrendo?

I sopravvissuti chiedono, riferisce Finkelstein, che quel denaro vada direttamente a loro. Le organizzazioni ebraiche, in particolare il World Jewish Congress e il Centro Wiesenthal, desiderano invece essere partecipi della suddivisione e insistono perché quasi la metà dei soldi svizzeri sia destinata a "iniziative di informazione sull'Olocausto", cioè alle iniziative di lavaggio del cervello di cui si parlava sopra. Altre organizzazioni ebraiche, sia ortodosse che riformiste, affermano che i 6 milioni di morti avrebbero destinato a loro, e non ad altre organizzazioni, quei soldi. (100)

[69]
Secondo quanto afferma Finkelstein a pagina 108 del suo libro, proprio Edgar Bronfman, per conto del World Jewish Congress, durante una commovente dichiarazione resa a una commissione parlamentare, disse che "gli svizzeri non dovranno continuare a trarre profitto dalle ceneri dei morti dell'Olocausto". Ma un paio d'anni più tardi lo stesso Bronfman dovette ammettere, aggiunge Finkelstein, che nelle casse del suo World Jewish Congress giacevano "non meno di 7 miliardi di dollari" (circa 16 mila miliardi di lire) provenienti da risarcimenti di varia fonte.

Queste ultime accuse di Finkelstein non potevano non suscitare delle reazioni. E infatti il giornalista inglese Tom Bower, esperto in questioni dell'Olocausto, affermava che i soldi dovuti agli aventi diritto sarebbero stati distribuiti a tempo debito e che, come affermato da Elan Steinberg per conto del World Jewish Congress, quella faccenda dei 7 miliardi di dollari era priva di fondamento.

Altrettanto drastico il già citato Peter Novick, studioso dell'Olocausto, che in tono acceso riferiva alla Jewish Telegraphic Agency e alla Jewish Chronicle Review (28-29 luglio 2000) che i libri di Finkelstein sono "spazzatura" e che contengono "false accuse".

In particolare, Novick definiva falsa l'affermazione relativa ai 7 miliardi di dollari giacenti nelle casse del World Jewish Congress.

Ma Finkelstein, rispondendo sia a Bower che a Novick via Internet, precisò di avere ottenuto conferma di quella notizia dalla lettura del Frankfurter Allgemeine Zeitung del 26 gennaio 2000 che a sua volta riportava ammissioni fatte da Edgar Bronfman nel corso della conferenza di Stoccolma sull'Olocausto.

E, avendo Novick aggiunto che false erano pure le accuse mosse da Finkelstein nei confronti della Claims Conference, Finkelstein rispose di avere solo riferito le parole del deputato israeliano Michael Kleiner che, infatti, aveva definito "oscuri motivi" quelli che spingono la Claims Conference (ente secondo Kleiner che "maltratta gli ebrei sopravvissuti e i loro eredi mentre tiene stretta una enorme quantità di denaro altrui") a gestire in quel modo il denaro dei risarcimenti. E quelle parole di Kleiner, precisava Finkelstein,

[70] erano state riprese pure dal Jerusalem Report del 31 gennaio 2000, dal Globes della stessa data e da Haaretz del 24 febbraio 2000. (101)

Ma quando avverrà la tanto attesa distribuzione dei soldi? Quando gli svizzeri e i tedeschi dovevano ancora pagare, dice ironicamente Finkelstein, le organizzazioni ebraico-americane sollecitavano una rapida conclusione della vertenza perché "i sopravvissuti bisognosi muoiono ogni giorno". Ma non appena gli svizzeri e i tedeschi firmarono gli accordi quella fretta miracolosamente scomparve. Nell'estate del 1999, cioè un anno dopo la firma dell'accordo svizzero, non era stato neppure deciso come la distribuzione dovesse esser fatta. E prima che abbia inizio la distribuzione, insinua Finkelstein, tutti gli aventi diritto saranno probabilmente passati all'altro mondo: risultato, dopo il pagamento delle laute parcelle degli avvocati i soldi residui rimarranno nelle mani delle organizzazioni ebraico-americane. (102)

Tutto ciò però non sembrava turbare i partecipanti alla conferenza sull'Olocausto tenutasi a Stoccolma nel mese di gennaio del 2000. Mentre nuove pretese venivano ventilate nei confronti

[71] dell'Austria (10 miliardi di dollari, pari a 20 mila miliardi di lire italiane) (103) e nei confronti degli Stati Uniti ("la metà delle opere d'arte esistenti negli Stati Uniti sono state rubate agli ebrei"), si decise di proseguire lungo la strada di una intensificata campagna "contro il genocidio, le pulizie etniche, il razzismo e la xenofobia", magari introducendo ulteriori norme di censura (anche sulla rete Internet) nei confronti degli storici revisionisti.

* * * *

A conclusione di quanto esposto in questo capitolo e nei precedenti, e per una serena valutazione del lavoro di Finkelstein, si possono ben accettare i commenti di alcuni giornalisti.

Notevole, a proposito del dibattito storico esistente, come si è visto in questo libro, fra gli ebrei (che però escludono da ogni dibattito i revisionisti), è la risposta data dallo scrittore israeliano Amos Oz intervistato in Svizzera da Marcello Foa de Il Giornale: "Noi israeliani siamo divisi, provocatori, in costante disaccordo fra noi: questo fa parte del nostro dna culturale ed è